di Francesco Di Lorenzi
Il risultato del primo turno delle elezioni presidenziali in Portogallo che, con ogni probabilità, sarà ampiamente confermato nella seconda tornata di questo fine settimana, ci restituisce una speranza su cui è necessario fare qualche riflessione; non solo per il legame profondo che, da socialisti e da italiani, ci unisce ad un popolo vicino ed amico, ma anche per le molte similitudini con il fondamentale confronto elettorale nostrano del prossimo anno. La sfida, infatti, ha contrapposto il socialista Antonio Josè Seguro al candidato di estrema destra Andrè Ventura, leader del movimento “Chega”, una declinazione locale del sovranismo in salsa meloniana, fatto di molti slogan: quello più utilizzato è stato “questo non è il Bangladesh”, di comizi urlati e di contrapposizioni violente tra un presunto bene ed un male sempre identificato nell’avversario e nel nemico di turno. I portoghesi, tuttavia, non hanno abboccato all’amo e sembrano non voler seguire la marea montante della variopinta galassia nazionalista che si allarga a macchia di leopardo tra le due sponde dell’atlantico; il candidato socialista ha infatti ottenuto una vittoria piuttosto netta, superando il 30% dei voti e distanziando il rivale di quasi otto punti percentuali. Ma il dato per noi più interessante è quello di indagare meglio le modalità di questo importante successo, in un Paese importante dell’Unione. Intanto la scelta del candidato, che è ricaduta su un uomo della concretezza e del pragmatismo, su un politico di vecchio stampo, di partito, orientato alla mediazione ed alla sintesi, niente divi, showmen o imbonitori di turno. Seguro, classe 1962, è entrato giovannismo nel partito socialista e, con quell’ascensore sociale che solo i partiti democratici potevano garantire, ha ricoperto cariche sempre più importanti fino a diventarne segretario generale nel 2011. Nel 1991 era stato già eletto in parlamento ed aveva collaborato attivamente in vari governi di Antonio Guterres. Nel 2014, dopo un deludente risultato elettorale alle europee, viene sconfitto nelle primarie del partito e per un decennio si defila dalla politica attiva, dedicandosi all’insegnamento nel dipartimento di Relazioni Internazionali dell’Università di Lisbona. È tornato protagonista nel 2026 con lo stile che lo ha sempre contraddistinto, lontano da eccessi e da sensazionalismo, con un programma elettorale fatto dell’abc di un moderno socialismo riformista, diverso e distante dai populismi di moda in tutto il vecchio continente. I temi fondamentali della sua campagna sono stati la difesa della sanità pubblica, il lavoro, la sicurezza delle città, il rilancio dei servizi pubblici essenziali, l’emergenza abitativa, in particolare per le giovani coppie; un programma che ricalca quasi perfettamente la piattaforma che portiamo avanti con il progetto “Avanti per l’Italia”, intriso di quel riformismo, radicale e pragmatico allo stesso tempo, che ha scritto le pagine più alte del socialismo democratico europeo. Un mix vincente di serietà ed attenzione ai problemi concreti delle persone che è stato premiato dagli elettori oltre ogni aspettativa, suscitando stupore anche tra molti addetti internazionali, che immaginavano il “vecchio” rappresentante del socialismo riformista come la vittima sacrificale perfetta di fronte all’avanzata travolgente della destra a trazione sovranista, forte dei suoi popolari slogan anti immigrazione. Si sbagliavano e non di poco, a dimostrazione di quanto, nelle tanto vituperate democrazie liberali, sia ancora possibile sovvertire pronostici, sondaggi e racconti di un certo mainstream. Sarà per la vecchia amicizia che ci lega con i compagni portoghesi, per il mito della rivoluzione dei garofani a cui dobbiamo, in parte, il nostro storico simbolo e che mise fine ad una dittatura brutale e violenta, per la vicinanza politica, umana e per il ruolo fondamentale avuto da Bettino Craxi e Mario Soares, durante gli anni ottanta, nella costruzione di un moderno e vincente socialismo dai tratti mediterranei, ma questa nuova alba lusitana, che si affianca idealmente al percorso iniziato con successo dalla Spagna socialista di Pedro Sanchez, ci riempie di speranza e ci rafforza nel nostro duro ed incessante lavoro per un nuovo protagonismo del socialismo italiano. Come ricordava con affetto Ugo Intini “con i portoghesi, il rapporto fu tale che il simbolo del Psi è praticamente nato a Lisbona e quello dei socialisti portoghesi a Roma. Il garofano voluto da Craxi in sostituzione della falce e martello è stato certo un antico segno distintivo dei compagni sin dalla fine dell’Ottocento. Ma la rivoluzione pacifica che nel 1976 ha liberato il Portogallo dal salazarismo è partita con i soldati che li mettevano nella canna del fucile, decisi a non sparare contro i manifestanti per la libertà e sull’emozione del suo successo il Partito Socialista Italiano ha finalmente adottato il garofano”. Roma e la sede del partito sono stati per anni, infatti, la casa di molti esiliati della penisola iberica, a cui abbiamo offerto protezione, finanziamenti e un sicuro riferimento ideale. “Nel Portogallo liberato – ricordava ancora il nostro ex direttore – quando andavo a trovare Mario Soares nel palazzo di Belem dove sedeva come Presidente della Repubblica, gli portavo l’Avanti, che scorreva riverente come fosse il New York Times. Anche il suo allievo Antonio Guterres, capo del governo dopo di lui, non si dimenticò mai del legame con l’Italia”.