di Giada Fazzalari
Marco Pannella era un rompicoglioni, ma di quelli veri. Ma se Pannella ha vinto le sue battaglie politiche, è proprio perché è stato un rompicoglioni. E rompeva i coglioni a tutti, su tutto, ovunque, sempre. Ciò che lo spingeva, più di qualsiasi altra cosa, a rompere costantemente i coglioni, era il fuoco della libertà. Che è una cosa che o ce l’hai o non ce l’hai, non la puoi né imparare né acquisire. Ed è una cosa che ha molto a che fare col coraggio. Senza retorica e senza piagnistei a scoppio ritardato. Dico piagnistei perché, in questi giorni, se ne sono letti parecchi. Quando Marco Pannella morì, il 19 maggio 2016, dieci anni fa, ci fu una corsa molto patetica e un po’ miserabile a intestarsi il personaggio. Uno sfoggio di foto e di selfie che Dio solo sa come Pannella sia potuto essere dovunque e con chiunque, per più di mezzo secolo. “Se ne va un protagonista indiscusso del nostro tempo”. Una frase così retorica e vuota che potremmo usarla praticamente per chiunque. Dicevamo, i piagnistei. Piagnistei a non finire, anche ora che ricorre il decimo anno dalla morte. Esattamente il contrario di quello che avrebbe voluto Marco. Anche perché, in vita, non è che ci fosse questa corsa ad elogiarlo, anzi. Pannella si lamentava del contrario, e cioè della censura da parte della stampa e dell’atteggiamento spocchioso di molti giornalisti, accusati di ignorare le battaglie radicali per i diritti civili (e invece fu spesso oggetto di grande attenzione mediatica). Chi ha vissuto sul serio Marco Pannella, invece – e io sono tra quei privilegiati – ha reagito con una certa compostezza; una compostezza così naturale da essere stata scambiata per distacco o persino menefreghismo. Non perché oggi non manchino quella voce, quel modo di manipolare – proprio di usare le mani, intendo – quello sguardo severo e indulgente allo stesso tempo, quel modo smanioso di fumare, di mangiare, di cercare gli altri. Non che non manchi incontrarlo al bar in via di Torre Argentina – chi voleva incontrare Pannella di certo poteva trovarlo al bar di fronte alla storica sede del Partito Radicale, al civico 76. Tutto questo manca, eccome, se manca. Il punto, quello che ci ha portati a non avere reazioni troppo scomposte alla notizia della morte, è che Pannella ha usato il corpo in un modo terreno ed eterno allo stesso modo. Terreno perché il corpo, per Pannella, è stato sfruttato, messo a dura prova, utilizzato in modo assoluto. Totalizzante. Un corpo segnato dal fumo, incurvato dai digiuni, il volto segnato dalle rughe profondissime, le mani gialle per le sigarette, l’enorme naso sporgente, sempre più grande man mano che passavano gli anni, i capelli bianchi lasciati incolti, le giacche di due taglie più grandi e quelle scarpe, sempre le stesse da secoli, la smania continua dell’esserci a tutti i costi o di sparire dalla scena senza lasciare traccia, l’ossessione per quelle battaglie di civiltà che, benché nessuno qui nega che sia stato un formidabile paraculo, erano tra le poche cose in cui credeva davvero. La sua stessa ragione di vita. Un corpo inquieto, carico di un erotismo quasi urticante e mai moralista, ora diventato monumentale, assurto a corpo onorato della repubblica italiana, entrato a tutti gli effetti nel pantheon dei grandi uomini (sebbene questa grandezza non sia mai stata coronata dalla doverosa carica di senatore a vita, riservata a personaggi meno sostanziosi come Mario Monti). Un corpo che lo ha al contempo incastrato e reso libero, ma che oggi lo ha reso, appunto, eterno. Quando il corpo di Pannella è rimasto inanimato, dunque, non abbiamo mai pensato, noialtri che lo abbiamo vissuto in vita, che quel corpo sarebbe morto davvero. Perché una delle vere cose che Pannella ci ha insegnato è proprio questa: intendere il corpo come manifesto politico, strumento di lotta non violenta e di disobbedienza civile. Questo mi ha insegnato Marco Pannella: se ci credi, sii libero: solo così potrai batterti per la libertà di tutti. Qui sta la grande bellezza di Pannella. Che sia stato l’uomo dei diritti, della disubbidienza, delle libertà, di un ideale della democrazia così assoluto da rasentare l’utopia, è stato detto. Che sia stato l’uomo degli eccessi, non convenzionale, un irregolare, un incostante, un legno storto, forse pure. Ma è nel rapporto che ebbe con noi fin dagli anni ‘70 e, in particolare, con Craxi che è giusto anche ricordarlo. La dimensione precisa della relazione di stima, di confidenza e di affetto esistente tra questi due giganti sta tutta nella lettera che Marco scrive a Bettino il 19 giugno 1992. Quattro mesi dopo l’arresto di Mario Chiesa. Tangentopoli infuria, Craxi ha dovuto rinunciare a Palazzo Chigi, le crepe nei partiti, e soprattutto nel PSI, stanno diventando voragini. L’esordio (vedi la lettera integrale riportata in questa prima pagina) è: “Premesso che sei un coglione…”. E questo dice chiaro che Marco aveva capito come sarebbe andata a finire. Il testo poi lo conferma e sintetizza in poche aggrovigliate parole quello che furono quei mesi di disorientamento e, soprattutto, sgomento. Quella lettera descrive esattamente l’essenza di Pannella. Si legge nelle ultime righe: “persisto nel volerti essere (e dio sa quanto è difficile) con determinazione e con dolcezza, fraternamente amico. Ciao coglione!”. La fraternità che Marco sottolinea, Bettino l’aveva ben presente, al punto di accarezzare l’idea, di fronte alla prospettiva ormai ineludibile di dover lasciare la segreteria del Partito, di vedere proprio Marco al suo posto sulla sedia del segretario. Non se ne fece nulla e anche questo, in fondo, è un piccolo rimpianto. O forse no, perché è noto: la storia e la politica non si fanno con i “se”. Sono dieci anni che manchi, Marco, e tanto.