Gli autori di uno studio multicentrico nazionale propongono un algoritmo semplice ed efficace per agevolare l’identificazione della patologia
Sono 38 i bambini e gli adolescenti con malattia di Pompe a esordio tardivo attualmente diagnosticati in Italia. Eppure, sulla base delle stime epidemiologiche disponibili, i casi pediatrici attesi dovrebbero essere circa 350. Il dato, proveniente da un’indagine multicentrica nazionale coordinata dall’Università di Torino, pubblicata sulla rivista Orphanet Journal of Rare Diseases, riporta l’attenzione sul problema della ritardata o mancata diagnosi della patologia. Lo studio non si limita a fotografare il divario tra casi stimati e casi riconosciuti, ma propone anche uno strumento concreto per affrontarlo: un algoritmo diagnostico semplice per la malattia di Pompe a esordio tardivo, pensato per la pratica clinica quotidiana.
UNA SINTOMATOLOGIA INSIDIOSA
“La diagnosi della malattia di Pompe, soprattutto nella forma a esordio tardivo, può essere complessa”, afferma il prof. Francesco Porta, docente del Dipartimento di Scienze Cliniche e Biologiche della Scuola di Medicina dell’Università di Torino.
Questa patologia, conosciuta anche come glicogenosi di tipo II, rientra tra le malattie da accumulo lisosomiale ed è causata dalla carenza dell’enzima alfa-glucosidasi acida (GAA), deputato alla degradazione del glicogeno, riserva energetica essenziale per l’organismo. Quando l’attività di questo enzima è assente o ridotta, a causa di mutazioni nel gene GAA, il glicogeno si accumula progressivamente all’interno dei lisosomi cellulari, determinando un danno che interessa, in particolare, il tessuto muscolare e il cuore.
Il quadro clinico, nella malattia di Pompe, può variare in modo significativo a seconda dell’età di esordio dei sintomi e del grado di attività enzimatica residua.
La forma a esordio precoce (IOPD, Infantile-Onset Pompe Disease), rappresenta la variante più grave: compare nei primi mesi di vita con cardiomiopatia ipertrofica, ipotonia marcata, difficoltà respiratorie e segni sistemici come macroglossia ed epatomegalia. In assenza di trattamento, l’evoluzione può essere rapidamente fatale.
Nella forma a esordio tardivo (LOPD, Late-Onset Pompe Disease), invece, il coinvolgimento cardiaco è generalmente meno marcato e l’andamento della malattia più lento. “La sintomatologia, in questi casi, è spesso subdola e sfumata, con manifestazioni aspecifiche che si riconoscono pienamente solo a posteriori”, osserva il prof. Porta. “In altre parole, i segnali ci sono, ma non sempre vengono interpretati come indicativi della patologia. Può manifestarsi un ritardo nell’acquisizione di alcune tappe motorie, come il sedersi o il camminare nei tempi attesi, con difficoltà ad alzarsi dalla posizione supina, a correre o a salire le scale, oppure una generica riduzione della resistenza allo sforzo. Si tratta di segni che, soprattutto nei primi anni di vita, possono essere attribuiti ad altre miopatie”.
Rileggendo la storia clinica dei pazienti sintomatici inclusi nello studio italiano, emerge che nel 79% dei casi l’insorgenza della malattia di Pompe a esordio tardivo risale ai primi tre anni di vita. “Il confronto con i genitori di questi pazienti rivela che spesso i primi segnali della patologia erano già presenti da tempo ma non avevano ancora trovato una spiegazione e venivano interpretati come caratteristiche peculiari del bambino”, sottolinea il pediatra. “Il nodo, quindi, non è tanto la presenza dei sintomi quanto la loro interpretazione nel contesto clinico”.
IL NUOVO ALGORITMO
Secondo quanto emerso dall’indagine, il sospetto diagnostico di malattia di Pompe a esordio tardivo si accende principalmente in due circostanze: quando compaiono sintomi di tipo miopatico oppure in presenza di particolari alterazioni biochimiche riscontrate occasionalmente.
Nel primo caso si tratta di bambini che giungono all’osservazione clinica per una miopatia progressiva, responsabile di difficoltà motorie. “Segni non necessariamente specifici della malattia di Pompe, ma indicativi di un possibile coinvolgimento neuromuscolare che richiede un inquadramento attento”, specifica il prof. Porta. “Nel secondo caso, il percorso diagnostico prende avvio da un dato di laboratorio, come il riscontro di un aumento persistente di creatinchinasi nel sangue [indice di sofferenza muscolare, N.d.R.] talvolta associato a un innalzamento delle transaminasi”. Nello studio italiano, livelli elevati di creatinchinasi erano presenti in tutti i pazienti inclusi nell’indagine: un dato che conferma il ruolo centrale di questo parametro nel sospetto diagnostico di LOPD.
Proprio a partire da queste due situazioni cliniche, il gruppo di lavoro ha elaborato un algoritmo diagnostico per la malattia di Pompe a esordio tardivo pensato per la pratica clinica quotidiana. L’obiettivo è semplice: non attendere che il quadro clinico diventi conclamato, ma inserire fin da subito la misurazione dell’attività dell’enzima GAA tra gli esami di primo livello nei bambini con segni miopatici o con determinate alterazioni biochimiche. “La malattia di Pompe è una patologia neuromuscolare per cui esiste un test diagnostico rapido e semplicissimo”, evidenzia il prof. Porta. “La misurazione dell’attività enzimatica su carta bibula (DBS, Dried Blood Spot) richiede solo una goccia di sangue ed è un esame mini-invasivo, facilmente eseguibile addirittura in ambito ambulatoriale”. Questo elemento cambia la prospettiva: di fronte a un sospetto clinico, la verifica può essere rapida e accessibile.
L’algoritmo proposto integra la logica dello screening con quella della pratica clinica tradizionale. “Non si tratta di uno screening universale, ma di un modello selettivo applicato a una popolazione pediatrica clinicamente definita, in presenza di segni miopatici o specifiche alterazioni biochimiche persistenti”, spiega il pediatra. “Nella pratica clinica tradizionale si parte dal sintomo e si decide se eseguire un esame. Noi suggeriamo di mantenere questa logica, ma con ‘maglie più larghe’, ricorrendo al test anche al minimo sospetto, proprio per non perdere pazienti”.
In alcuni Paesi la malattia di Pompe è già stata inserita nel panel dello screening neonatale. In Italia, al momento, pur essendo stati avviati progetti pilota e iniziative regionali, l’inclusione della patologia nel programma nazionale di screening dei neonati non è ancora concretamente realizzata. Nel contesto attuale, quindi, l’algoritmo proposto dai ricercatori italiani rappresenta uno strumento semplice e concreto per sensibilizzare i pediatri e favorire una diagnosi più tempestiva della LOPD nei pazienti pediatrici. “Anticipare il riconoscimento della malattia significa poter iniziare prima la terapia enzimatica sostitutiva e modificare così la storia clinica del paziente”, conclude il prof. Porta. “La malattia di Pompe a esordio tardivo non è necessariamente più rara di quanto indichino le stime: è più spesso sottodiagnosticata”.