14 Aprile 2026
Le fotografe nella storia
La fotografia ha avuto fin dalle sue origini una presenza femminile significativa, non ai margini, ma dentro, spesso in modo decisivo. Mi ha sempre incuriosito capire come le fotografe del secolo scorso siano arrivate a fare di questa passione una professione: come hanno iniziato, quali novità hanno introdotto, come si sono fatte strada. La storia di questa presenza è lunga e documentata. È da questa curiosità che nasce l’approfondimento che apro con questo articolo. Non ho nessun intento didattico, vorrei usare questo strumento per tenere traccia di uno studio personale. Le fotografe di cui voglio parlare sono molte, e ognuna avrà il suo spazio.
La prima fotografa di cui ho avuto consapevolezza è Annie Leibovitz. L’ho scoperta come la scoprono tutti, attraverso i suoi ritratti. Ma quello che mi ha colpito, leggendo come racconta i suoi inizi, è qualcosa di più semplice: l’idea che la macchina fotografica ti autorizzi a uscire nel mondo con uno scopo. Una cosa che capisce giovanissima, quasi per caso, e che non lascia più.
Poi è arrivata Dora Maar. L’ho incontrata attraverso un libro, quasi per caso. Conoscevo il suo nome, tutti conoscono il suo nome, ma quasi sempre come musa di Picasso e non come fotografa. Eppure era una fotografa. E brava. Molto brava. Riusciva a unire il lavoro su commissione con quello personale di ricerca, con una sicurezza che denotava già alla sua giovane età un linguaggio ben formato.
Francesca Woodman è venuta dopo, e in modo diverso: ho ricevuto in regalo la sua monografia nel 2020, lo stesso anno in cui ho deciso di fare la fotografa. Non la conoscevo. È morta a ventidue anni, nel 1981, l’anno in cui sono nata io. Troppe coincidenze per non studiarla. Ha lasciato un archivio di oltre ottocento fotografie che quasi nessuno aveva visto mentre era viva. Usava il proprio corpo come soggetto e come strumento. È uno di quei casi in cui non sai bene cosa ti colpisce di più: le fotografie o la storia.
Tre fotografe molto diverse. E una curiosità che da lì non si è più fermata.
L’ingresso laterale
Molte fotografe sono arrivate alla fotografia tardi, per caso, spesso attraverso un uomo. Julia Margaret Cameron inizia a fotografare a cinquant’anni, quando la figlia le regala una macchina per distrarla. Tina Modotti la scopre attraverso il compagno Edward Weston, con cui si trasferisce in Messico. Berenice Abbott inizia come assistente di Man Ray a Parigi. Vivian Maier fotografa per tutta la vita in silenzio, e viene scoperta solo dopo la sua morte.
Non è una coincidenza: racconta il contesto in cui queste fotografe vivevano, dove l’accesso alla professione passava spesso per relazioni, eredità o aperture fornite da altri, e dove alcune sono riuscite ad arrivare nonostante questo, trasformando quell’ingresso laterale in qualcosa di completamente loro.
La fotografia come strumento
Una cosa che accomuna molte di queste fotografe è che la fotografia non era un fine. Era un mezzo. Dorothea Lange porta il suo sguardo sugli effetti della Grande Depressione nelle campagne americane, con una fotografia di denuncia sociale. Gerda Taro muore a ventisette anni sul fronte della guerra civile spagnola, fotografando. Letizia Battaglia documenta Palermo durante gli anni della mafia, non per fare arte ma per mostrare ciò che stava accadendo. Tina Modotti usa la macchina fotografica come strumento politico, dentro il clima del Messico post-rivoluzionario. Cindy Sherman e Claude Cahun la usano per indagare l’identità femminile, per smontare gli stereotipi dall’interno.
Quello che accomuna molte di queste fotografe è un interesse ricorrente verso ciò che la storia visiva del Novecento aveva lasciato ai margini, anche il tema stesso della donna, interpretato dagli occhi delle donne. Ovvio non si tratta di una regola e le eccezioni non mancano.
Gerda Taro firma le sue fotografie con il nome Robert Capa, il nome del compagno. Il loro stile era così simile che per decenni è stato difficile distinguere le immagini di lei da quelle di lui. Vivian Maier muore senza aver mai esposto, con migliaia di negativi mai sviluppati.
Dora Maar è forse il caso più netto. Alla sua portinaia, poco prima di morire, disse: “Ero una fotografa famosa.” Passato remoto. Come se parlasse di qualcun’altra. Picasso, secondo il suo biografo, non riusciva a tollerare l’idea che lei potesse essere migliore di lui in qualsiasi campo e la spinse ad abbandonare la macchina fotografica. L’ultima commissione documentata è un ritratto di copertina per il Time nel 1939. Dopo, il silenzio. Le sue fotografie sono rimaste in gran parte sconosciute per decenni, fino a quando storici e istituzioni hanno iniziato a ricostruire il suo lavoro. Il Centre Pompidou ha acquisito una parte significativa del suo archivio nel 2004, sette anni dopo la sua morte.
Da questa storia, e dalle molte simili che ho incontrato studiando, nasce l’approfondimento che apro con questo articolo. Nei prossimi ne approfondirò alcune, a partire da Dora Maar. La lista è aperta, e probabilmente più lunga di quanto adesso riesca a immaginare.
Letture
Annie Leibovitz, Annie Leibovitz at Work, Jonathan Cape / Random House, 2008. Edizione italiana: De Agostini, 2012.
Louise Baring, Dora Maar. Paris in the Time of Man Ray, Jean Cocteau, and Picasso, Rizzoli, New York, 2017.
Chris Townsend, Francesca Woodman, Phaidon, Londra, 2007.