Ben detto! | L’autorevolezza nella comunicazione digitale in 3 parole – 2. Competenza | Rizzoli Education

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Competenza: inquadramento linguistico

La parola competenza occupa da tempo una posizione centrale nel lessico pubblico, educativo e professionale. La sua storia è lunga e molto stratificata: nasce in ambito giuridico, dove indica la sfera di attribuzioni di un’autorità, e si estende progressivamente alla dimensione individuale, fino a definire la capacità di svolgere un compito in modo adeguato, integrando conoscenze, abilità e soprattutto esperienza. La competenza, soprattutto nel lessico d’uso, si manifesta nell’azione: è un sapere che prende forma in un contesto preciso. Ma oggi, il termine ha assunto un rilievo particolare in relazione al digitale. Si parla sempre più di competenze digitali accanto a quelle trasversali (o soft skills), e anche di formazione continua. La competenza è considerata una risorsa misurabile, spendibile e che deve essere anche aggiornata nel tempo. Questo spostamento semantico contribuisce a rendere la parola apparentemente più “concreta” e operativa rispetto alla conoscenza, spesso percepita come astratta. Eppure, questa contrapposizione è fuorviante. La competenza non esiste senza conoscenza, così come la conoscenza, per essere tale, implica già una forma di competenza. Separarle nettamente significa impoverirle entrambe. Nel contesto digitale, tuttavia, il termine competenza tende a caricarsi di nuovi significati: non indica più soltanto ciò che si sa fare, ma anche ciò che si riesce a mostrare e dimostrare agli altri. In sintesi: rendere visibile nello spazio della comunicazione.

Il potere delle parole: competenza e autorevolezza

Per essere autorevoli serve la competenza o basta saperla mostrare? La domanda tocca uno dei temi più delicati della comunicazione digitale contemporanea. Per lungo tempo, infatti, competenza e autorevolezza coincidevano: si era considerati autorevoli perché si possedeva un sapere riconosciuto, fondato su conoscenze validate e percorsi di studio. Oggi questo legame non è del tutto scomparso, ma si è fatto meno lineare. Non tutto ciò che è competente appare tale. E non tutto ciò che appare competente lo è davvero. Una parte di questa ambiguità riguarda il modo in cui intendiamo la competenza. Tendiamo a pensarla come un blocco unico, mentre in realtà non tutte le competenze funzionano allo stesso modo né si rendono visibili allo stesso modo. È in questo scarto che si inserisce quella che molti studiosi hanno definito una vera e propria crisi dell’expertise: una crescente difficoltà, nello spazio pubblico, a riconoscere e attribuire valore al sapere degli esperti e delle esperte. Una delegittimazione dell’autorità intellettuale che è stata analizzata da Harry Collins e Robert Evans, i quali distinguono due forme di competenza. La prima è la competenza contributiva, cioè quella di chi opera direttamente in un ambito specialistico, di chi “fa” davvero quella cosa, producendo conoscenza o applicandola professionalmente. La seconda è la competenza interazionale, cioè quella che appartiene a chi sa parlare di un sapere specialistico, ne conosce il linguaggio e riesce a renderlo comprensibile a un pubblico più ampio. Secondo questa prospettiva, la capacità comunicativa non è da considerare un accessorio della competenza tecnica né un suo sostituto: è una competenza a sé, con funzioni ben precise. Nel digitale, però, questa distinzione tende a sfumare e la competenza interazionale finisce spesso per occupare tutto lo spazio, prendendo il posto della competenza contributiva. L’assenza di filtri istituzionali stabili, la velocità della comunicazione e i meccanismi di visibilità delle piattaforme social rendono sempre più difficile distinguere tra chi semplifica con rigore e chi banalizza per mancanza di conoscenza. L’autorevolezza rischia così di trasformarsi in un effetto linguistico: non ciò che si sa, ma come lo si dice.

PER APPROFONDIRE

Puoi approfondire questi temi nel volume B de Il tempo delle parole. Scrivere, parlare, pensare (Maurizia Franzini, La Nuova Italia 2026). Qui troverai tre schede dedicate alla comunicazione digitale con attività per scrivere e riflettere sulle parole: Navigare nei contenuti digitali, AI: una nuova grammatica digitale, Il giornalismo digitale. Le schede sono corredate da un glossario che raccoglie alcuni tra i termini più significativi della comunicazione digitale, uno strumento agile per arricchire il lessico, attivare il pensiero critico e navigare in rete con maggiore consapevolezza.

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