Dieci anni senza Marco - Partito Socialista Italiano

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di Bobo Craxi

Sono passati dieci anni dalla morte di Marco Pannella; come amava ripetere “metteva il corpo” nella sua azione politica e così fu che anche la lunga agonia che lo condusse al trapasso: la offrì in dono ai propri seguaci, amici, compagni e passanti in quel di via della Panetteria dove ci fu un pellegrinaggio laico per rendere omaggio ad un protagonista assoluto della vita politica italiana. Sebbene proveniente da un fronte ultra minoritario del fronte laico e progressista del Paese, Marco Pannella in forza della sua esperienza nelle formazioni universitarie antifasciste del dopoguerra rieditò il Partito Radicale sino a trasformarlo in una formidabile organizzazione post-politica di movimento e propaganda, innanzitutto per battaglie di civiltà e progresso. Non fu uomo di potere ma esercitò a suo modo una funzione politica di raccordo fra istanze di natura popolare e le forze governative con le quali ebbe rapporti di collaborazione ma anche di energica competizione e scontro. Di matrice liberale ed azionista, Ernesto Rossi, Pannunzio, Calamandrei i suoi riferimenti ideali, ma anche il Socialismo Liberale dei Fratelli Rosselli, Pannella porta il Partito Radicale per la prima volta in Parlamento nel 1976 sull’onda della vittoria referendaria in difesa della legge sul divorzio che i clericali cercarono di disarcionare; una legge che Pannella aveva in parte sostenuto con la lega italiana per il divorzio ed in Parlamento promosso grazie all’impulso liberale di Baslini e socialista di Loris Fortuna. Si avviò in quell’occasione una feconda collaborazione fra socialisti e radicali, questi ultimi addirittura anticiparono i socialisti sottraendo loro il simbolo della cosiddetta rosa nel pugno che era ed è il simbolo dell’Internazionale Socialista ma che Pannella ottenne grazie alle sue entrature all’interno del partito socialista francese. (Giacomo Mancini e per la verità anche Bettino Craxi prima della Segreteria, avevano condotto dei sondaggi per annoverare la rosa del proprio simbolo, anche se i tempi della sostituzione non erano maturi, come si sa si dovette aspettare il 1978 per affiancare alla falce martello il garofano rosso che meglio della rosa rappresenta la tradizione nel mondo del lavoro). I radicali come Marco Pannella rappresentarono l’anima critica della sinistra nei confronti della stagione del compromesso storico che culminò con l’omicidio di Aldo Moro e quella umanitaria che fece convergere il partito socialista di partito radicale; questi ultimi avevano adottato uno slogan velenoso contro la stagione delle larghe intese; Pannella lo definiva il compromesso della P2 e PScalfari; il direttore di Repubblica anch’esso epigono della stagione Pannunziana de “il Mondo”, si era messo di traverso contro l’arrembante e dinamico attivismo dell’area radicale da cui proveniva e dell’Area Socialista. Le nuove stagioni della politica italiana che ebbero in seguito più occasioni di stimolare convergenze sebbene a fasi alterne i rapporti furono assai fraterni e collaborativi, come piuttosto critici, anche a causa dell’offensiva pannelliana generalizzata contro i partiti democratici, antipasto di quel che avverrà qualche anno più tardi con l’avvento della stagione populista. È grazie a questa campagna contro la “partitocrazia” il termine che Marco Pannella coniò per definire lo strapotere dei partiti, la loro organicità nella società italiana contro il quale opponeva sul piano formale la democrazia deliberativa dei referendum sino a condurlo ad una gravidanza isterica di ricorso allo strumento referendario. Pannella, assieme ai socialisti, promosse il referendum vittorioso sulla giustizia. Il caso emblematico di malagiustizia che colpì Enzo Tortora suscitò indignazione nel Paese a causa dell’immensa popolarità del giornalista televisivo, ma anche a causa della sgradevolissima sensazione che quella nei confronti di Enzo Tortora fu una persecuzione dove errori giudiziari si sommavano ad orrori della propaganda moralistica dell’Associazione Nazionale Magistrati e di una certa stampa borghese e reazionaria di destra e di sinistra che cercava di difendere l’indifendibile. Pannella fu colto alla sprovvista della campagna giudiziaria delle Mani Pulite, da una parte pensava che l’abbattimento della partitocrazia inverava il suo disegno politico, dall’altra fragile com’era il Partito Radicale, pensava fosse meglio mettersi al riparo ed assecondare quella campagna giustizialista di fronte alla quale Marco Pannella non mosse sostanzialmente un dito, anzi invocava in Parlamento “Ai processi! Ai processi!” consigliando a mio padre Bettino Craxi di farsi un giro nelle patrie galere, offrendosi come corpo alla propria azione di giustizia, di verità e di libertà. Marco passò i vent’anni della seconda Repubblica, sapendo sapientemente sfruttare gli spazi che si erano creati offrendo la collaborazione radicale, non violenta, gandhiana, ora a destra come a sinistra. Seppe imporre a Berlusconi Emma Bonino come commissario europeo e successivamente catturato il residuo parlamentare socialista in un’alleanza virtuosa, portò i radicali a sinistra ed Emma al ministero del commercio estero. Privato del laticlavio senatoriale, più che svolgere il ruolo di mosca cocchiera del governo Prodi, Pannella preferiva continuare a svolgere l’azione che gli riusciva meglio, ovvero quella del genio guastatore. L’esperienza della Rosa nel Pugno non durò a lungo, il suo sostegno al governo Prodi finì allorquando con una marachella degna del vecchio dirigente dell’unione goliardica, trasmesse in diretta su Radio Radicale una riunione plenaria dell’alleanza di governo detta dell’Unione. Gradualmente si distaccò dalla politica parlamentare, riservava ai suoi punti di vista nelle domeniche pomeriggio di Radio Radicale insieme al direttore Massimo Bordin; interveniva nella vicenda politica ma sempre più con un distacco sovrano che era percepito anche dalle norme messe della classe dirigente che egli promuovere nel Paese, militanti anzi “militonti” radicali che erano divenuti ministri, giornalisti, segretari di partito, dirigenti d’azienda pubbliche, insigni professori. Questo era Marco Pannella un uomo “un galantuomo… sempre ispirato dal sole, con le pistole caricate a salve ed un canestro pieno di parole…” così come lo descrisse Francesco De Gregori in una canzone a lui dedicata negli anni ‘70. L’ultima volta che lo incontrai, insisteva nel dirmi che lui era l’uomo che camminava sui pezzi di vetro, ed in fondo Marco era anche questo: un po’ illuso, un po’ illusionista, certamente una personalità unica nel panorama politico, un uomo che conteneva moltitudini che si poteva amare profondamente o detestare. Noi socialisti lo abbiamo amato, abbiamo sempre sospettato che l’amore fosse reciproco e ricambiato.

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