Tony Harrison è stato uno dei maggiori poeti dell’ultimo mezzo secolo. Ed è anche l’unico poeta inglese della sua generazione che l’Einaudi abbia ospitato nella collana “bianca”, con tre libri: V. e altre poesie (1996), In coda per Caronte (2003) e Vuoti (2008). In Gran Bretagna è stato un poeta popolare: il Guardian per molti anni ha pubblicato in prima pagina sue poesie che commentavano fatti politici (molto famose quelle sulla seconda guerra in Iraq e sugli eccidi in Bosnia). Per i settant’anni della casa editrice, Penguin ha fatto uscire un suo libro di versi al prezzo politico di una sterlina e mezza vendendone più di cinquantamila copie.
Nonostante questa popolarità, Harrison non era un poeta facile. Scriveva in forme metriche della tradizione ma con contenuti assolutamente contemporanei, facendo rimare fra loro vocaboli aulici e parolacce. Tipico il poemetto V., in cui il poeta racconta una visita al cimitero di Leeds dove erano sepolti i genitori: trova le loro tombe e quelle di molti altri imbrattate da scritte volgari dei tifosi della squadra di calcio locale; dapprima si indigna, poi dentro di lui si fa largo una voce che recupera, con il linguaggio ribelle dei teppisti, le proprie origini proletarie ed entra in conflitto con l’intellettuale e il poeta che è diventato.
Già, Tony Harrison, figlio di un panettiere, era nato e cresciuto in una zona operaia di Leeds e aveva studiato solo grazie a borse di studio. Profondo conoscitore della cultura greca e latina, aveva scritto per il teatro opere (in gran parte messe in scena al National Theatre) che reinterpretavano in chiave moderna gli antichi miti: come I segugi di Ossirinco, ispirato a un dramma satiresco di Sofocle. Ma il mondo antico, lungi dal rappresentare un’Arcadia pacificata, gli serviva per far esplodere le contraddizioni dell’uomo moderno.
Nei suoi testi poetici c’è molto spesso un tema mortuario: una delle sue più belle poesie si intitola non a caso Queuing for Charon (In coda per Caronte). Ma anche in questo caso la sua ironia e le sue trovate linguistiche riescono sempre a trasformare l’amarezza in sberleffo, rappresentando in maniera funambolica (ma non meno drammatica) la frattura fra vivi e morti, come in altri casi quelle generazionali o culturali.
Amante dell’Italia, è venuto diverse volte a leggere i suoi versi nelle nostre città. Era un grande performer: nella sua dizione la materia sonora dei suoi versi diventava esplosiva. Tanto dure e violente suonavano le sue poesie durante la lettura, tanto era persona mite e cordiale nella conversazione e nella convivialità.
Una sua poesia dice: Time that’s seen my shirt-size swell / from S to M and now to L / won’t see it shrink back to petite / until my shirt’s my winding sheet (Il tempo che ha visto la misura delle mie camicie / crescere da Small a Medium e ora a Large / non le rivedrà ridiventare Slim / finché per camicia metterò il sudario).
Ora che il tempo del sudario è arrivato, per tutti i suoi amici dell’Einaudi, per i suoi traduttori, Massimo Bacigalupo e Giovanni Greco, e per tutti coloro che lo hanno conosciuto e amato i suoi versi, è un giorno triste.