Si fa comunità di cura e sistema partendo dagli ultimi – Consorzio Aaster

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di Aldo Bonomi   24Plus  Il Sole 24 Ore

25.11.25

Lo sguardo della storia insegna sempre. Ho partecipato ai lavori della Caritas Ambrosiana accompagnata in questi ultimi dieci anni da Luciano Gualzetti, ragionante sulle questioni sociali della metropoli e dell’urbano regionale compreso nel perimetro diocesano. Viene naturale sovrapporre la mappa disegnata nel “rasoterra sociale” della più grande diocesi di Europa, all’inoperosa area metropolitana milanese in espansione con al centro Milano città premium. Città incapace di esprimere egemonia sociale verso quei territori disegnati dalla storia diocesana, che si estendono sull’asse del Sempione e della pedemontana lombarda. In quest’area vasta risiedono 5,4 milioni di abitanti, si concentra il 14% del Pil italiano, suddiviso tra un 60% a Milano e un buon 40% nelle città snodo che gli fanno corona. Siamo nel cuore di quella piattaforma urbana e produttiva dove atterrano flussi di banche e finanza, innovazione manifatturiera e digitale, con data center che crescono come funghi, turismi fieristici e dello shopping di lusso in città mangiate dalla gentrificazione. Qui si vede la fiumana della composizione sociale dei lavori, che alimenta la piattaforma del competere, cittadini intermittenti, disaffiliati, schiacciati da un soffitto di cristallo sempre più basso.
Raccontare, raccontarsi ha dato voce a un terzo racconto, evidenziando la crisi di quel modello-racconto che celebrava i successi dei flussi, dimentico della piattaforma sociale. I numeri del Pil e delle economie galleggiano nella palude su palafitte senza coesione sociale ancorate alle forme di convivenza del disagio delle vite minuscole che chiedono salute-ambiente-abitare-vivere e lavorare.
Segnali della crisi profonda delle economie fondamentali della riproduzione della vita quotidiana che danno voce ai penultimi che temono di diventare ultimi, che si aggiungono agli ultimi della “società dello scarto”. Accomunati dall’impossibilità di stare in piedi senza sbattere contro il soffitto di cristallo delle città premium, dove i flussi sorvolano la città come rondini, senza porsi il problema della responsabilità sociale, per dirla con la retorica degli Esg. Sul territorio i responsabili Caritas raccontano di espulsione delle fasce deboli, giovani e anziani, nell’inverno demografico e nella congestione delle reti di trasporto, nella solitudine dei gorghi sociali del lavoro povero a supporto delle neofabbriche digitali, dei servizi di cura e manutenzione, dei lavori nel ciclo della conoscenza e della creatività, che attrae nella sola Milano 200mila studenti tartassati dalla rendita immobiliare.
Senza storia e senza memoria ci si è dimenticati nel presentismo anche del Covid che è stato flusso nella carne e nel corpo sociale del territorio. Salto d’epoca nel suo essere ultimo metro di prossimità, altro dalla simultaneità dei flussi. Per il sistema Caritas la faglia del Covid ha significato reinventarsi una logistica del sociale per raggiungere i vulnerabili con “angeli smanettoni” al servizio della logistica dell’ultimo metro per mangiare, vaccinarsi, curarsi, tanto celebrati quanto subito dimenticati. In quella retorica fatta di iper-abbondanza dei mezzi e totale incertezza dei fini, dicono gli operatori Caritas, occorre mettersi in mezzo con una pedagogia trasformativa.
Partendo dagli ultimi, dalle comunità dei bisogni e del disagio si fa comunità di cura interrogante la comunità inoperosa dei sorvolatori e le istituzioni locali per i servizi e per dare cittadinanza e inclusione. Non accettando la cultura della delega, ma mettendosi in mezzo alle faglie dell’abitare, del curarsi, del lavoro povero e dei senza lavoro, delle emergenze educative di fasce sociali che non mangiano futuro. È un fare soglia che oggi deve farsi “sistema” stressando parrocchie, Centri d’ascolto, Case della carità, partendo da quella storica in via Adriano fondata da don Colmegna e replicate nel territorio; cooperative sociali riunite nel Consorzio Farsi Prossimo che oggi conta 1.300 addetti come una media impresa manifatturiera, la Fondazione San Carlo, San Bernardino e l’Opera Cardinal Ferrari, promuovendo nelle crisi il Fondo Famiglia e lavoro o il recente Fondo Schuster sull’abitare, sino a interagire con chi pensa alla città sociale con 17 Cattedre della carità interroganti il divenire.
Verrebbe da chiudere questo Microcosmo come si fa con le buone notizie: per fortuna che c’è la Caritas, nel suo essere istituzione del margine e nel margine. Credo invece che questo racconto debba interrogare la città, i territori e la società sull’urgenza di mettere in mezzo alla faglia delle differenze e della coesione istituzioni sociali della comunità.

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