I numeri del cancro in Italia 2025: i dati al femminile
È appena stato presentato “I numeri del cancro in Italia 2025”, il censimento ufficiale reso possibile grazie al lavoro dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), AIRTUM (Associazione Italiana Registri Tumori), Fondazione AIOM, Osservatorio Nazionale Screening (ONS), PASSI (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia), PASSI d’Argento e della Società Italiana di Anatomia Patologica e di Citologia Diagnostica (SIAPeC-IAP). Un lavoro immenso, che ha scattato una fotografia relativa alla prevenzione, alle nuove diagnosi, allo screening. I dati riguardano tutte le malattie oncologiche, ma i riflettori si sono accesi sul tumore al seno, perché i numeri che sono emersi meritano una riflessione.
Ne parliamo con Massimo Di Maio, Presidente AIOM.
Al Sud risulta un indice di fuga 3 volte più alto per eseguire un intervento chirurgico per tumore della mammella rispetto al Centro-Nord, perché in caso di malattia, le donne emigrano verso altre zone del territorio nazionale. C’è una ragione?
È uno dei dati più significativi e allo stesso tempo più allarmanti. Il nostro compito è innanzitutto quello di segnalare e denunciare una criticità che, in alcune regioni del Sud, assume dimensioni particolarmente gravi. Per dare un’idea, Calabria, Basilicata e Molise presentano i livelli più alti, arrivando quasi al 50% degli interventi chirurgici eseguiti fuori Regione, nel caso della Calabria.
Sono convinto che una parte di questo fenomeno sia legata a scelte in qualche misura volontarie, ma comunque riconducibili a un problema strutturale: la sfiducia di una parte dei cittadini nei confronti dell’efficienza e della qualità del proprio servizio sanitario regionale. Avendo lavorato (anche se quasi vent’anni fa) in Calabria, posso testimoniare direttamente che una quota della migrazione sanitaria era motivata proprio da una sfiducia di principio.
Accanto a questo aspetto, esiste però anche una componente molto rilevante legata alle difficoltà concrete di presa in carico, che riguarda tutti i malati di tumore: tempi non adeguati, problemi di qualità dell’assistenza, carenze organizzative che finiscono per costringere i pazienti a spostarsi altrove in modo quasi obbligato, indotto dalle circostanze.
È una situazione che, come AIOM, ci teniamo prima di tutto a fotografare e a denunciare. Non a caso, tra i gruppi di lavoro attivati per questo biennio, ne abbiamo istituito uno dedicato proprio ai percorsi dei pazienti oncologici, coinvolgendo i coordinatori regionali. L’obiettivo è duplice: da un lato veicolare messaggi culturali a livello nazionale, dall’altro farsi portavoce di indicazioni operative concrete da riportare nelle singole realtà amministrative e sanitarie regionali.
Le Regioni del Sud che presentano livelli di fuga elevati sono anche quelle con i più bassi livelli di copertura dello screening del tumore al seno?
Sì, sono due fenomeni che possono essere associati perché documentano la stessa difficoltà di efficienza nell’offerta del servizio sanitario, sia sul versante della diagnostica di prevenzione, sia sul versante della presa in carico terapeutica. Riteniamo però che non si tratta solo di un problema di offerta, ma è anche un problema di motivazione dei cittadini ad aderire, in quanto – a parità di invito ricevuto – la proporzione di cittadini che aderiscono non è la stessa in tutte le Regioni. È un messaggio che va colto e sul quale bisogna riflettere, al fine di implementare campagne declinate in modo specifico per le varie macro-aree.
Europa Donna Italia a giugno scorso ha lanciato la campagna La fortuna costa, la sfortuna di più, per sensibilizzare opinione pubblica e istituzioni sulla necessità di uniformare l’età degli screening su tutto il territorio nazionale. Qual è il valore di queste iniziative di advocacy?
E’ importante che le associazioni facciano sentire la propria voce, a favore di istanze i cui benefici saranno anche a favore delle generazioni future. Al momento lo screening mammografico è caratterizzato da una forte disparità tra regione e regione, ed è una situazione che, come AIOM, abbiamo già più volte denunciato. A questo proposito, nel volume è presente un capitolo molto approfondito a cura dell’Osservatorio Nazionale Screening, che fotografa in modo dettagliato la situazione nelle diverse macro-aree d’Italia, rendendo evidente l’entità delle differenze territoriali. È evidente che un impegno diretto del Ministero della Salute, attraverso l’inserimento di ulteriori fasce di età nei LEA, contribuirebbe ad alzare lo standard di offerta su tutto il territorio nazionale. In questo modo, lo screening diventerebbe realmente uniforme e garantito, riducendo le disparità attualmente esistenti. Finché questo passaggio non verrà compiuto, il sistema rimarrà esposto al rischio di profonde disuguaglianze, in quanto la copertura di alcune fasce di età, non essendo nei LEA, dipende dalle risorse economiche delle singole Regioni, creando squilibri che, in realtà, non dovrebbero esistere. L’accesso allo screening non può dipendere dalla regione di residenza: nessun cittadino dovrebbe avere più o meno diritto di altri a un aumento delle proprie chance di salute, come quello garantito dalla diagnosi precoce.
Come mai i dati di incidenza del tumore al seno sono i medesimi negli ultimi anni?
Purtroppo, dobbiamo fare i conti con un limite strutturale: i dati non sono disponibili in tempo reale. Esiste sempre un divario temporale tra la raccolta delle informazioni e l’aggiornamento dei registri, e questo non è un problema esclusivamente italiano, ma riguarda anche molti altri Paesi europei. Da diversi anni, infatti, le analisi e le stime elaborate da AIRTUM si basano su dati registrati negli anni precedenti. È per questo motivo che non si trovano ancora statistiche definitive riferite al 2024 o al 2025, e che i numeri più recenti disponibili risultano sostanzialmente allineati a quelli del 2023. Le eventuali variazioni dipendono dalle proiezioni statistiche, che possono indicare trend in aumento o in diminuzione, e che sono fondate su dati storici. Il “polso” della situazione però per noi oncologi è essenziale per la pratica clinica. Per ottimizzare la gestione clinica i numeri aggiornati sono importanti, ma è anche fondamentale che su tutto il territorio nazionale esistano percorsi chiari e condivisi, che garantiscano una diagnosi tempestiva e una presa in carico appropriata. Nel caso del tumore della mammella questo modello si è concretizzato nelle Breast Unit, ma lo stesso principio vale per tutti gli altri tumori. Strutturare reti di cura efficaci significa aumentare la qualità dell’assistenza, ma anche, e soprattutto, migliorarne la tempestività. In oncologia, infatti, non conta solo la qualità delle cure offerte, ma anche la rapidità con cui il paziente viene accompagnato lungo tutto il percorso diagnostico e terapeutico.
Per la prima volta, viene indicato un dato numerico più elevato rispetto agli anni precedenti per quanto riguarda l’incidenza del tumore al seno metastatico. Come va valutato?
L’aumento del numero di donne che vivono in Italia con una diagnosi di malattia metastatica non deve essere interpretato automaticamente come un segnale negativo. Al contrario, in molti casi rappresenta una fotografia del miglioramento dell’aspettativa di vita delle persone che si ammalano e convivono con una forma avanzata di tumore. Questo fenomeno è anche per altre forme oncologiche, ma è particolarmente evidente nel caso del tumore della mammella, dove negli ultimi anni l’aumento delle opzioni terapeutiche disponibili, il numero crescente di linee di trattamento e la maggiore efficacia delle terapie hanno contribuito in modo significativo a prolungare la sopravvivenza. In questo contesto, quindi, l’aumento della prevalenza non è tanto l’espressione di una maggiore incidenza della malattia, quanto piuttosto il risultato di progressi terapeutici concreti e di un miglioramento reale delle condizioni di vita e delle prospettive di chi riceve una diagnosi di tumore metastatico.