Ad Ancona, l'ingiustificabile uccisione del cane Narcos

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È di queste ore la notizia dell’uccisione di un cane di grossa taglia, Narcos, da parte di un poliziotto, durante un controllo antidroga in un parco pubblico di Ancona. Una vicenda che sta facendo discutere, non solo per la brutalità di quanto successo al povero Narcos, ma anche per la necessità di accertare le varie responsabilità.

Le dinamiche di quanto accaduto restano incerte: da un lato la Questura di Ancona sostiene che l’agente si sarebbe solo difeso dall’aggressione di Narcos. Dall’altro, la proprietaria sui social ha raccontato una versione molto diversa: per lei Narcos era legato a una panchina, e si sarebbe agitato vedendo due poliziotti corrergli incontro. Tirando avrebbe spezzato il guinzaglio, e sarebbe stato freddato da un colpo di pistola, nonostante la proprietaria lo stesse trattenendo per il collare.

Indipendentemente dall’esatta dinamica dei fatti, una cosa è certa: un individuo ha perso la vita in maniera brutale e cruenta. Questo ci ricorda che è necessario che le forze di polizia siano in grado di gestire situazioni di tensione, avendo gli strumenti – non solo tecnici, ma anche “umani” – per evitare tragedie di qualsiasi tipo.

Ma soprattutto, ci mette di fronte allo scarso valore attribuito da molti alla vita animale. Un po’ come sta accadendo in questi mesi nei confronti dei lupi, per i quali si ricorre sempre più di frequente agli abbattimenti per gestirne la popolazione, l’uccisione sembra la soluzione più facile per gestire il rapporto con gli altri animali, per dominarli, per ripristinare gli equilibri. Ma Narcos era un nome, aveva una vita, non era “solo un cane“, così come il lupi non sono “soltanto lupi”.

In una società che si possa definire civile, uccidere un animale non dovrebbe essere “il male minore”– tanto più se a togliere la vita è una figura che dovrebbe essere in grado, per vocazione oltre che per mestiere, di gestire situazioni di tensione e contrasto.

Recapiti
Ufficio stampa OIPA