Microcosmi, 24.3.2026 Aldo Bonomi
Microcosmo da scrivere sotto il rumore angosciante delle guerre. Induce un rovistare nella cassetta degli attrezzi del fare commenti e racconti di un sociale sommerso e silente messo in mezzo tra geoeconomia e geopolitica. Bevagna non va alla guerra, scriveva il maestro De Rita ai tempi della guerra in Iraq. Metafora del disincanto di borghi e distretti allora. Che ti viene da rovesciare oggi con la guerra che ti entra dentro l’abitare borghigiano e il produrre per competere nel mondo strozzato non solo per il petrolio, ma nel suo scegliere come bersaglio desalinizzatori e fertilizzanti, Acqua e Terra per la nuda vita e i data center di memoria e comando della logistica per andare nel mondo. La vita è nuda lì in mezzo tra l’umano e il disumano. Ne è passata di acqua in quel Mediterraneo che alcuni cercano di percorrere con Flotilla di passione interrogante e mare da navigare nei mercati per il nostro capitalismo di territorio. Non più lunghe derive ma cesure sempre più accelerate. Non avevamo forse appena individuato nell’export negli emirati lo sbocco alternativo alla Russia con tanto di Expo, mondiali di calcio e turismi e grandi eventi che celebrano terre e buyers che aspettiamo al Salone del Mobile??? Ho l’impressione che se prima bastava nelle lunghe derive l’antropologico aspettare che passasse la nottata per ripartire, siamo nell’epoca del capitalismo politico e dell’imperiale controllo delle strozzature: Panama – Suez- Hormuz – Groenlandia – Via della seta… in una geofilosofia di ridisegno dei confini. Non suoni come un invito alla geofilosofia per il nostro capitalismo di territorio che almeno con una parola chiave che ridisegna il territorio ha da tempo fatto i conti: la logistica, bellezza. Nel passare nel fare impresa dal ciclo del controllo della catena del valore dentro le mura di capannoni e fabbriche al guardare fuori le mura, alla ragnatela del valore delle reti che la guerra ci restituisce sfilacciate e interrotte. Altro che casannone, casa e capannone come rifugio per poi ripartire. Siamo nell’epoca dei “fossati analogici” che ridisegnano territori e spazio di posizione perché “Big States e Big Tech hanno sviluppato un potere infrastrutturale capace di plasmare le città e i territori grazie a strategie di localizzazione basate su rendite di posizione, i cosiddetti fossati analogici”. Mi accingevo a segnalare con un micro per le imprese il ficcante piccolo libro “Governare la logistica” di Elena Franco e Luca Tamini. Folgorato nel capire che per Big States e Big Tech “la guerra altro non è che il proseguimento della logistica con altri mezzi”. Da loro intuito nell’introduzione citando A. Mihalla: “La guerra in Ucraina ha accelerato e intensificato la frammentazione del cyberspazio (splinternet) in hub ideologici che riproducono l’assetto geopolitico mondiale”. Lettura utile per capire il salto d’epoca che viviamo. Forse che non volano missili e droni sorvolando territori alla ricerca dei fossati analogici dove fare urbanicidio? Mi scuso con gli autori di questo uso azzardato del loro farci riflettere sul come “la globalizzazione digitale ha profondamente trasformato le infrastrutture logistiche rendendole centrali nelle dinamiche economiche di questo primo ventennio del XXI secolo”. Utilissimo per capire il nesso sociale tra capitalismo delle piattaforme digitali e gig economy dei raiders nella “città opaca” dove si modifica la riproduzione della vita quotidiana come il turismo, la mobilità, i consumi, l’abitare e l’amministrazione dei servizi ai cittadini. In più, essendo Elena ricercatrice IUAV e Luca al Poli di Milano ci allegano una mappa ragionata delle ZLS (zone logistiche semplificate) del centro nord dove si produce per competere. Lo segnalo come lettura anche dopo aver ricevuto da un caro amico un invito a ragionare sul come fermare le guerre se non con una mobilitazione oceanica per la pace, a maggior ragione oggi che di oceanico se ne vede poco. Tracce di manifestazioni, mobilitazione e appelli di un sentire indignato giustamente contro la guerra che mobilita passioni ma non interessi. Eppure, sarebbe interesse anche degli interessi del nostro capitalismo di territorio per tornare alla metafora di Bevagna, mobilitarsi per la pace. Manifestare e chiedere pace per le economie e per evitare di finire in quel fossato analogico del disumano che è la guerra. Ricordando il racconto del mugnaio che con l’imperatore che chiamava tutti alla guerra, lui che lavorava la farina del quotidiano per il pane, disse di NO. Forse tocca anche alle rappresentanze degli interessi prendere voce e uscire dal fossato dell’indifferenza. Speriamo.
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