di Gaetano Amatruda
Con 217 voti favorevoli, 152 contrari e 2 astenuti, la Camera ha approvato la nuova legge elettorale proposta dalla maggioranza. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato, ma il giudizio politico è già chiaro. Non certo una giornata storica. Al contrario, è stata una giornata che segna un record negativo per il nostro Paese. L’Italia arriva infatti alla quinta legge elettorale dagli anni Novanta. Nella Prima Repubblica il Paese ha avuto sostanzialmente un’unica legge elettorale, aggiornata nel tempo con alcuni correttivi. Negli ultimi trent’anni, invece, abbiamo cambiato sistema in continuazione, senza contare i numerosi tentativi di riforma rimasti incompiuti. È il segno di una difficoltà tutta italiana a costruire regole condivise e stabili, capaci di sopravvivere agli interessi della maggioranza del momento. Nelle principali democrazie europee accade l’opposto. Le leggi elettorali si modificano raramente e, quando avviene, si interviene con cambiamenti limitati. Le regole del gioco dovrebbero essere patrimonio comune delle istituzioni, non uno strumento della contesa politica. Ma questo è un record negativo anche per un’altra ragione. Non è soltanto la quinta legge elettorale: è, a mio giudizio, la peggiore. La riforma introduce un sistema proporzionale con premio di maggioranza. La coalizione che supera la soglia prevista ottiene un consistente numero di seggi aggiuntivi per garantirsi una maggioranza parlamentare. Contestualmente vengono eliminati i collegi uninominali e restano le liste bloccate: gli elettori continueranno a scegliere il simbolo del partito, mentre saranno le segreterie a decidere chi entrerà in Parlamento e in quale posizione. Ed è proprio qui una delle criticità più evidenti. Le liste bloccate rappresentano una scelta sbagliata perché sottraggono ai cittadini la possibilità di scegliere i propri parlamentari. Si rafforza il potere degli apparati di partito e si indebolisce il rapporto diretto tra eletti ed elettori. È un meccanismo che allontana ulteriormente la politica dai cittadini proprio mentre l’astensionismo continua a crescere. E bene abbiamo fatto, come Avanti Psi, e con il segretario Maraio a denunciare la circostanza in ogni occasione. Anche il premio di maggioranza presenta un’anomalia evidente. Non nasce per correggere gli effetti di una competizione molto equilibrata o per garantire governabilità in presenza di un risultato incerto. È costruito in modo da poter attribuire un forte vantaggio parlamentare a una coalizione anche senza un consenso largamente maggioritario nel Paese. Il rischio è che la composizione del Parlamento finisca per riflettere più un meccanismo artificiale che il reale orientamento degli elettori, alterando il principio di proporzionalità del voto. Una buona legge elettorale dovrebbe perseguire un equilibrio tra rappresentanza e stabilità, senza comprimere il diritto dei cittadini a scegliere i propri rappresentanti e senza forzare eccessivamente la traduzione dei voti in seggi. Questa riforma, invece, concentra il potere nelle segreterie dei partiti, altera la rappresentanza attraverso un premio di maggioranza molto ampio e aggiunge un nuovo capitolo all’instabilità delle regole elettorali italiane. Per questo non considero il primo via libera della Camera una giornata storica. La considero, invece, il giorno in cui l’Italia ha approvato la sua quinta legge elettorale in poco più di trent’anni. Un record. E, a mio giudizio, il peggiore possibile.