di Lorenzo Cinquepalmi
La legge elettorale pensata dalla maggioranza al governo, o meglio, dai consiglieri intimi di Giorgia Meloni, prevede un sistema proporzionale uguale per Camera e Senato, su liste bloccate di partito o coalizione, con la suddivisione delle circoscrizioni esistenti in collegi e l’abolizione di quelli uninominali, tranne che in Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige. Prevede anche un premio di governabilità di 70 deputati e 35 senatori alla lista o coalizione vincente purché superi il 40% dei voti validi, con una soglia massima di 230 seggi alla Camera e di 114 seggi al Senato. Se nessuno supera il 40% c’è il ballottaggio tra le prime due liste purché entrambe abbiano superato il 35% dei voti validi. Oppure, l’assegnazione dei seggi solo con metodo proporzionale se nessuno supera il 40% e se due non superano il 35%. Infine, è anche previsto l’obbligo di inserire nel simbolo della lista, di partito o di coalizione, il nome che si propone come presidente del consiglio in caso di vittoria. Si tratta di un’indicazione comunque non vincolante per il presidente della Repubblica. Chiaramente è una legge pensata qualche tempo fa, quando la maggioranza di governo pareva avere prospettive elettorali diverse da quelle attuali, e non solo dal punto di vista dei sondaggi. Infatti, a luglio 2025 le intenzioni di voto per il quadripartito Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati sfiorava il 48% contro il 43% o poco più di oggi, ma è lo scenario complessivo a risultare parecchio modificato. Da un lato c’è il fenomeno Vannacci, il cui partito Futuro d’Italia è stimato sopra il 4%: si tratta di una forza movimento elettoralmente indigesto per qualsiasi forza politica, anche per la destra-destra di Fratelli d’Italia, a cui ha certo eroso consenso, come lo ha eroso alla Lega. Dall’altro, la maggioranza non può fingere di credere che dentro Forza Italia sia tutto come un po’ di tempo fa, e non solo perché rispetto a luglio 2025 ha perso per strada un 2%, ma perché tra i suoi dirigenti e, probabilmente, nel suo elettorato, qualcuno che si sente scomodo a stare con la destra-destra c’è: un conto era imbarcare i post fascisti in governi a trazione Forza Italia guidati da Berlusconi, un conto è fare le ruote di scorta di Giorgia Meloni. Si delinea uno scenario in cui, con la nuova legge elettorale, se Forza Italia dovesse cedere a una tentazione centrista, ci potrebbero essere tre schieramenti, a destra e a sinistra sotto il 40% ma con la sinistra in vantaggio, e al centro sopra il 20%. Anche senza apparentamento, che la proposta di legge elettorale per ora non prevede, un ballottaggio con la sinistra avanti e un centro in cerca d’autore non è la prospettiva più attraente per la presidente del consiglio. E se poi mancasse il requisito del superamento del 35% necessario per andare al ballottaggio, ne uscirebbe un parlamento interamente proporzionale, francamente impraticabile per politici formatisi nella Seconda Repubblica. Ci sono, dunque, svariate ragioni per pensare che la legge elettorale, così come è scritta, non arrivi alla sua approvazione definitiva. Ma anche la legge attuale, con il trend che sembra emergere dai sondaggi, non promette granché all’attuale maggioranza: Forza Italia rimane indispensabile per prevalere ma rischia di non bastare perché, anche senza Azione, una coalizione formata da Partito Democratico, Movimento 5 stelle, Alleanza Verdi Sinistra, rinforzata da Italia Viva, +Europa, Avanti PSI, e magari altro, sembra già oggi prevalente nelle intenzioni di voto. E col terzo scarso di parlamentari eletti nei collegi uninominali della legge attuale, anche un 2% in più dà un bel vantaggio in termini di parlamentari eletti. In fondo, già nel 2022 le liste diverse dall’attuale maggioranza, in cui va vista, al netto dei personalismi, una certa omogeneità di fondo, avrebbero potuto contendere in modo efficace la vittoria alla destra, se non si fossero divise. Meloni non può contare sul fatto che commettano lo stesso errore, anche perché le variazioni, anche se apparentemente marginali, dei rapporti di forza, potrebbero smorzare e non di poco le pulsioni individualistiche. Se il boccino della legge elettorale, che può essere emendata eccome rispetto al progetto ora in parlamento, è nelle mani della presidente del consiglio, quello della costruzione dell’alternativa politica ed elettorale a Meloni e sodali è nelle mani di leader, contemplando i quali è difficile capire se abbiano la dimensione per portare il centrosinistra a un’affermazione non effimera. Lo snodo dirimente è, e sarà, l’elaborazione di un programma politico comune vero, non posticcio, scritto senza la riserva di tradirlo per inseguire o vellicare consensi estemporanei. Ma, appunto, di fronte a scenari politici ed elettorali complessi, si stagliano oggi dirigenti politici che, ad ogni latitudine, non hanno vissuto la complessità dei tempi della Prima Repubblica, che non hanno a disposizione partito politici strutturati, che si sono abituati alla volatilità del consenso e non hanno sviluppato strumenti per ignorarla e superarla. Mai come adesso, ci vorrebbe un Ideale.