Parliamo di uno studio preclinico basato sul trapianto di cellule staminali geneticamente corrette, guidato da Valentina Poletti dell'Università di Padova
Un recente studio italiano, pubblicato sulla rivista internazionale Molecular Therapy ci offre una nuova prospettiva per il trattamento di due gravi e rare malattie genetiche: la Gangliosidosi GM1 e la Mucopolisaccaridosi di tipo IV-B(nota anche come Morbo di Morquio B). Lo studio, frutto del lavoro scientifico del team di ricerca del Dipartimento di Salute della Donna e del Bambino dell'Università di Padova, ha testato una strategia avanzata di terapia genica nel modello murino affetto da Gangliosidosi GM1, che potrebbe aprire una possibilità concreta anche per il trattamento di una specifica forma di mucopolisaccaridosi.
Entrambe le patologie appartengono al vasto gruppo delle Malattie da Accumulo Lisosomiale (LSD), un insieme di oltre settanta patologie rare e devastanti causate dal malfunzionamento dei lisosomi.
I lisosomi sono organelli cellulari che funzionano come "sistemi di smaltimento e riciclo" della cellula e contengono enzimi specifici che degradano materiali di scarto. Nelle LSD, la carenza di uno di questi enzimi porta all'accumulo tossico di sostanze non digerite all'interno delle cellule, danneggiandole progressivamente.
Queste due malattie in particolare sono dovute alla carenza dell'enzima beta-galattosidasi. Questo deficit causa l'accumulo di sostanze complesse (rispettivamente gangliosidi e cheratan solfato) che portano a neurodegenerazione progressiva - un danno irreversibile del sistema nervoso - e a gravi sintomi sistemici, compromettendo organi come ossa, cuore, fegato e milza.
"La ricerca ha testato con successo una strategia avanzata di terapia genica nel modello murino affetto da Gangliosidosi GM1- spiega la direttrice dello studio Prof.ssa Valentina Poletti del Dipartimento di Salute della Donna e del Bambino dell'Università di Padova - L'approccio si basa sul trapianto autologo di cellule staminali emopoietiche geneticamente corrette: le cellule prelevate dal paziente stesso, modificate in laboratorio e poi reinfuse, da un lato evitano problemi di rigetto, dall’altro essendo anche "progenitrici" e rigenerano tutte le cellule del sangue e del sistema immunitario geneticamente corrette, comprese le cellule microgliali del cervello."
Nel modello animale, le cellule staminali prelevate e geneticamente corrette per produrre l'enzima beta-galattosidasi funzionante sono state reinfuse nel sangue o direttamente nel Sistema Nervoso Centrale (SNC), cioè cervello e midollo spinale.
"I risultati - sottolinea Valentina Poletti - sono stati significativi: l'enzima mancante è stato prodotto efficacemente (ripristino dell'attività enzimatica), abbiamo osservato una marcata diminuzione dei segni patologici della malattia, le capacità di movimento e coordinazione degli animali sono notevolmente migliorate, e infine la terapia ha prolungato la vita degli animali trattati."
"Questi dati, ottenuti nel modello di Gangliosidosi GM1, suggeriscono un forte potenziale terapeutico di questa piattaforma di terapia genica. L'efficacia dimostrata nel ripristinare l'enzima e nel contrastare la neurodegenerazione apre una concreta opportunità terapeutica - conclude Valentina Poletti - anche per la Mucopolisaccaridosi IV-B, condividendo quest’ultima la stessa causa enzimatica. Lo studio rappresenta quindi un importante passo preclinico verso lo sviluppo di una cura potenzialmente risolutiva per queste gravi malattie, attualmente prive di terapie definitive. Le Malattie da Accumulo Lisosomiale sono condizioni rare, spesso a esordio infantile, con un decorso severo. La terapia genica con cellule staminali rappresenta una frontiera della ricerca che mira a una correzione permanente della causa."
È importante sottolineare che questi risultati, pur incoraggianti, appartengono ancora alla fase della ricerca preclinica. Il passaggio alla sperimentazione clinica richiederà tempo, probabilmente anni, e ulteriori studi rigorosi per verificarne sicurezza ed efficacia nell’uomo. Tuttavia, è proprio grazie a questo lavoro preliminare, spesso meno visibile ma essenziale, che diventa possibile immaginare nuove strategie terapeutiche per i pazienti. La ricerca preclinica rappresenta quindi un passaggio imprescindibile nel percorso che porta dall’ipotesi scientifica alla cura, e come tale merita attenzione, continuità e un sostegno adeguato.