Grazie al suggerimento del biologo di un laboratorio di analisi privato, Riccardo si è rivolto al Centro di Coordinamento Malattie Rare del Friuli, dove ha ottenuto la risposta ai suoi problemi di salute
Non tutte le malattie rare sono caratterizzate da una sintomatologia grave e improvvisa e non sempre compromettono la sopravvivenza di chi ne è affetto; a volte possono essere asintomatiche o presentarsi con manifestazioni che tendono a mimetizzarsi in quadri più blandi. Ciononostante, senza una diagnosi precisa, i disturbi provocati da queste patologie permangono, diventando parte integrante della vita di una persona che, di conseguenza, non riesce a trovare una giustificazione per le proprie problematiche di salute. Spesso gli indizi che portano verso la consulenza di uno specialista ci sono, ma a volte non sono facili da riconoscere, così i tempi della diagnosi si dilatano e solo alla fine, quando arriva la conferma, ci si accorge di quel che sarebbe servito per individuare la malattia. Il problema del ritardo diagnostico si genera su queste basi, ma fortunatamente non sempre è così. Lo dimostra la storia di Riccardo.
Riccardo è un nome di fantasia, per proteggere la privacy dell’interessato, ma i fatti sono autentici. La sua esperienza si intreccia con una malattia rara, dal nome difficile da ricordare e pronunciare: xantinuria ereditaria. Nel pieno dei suoi 25 anni, Riccardo esprime energia e agilità mentale, conducendo una vita come quella di tanti suoi coetanei, tra studio, lavoro, incontri con gli amici e uscite con la fidanzata. Ma da tre anni il giovane accusa degli strani dolori muscolari che, gradualmente, da saltuari sono divenuti periodici e si manifestano soprattutto al mattino, interessando particolarmente i polpacci: inizialmente il ragazzo non dà particolare peso alla cosa, attribuendone la responsabilità all’attività fisica, ma il fatto che questi dolori diffusi non spariscano col tempo lo spinge a sottoporsi ad alcuni esami del sangue. Su suggerimento della madre, si reca presso il laboratorio di analisi cliniche Labmedica a San Vito al Tagliamento (PN), dove esegue un check-up generale: i risultati degli esami sono tutti perfettamente nella norma tranne un valore, quello dell’acido urico, inferiore a 1,5 mg/dL (l’intervallo di normalità va da 3,5 a 7,2 mg/dL). L’esame viene ripetuto per conferma producendo lo stesso risultato, motivo per cui il biologo del laboratorio suggerisce il dosaggio dell’acido urico nelle urine. Il valore è ancora molto basso (4 mg, mentre il range di normalità va da 250 a 750): non si tratta, pertanto, di un problema di eccessiva escrezione urinaria. C’è qualcosa di anomalo nella produzione di acido urico.
Di solito, questo esame viene suggerito nel caso di dolori articolari o di altri sintomi riconducibili alla gotta, oppure nel caso in cui il paziente sia a rischio per la formazione di calcoli renali, dal momento che l’acido urico è un prodotto della degradazione delle purine. Purine e pirimidine sono le basi azotate che formano i nucleotidi, le subunità molecolari da cui sono formati il DNA e l’RNA. Attraverso processi di degradazione e ricambio cellulare, le purine sono rilasciate nel sangue ma, in una certa misura, la loro presenza è giustificata dalla digestione di alcuni cibi (soprattutto frattaglie, cacciagione, carni rosse e bianche, sarde, aringhe, cozze, sgombri e legumi) e bevande (birra). La maggior parte dell’acido urico è rimossa dall’organismo grazie ai reni, per questo lo si va a dosare nelle urine (come è stato fatto anche nel caso di Riccardo, supponendo che ci fosse qualche problema nel rilascio di acido urico).
Un eccesso di acido urico nel sangue può essere causa della gotta, una dolorosa malattia a danno dei reni e delle articolazioni, nella quale la precipitazione dei cristalli di urato di sodio si associa allo stato infiammatorio tipico della patologia. Ugualmente, un elevato livello di acido urico può comportare la deposizione di cristalli a livello del rene, provocando una calcolosi. Al contrario, la diminuzione della produzione di acido urico - che si è visto essere il problema di Riccardo - è più rara e può essere dovuta a un danno di diversa natura. Il medico di base del ragazzo non ha dato particolare peso ai due asterischi accanto al valore dell’acido urico, ma a questo punto la madre ha deciso di rivolgersi allo stesso laboratorio Labmedica per un suggerimento su come arrivare a comprendere meglio l’origine del problema: il biologo della struttura ha perciò ritenuto di indirizzarla al Centro di Coordinamento per le Malattie Rare del Friuli Venezia-Giulia, diretto dal professor Maurizio Scarpa.
Riccardo ha quindi preso appuntamento con gli esperti del Centro, attivo presso il Presidio Ospedaliero S. Maria Della Misericordia di Udine, che hanno scrupolosamente raccolto i dati anamnestici del ragazzo e gli hanno prescritto un’indagine molecolare del gene XDH, responsabile della produzione di xantina deidrogenasi, un enzima deputato alla degradazione dell’ipoxantina e della xantina in acido urico. Riccardo è stato quindi sottoposto a un prelievo di sangue periferico da cui è stato possibile eseguire l’analisi dell’intero esoma, che ha permesso di rilevare due varianti del gene XDH classificate come patogenetiche: queste mutazioni sono associate alla xantinuria di tipo 1, una malattia ereditaria, a trasmissione autosomica recessiva, caratterizza da concentrazioni molto basse di acido urico nel sangue e nelle urine, oltre che da elevati livelli urinari di xantina che possono provocare calcolosi delle vie urinarie. Sebbene in molti pazienti sia asintomatica, la patologia può manifestarsi con perdite di sangue nelle urine (ematuria), coliche renali, insufficienza renale acuta e, più raramente, con artropatia, miopatia e ulcera duodenale.
Una volta confermata la diagnosi di xantinuria, a Riccardo è stata prescritta un’ecografia addominale, per il controllo dei reni, insieme a una valutazione neurologica. Fortunatamente, la malattia del ragazzo non è grave e può essere tenuta sotto controllo grazie a una dieta specifica, con ridotta assunzione di purine, e al mantenimento di una buona idratazione, in maniera da prevenire la calcolosi.
Tuttavia, l’aspetto su cui l’esperienza di Riccardo invita a focalizzare l’attenzione riguarda la cultura del sospetto di malattia, imprescindibile per accelerare la diagnosi e scongiurare un ritardo che, nel suo caso, avrebbe potuto protrarsi a lungo: molti pazienti con patologie rare, infatti, finiscono per rimbalzare da uno specialista all’altro senza ottenere risposte chiare che spieghino la loro sintomatologia, mentre ad altri la causa dei loro problemi viene attribuita a disturbi psicosomatici e liquidata senza troppi accertamenti. Ma così il problema rimane.
Conoscere le malattie rare è importante, così come coltivare il sospetto della loro eventuale presenza: solo in questo modo i medici del territorio possono indirizzare il paziente presso strutture ad elevata competenza - come il Centro di Coordinamento per le Malattie Rare del Friuli Venezia-Giulia - dove può avere inizio l’iter di approfondimento necessario a trovare una risposta alle perplessità e agli interrogativi rimasti aperti. Centri come questo sono presenti in diverse Regioni d’Italia e, oltre ad ospitare medici e professionisti con una profonda competenza nel campo delle patologie rare, dispongono di strumenti di ultima generazione e tecniche innovative per l’analisi del DNA, capaci di scovare le mutazioni collegate a una condizione rara o ultra-rara.
Ovviamente, non tutti i valori alterati nel pannello degli esami del sangue sono per forza riconducibili a patologie rare, ma se l’indagine clinica supporta l’anomalia biochimica, il dubbio trova maggior ragione di esistere, e deve essere indagato e poi risolto.
Un ultimo ma non trascurabile elemento risiede nel fatto che Riccardo si sia rivolto a una struttura privata per gli esami iniziali e che da una tale realtà sia giunta l’indicazione a consultare uno specialista: il biologo e il medico laboratorista svolgono un ruolo per nulla secondario e hanno il dovere e l’opportunità di interfacciarsi con i pazienti, fornendo suggerimenti utili per il loro cammino diagnostico. Specialmente in questo preciso momento storico, i laboratori privati possono e devono essere di supporto al Servizio Sanitario Nazionale, non solo svolgendo una parte delle analisi - sia semplici che complesse - ma integrandosi in una rete assistenziale che al centro deve sempre porre chi sta cercando risposte preziose per la propria salute.