Serve un piano comune per incoraggiare le imprese che si stanno dando obiettivi concreti e precisi nella transizione ecologica a utilizzare i nuovi strumenti messi a disposizione dalla finanza d’impatto
Un mito bellissimo spiega bene il nichilismo e i tanti errori che l’umanità ha compiuto nella storia: è il mito greco di Fetonte, il ragazzo che scopre di essere figlio di Elio, re del Sole, e mosso da sconfinata ambizione ed orgoglio insiste con il padre affinché gli faccia guidare il suo carro infuocato, che ovviamente non riesce a controllare, rischiando così di distruggere nel fuoco la Terra stessa. Ecco, l’anti-Fetonte di oggi è proprio colui o colei che, consapevole degli effetti delle proprie azioni, non le ignora e anzi le riorganizza e le ridirige coscientemente. Un’economia che riprende il controllo degli impatti che genera sul pianeta e le persone; l’anti-mito di un capitalismo consapevole dell’impatto e anche degli sprechi che vuole ridurre o dell’innovazione sociale che può introdurre. In Italia e in Europa questo capitalismo esiste già ed è diffuso più di quanto si possa immaginare. Sono imprenditori anti-Fetonte, cioè uomini e donne che non giocano con il fuoco e che invece giorno dopo giorno costruiscono imprese sostenibili e circolari. Ne siamo consapevoli e abbastanza orgogliosi di questo modello economico? Ne dubito.
Italia leader economia circolare
L’Italia è leader nell’economia circolare. Lo ha ribadito un recentissimo studio di Confidustria, uscito il 10 marzo: “L’Italia, tra i leader europei e mondiali nell’adozione di pratiche circolari, ha avviato una serie di iniziative per ridurre la dipendenza dalle materie prime vergini e promuovere l’uso efficiente delle risorse. Un aspetto fondamentale riguarda il ruolo dell’economia circolare nel migliorare la resilienza economica, soprattutto in tempi di crisi”. E lo ricordano almeno tre rapporti: quello di Symbola (Fondazione per le qualità italiane), il Green Italy (promosso da Union Camere, Symbola stessa, e il Centro studi delle Camere di commercio Guglielmo Tagliacarne, con Conai, Enel, Ecopneus e Novamont) e il rapporto curato dal Circular Economy Network, in collaborazione con Enea. Tre studi che convergono su un punto: la competitività europea passa anche per una transizione green concreta, pragmatica e innovativa (anche se ahimè il rumore ideologico e negazionista sembra prevalere nel dibattito pubblico).