di Andrea Follini
Sembra una legge costruita su misura per garantire all’attuale maggioranza una governabilità certa anche nella prossima legislatura. Il compromesso trovato tra le forze di governo, ha prodotto un nuovo testo, che punta ad introdurre diverse correzioni rispetto a quello presentato dal centrodestra a febbraio e sul quale era già iniziato l’esame in commissione. Questa nuova proposta di legge elettorale inizierà il suo iter parlamentare il 26 giugno prossimo alla Camera. Un venerdì: e ciò, secondo un vecchio adagio, solitamente non è di buon auspicio. La maggioranza accelera sulla riforma della legge elettorale e il governo guidato da Giorgia Meloni punta a cambiare profondamente le regole del voto in vista delle prossime elezioni politiche. La proposta depositata in Parlamento dal centrodestra lo scorso 27 maggio – già ribattezzata da osservatori e opposizioni “Melonellum” o “Stabilicum” – mira a sostituire l’attuale Rosatellum, in vigore dal 2017, con un sistema che nelle intenzioni dell’esecutivo dovrebbe garantire maggiore stabilità politica e governi più solidi. Il cuore della riforma è l’abbandono dell’attuale modello misto, che combina collegi uninominali e quota proporzionale, per passare a un sistema prevalentemente (ma fintamente) proporzionale con un forte premio di governabilità, quantificato in 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato. Le modifiche, rispetto alla prima stesura di questa nuova legge elettorale, riguardano innanzitutto il premio di maggioranza, con la previsione che scatti non più al raggiungimento del 40% dei consensi per la coalizione più votata, bensì al 42% e non scatterà se ci dovessero essere maggioranze diverse tra Senato e Camera. Inoltre si introduce una soglia massima di seggi raggiungibili (220 a Montecitorio e 113 a palazzo Madama) non permettendo così di raggiungere il 60% dei seggi, e quindi scongiurando che gli organi di garanzia vengono eletti senza accordo tra gli schieramenti. Sparisce anche l’annunciato eventuale ballottaggio che era inizialmente previsto nel caso in cui nessuna coalizione avesse raggiunto il 40%, prevedendo un secondo turno di ballottaggio tra le prime due forze politiche, purché entrambe avessero superato il 35% dei consensi. Via tutto questo. Un altro elemento centrale della riforma, a noi socialisti sicuramente indigesto, riguarda la reintroduzione delle liste bloccate, senza la possibilità di indicare sulla scheda le preferenze. Ancora una volta si preferisce dare spazio alla garanzia delle segreterie dei partiti piuttosto che dar voce alle scelte dei cittadini: una decisione scellerata, che non può che acuire la disaffezione degli italiani alla politica ed al voto. È questo uno dei punti più contestati dalle opposizioni e da diversi costituzionalisti, che accusano la riforma di aumentare il numero dei “nominati” in Parlamento. Per eleggere parlamentari, sarà necessario inoltre superare la soglia di sbarramento a livello nazionale fissata per la singola lista al 3% dei voti, salvo per quelle coalizioni che superino il 10% dove la prima lista a non ottenere almeno il 3% può comunque eleggere. La prima proposta di riforma introduceva l’indicazione preventiva del candidato premier sulla scheda elettorale. Questa previsione è ora sfumata, ma le forze politiche dovranno comunque dichiararne preventivamente il nome all’atto della presentazione delle liste. Volendo esemplificare, l’elettore, secondo questa proposta, riceverà al seggio una scheda per la Camera ed una per il Senato, sulle quali saranno stampati i simboli dei partiti. Affianco ai simboli si troverà un rettangolo all’interno del quale saranno stampati i nomi dei candidati di quella lista nel collegio plurinominale e più in basso un altro rettangolo sul quale si troveranno stampati i nomi dei candidati nella circoscrizione per l’eventuale premio di maggioranza (definito “di governabilità”). Nel caso di coalizioni, i simboli dei partiti ed i candidati dell’intera coalizione saranno raggruppati in un unico riquadro più grande. Secondo il governo, il Rosatellum non garantisce più governabilità in un quadro politico frammentato. La presidente del Consiglio sostiene che il nuovo modello servirebbe a evitare stalli parlamentari e governi tecnici, assicurando una maggioranza certa già la sera delle elezioni. Le opposizioni, invece, parlano di una legge costruita su misura per favorire l’attuale maggioranza. Diverse simulazioni pubblicate nelle ultime settimane già sul testo originario della riforma, mostrano che il nuovo sistema potrebbe amplificare il vantaggio della coalizione vincente anche con pochi punti percentuali di scarto. Il dibattito resta aperto, anche con la dichiarazione della stessa maggioranza secondo la quale il testo presentato sarebbe ampiamente emendabile, purché non se ne modifichi l’impianto generale. Anche se l’obiettivo dichiarato del governo è di arrivare ad una prima approvazione della riforma subito dopo l’estate, resta la convinzione che la strada parlamentare si annunci complessa e divisiva. Ancora una volta, il tema della legge elettorale si conferma uno dei terreni più delicati della politica italiana: non solo una questione tecnica, ma uno strumento destinato a influenzare gli equilibri di potere e il futuro assetto della democrazia parlamentare. Per questo, secondo più analisti, l’accelerazione sull’iter parlamentare ma anche la stessa rivisitazione del testo, nasconderebbero più un’intenzione provocatoria da parte del governo che una reale volontà di chiudere velocemente la partita. In un momento di forti tensioni all’interno della maggioranza, con profonde distinzioni come quelle espresse da Forza Italia rispetto al movimentismo di Vannacci, ad esempio, forse tutto sommato fa più comodo tenersi uno strumento elettorale sicuramente non perfetto, ma collaudato. Ancora una volta, e questo appare però con chiarezza, la volontà degli italiani di poter esprimere liberamente i loro rappresentanti, resta un pio desiderio.