Encefalite da zecca: ecco chi deve vaccinarsi per proteggersi

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La testimonianza di Matteo: “la malattia mi ha bloccato e prosciugato”

Bastano pochi secondi. Una zecca si attacca alla pelle durante una passeggiata nei boschi, e in quel contatto può trasmettere virus, batteri o protozoi responsabili di malattie anche serie. Le patologie veicolate da zecche rilevanti in Italia sono diverse - dalla malattia di Lyme alla rickettsiosi, dalla tularemia all'ehrlichiosi - ma tra le più insidiose c'è la TBE, l'encefalite da zecca: una malattia virale che colpisce il sistema nervoso centrale, appartenente alla stessa famiglia di virus responsabili della Febbre gialla e della Dengue. Negli ultimi trent'anni, i casi di TBE in Europa sono aumentati di quasi il 400%.

LA STORIA DI MATTEO

Uno di questi casi è quello di Matteo, 51 anni, veneto. Qualche giorno dopo una normale uscita in montagna con gli amici ha iniziato a non sentirsi bene, e in pochi giorni era paralizzato. Ricoverato d’urgenza, non si era nemmeno accorto del morso di una zecca.

“Non è stato facile passare da una vita molto attiva - per lavoro, per sport e per carattere - a quattro mesi e rotti di ospedale, due dei quali in terapia intensiva con ventilazione meccanica. Da muoversi troppo a muovere solo gli occhi e la lingua, senza però riuscire a parlare, è un salto brutale. E avere la testa che continua a funzionare normalmente non aiuta per nulla a processare serenamente la situazione. La TBE mi ha bloccato e prosciugato: sono arrivato a pesare 60 kg dai miei precedenti 85, e purtroppo se ne sono andati soprattutto i muscoli, non più attivati da nervi che per un bel po' avevano smesso di funzionare. Dopo le prime settimane critiche, i primi lievi miglioramenti mi hanno permesso di passare qualche minuto dal letto alla poltrona, ma con la testa e il tronco legati, perché altrimenti collassavo letteralmente su me stesso. I primi movimenti sono stati una conquista, ma anche una tortura: non riuscire a controllare arti, tronco e collo rende difficile perfino provare a guardare nella direzione in cui si vorrebbe andare.”

Comunicare è stato complicato per molto tempo: prima con qualche schiocco di lingua, poi con un foglio di lettere come in una seduta spiritica, poi col labiale, senza ancora riuscire a emettere suoni. Essendo un buongustaio, è meglio sorvolare sulla questione cibo. Ricordo però la strana sensazione di piacere nel succhiare acqua da una garza bagnata, i primi cucchiaini di gelato, i pezzetti di ghiaccio allo sciroppo di limone dopo settimane in cui ero stato alimentato e idratato solo attraverso tubetti e siringhe. E tutto questo mentre i giorni passavano abbastanza uguali. Per fortuna ero circondato da persone amorevoli che mi hanno aiutato a non cadere in depressione, e da un personale medico e riabilitativo fenomenale che non mi ha mai lasciato mollare, per me e per loro. Da quando sono tornato a casa non mollo ancora, ma non è certo solo merito mio. Non so in che condizioni sarei senza lo stimolo, la fiducia e l'amore di persone che erano già o sono diventate amiche e compagne di questa avventura. Non è stato semplice reggere anche quindici, a volte venti ore di terapie alla settimana. I progressi sono stati lenti, ma nel mio caso fortunatamente abbastanza costanti, anche a quasi due anni dal ricovero. Oggi non riesco ancora a correre, a giocare a pallavolo, a suonare, a fare molte cose che facevo prima. Ma almeno cammino abbastanza bene, riesco più o meno ad arrangiarmi, e da poco ho ripreso a guidare e a fare qualche trekking. Ho ricominciato a lavorare, per ora solo da remoto, ma spero davvero di tornare presto alla vita di cantiere. So che il percorso è ancora lungo. Per il momento tengo botta, anche se tremo ancora all'idea di dover un giorno accontentarmi di un recupero parziale. Mi convinco, o forse mi illudo, di poter tornare come prima. Diciamo: nuovo di zecca.”

L’ENCEFALITE DA ZECCA (TBE)

Si tratta di un’infezione che nel 70% dei casi non dà alcun sintomo. Ma nel restante 30%, dopo un periodo da 3 a 28 giorni dal morso, compare una prima fase simil-influenzale: febbre alta, forte mal di testa, mal di gola, dolori muscolari e articolari, stanchezza intensa.

Per la maggior parte delle persone (8 su 10) la storia finisce qui, con la febbre che si risolve spontaneamente. Per le altre 2 su 10, però, dopo un intervallo di apparente benessere che dura tra gli 8 e i 20 giorni, arriva una seconda fase ben più preoccupante: il virus attacca il sistema nervoso centrale e causa la vera e propria encefalite, che può manifestarsi come meningite, meningoencefalite o meningoencefalomielite. Nei casi più gravi - rari, ma documentati - possono comparire paralisi flaccida e danni neurologici permanenti, con lunghi periodi di convalescenza e riabilitazione. È quello che è successo a Matteo.

Non esiste ad oggi una terapia antivirale specifica per la TBE: si può solo gestire i sintomi e, nei casi seri, ricoverare il paziente. Il tasso di mortalità è generalmente stimato attorno allo 0,5%. Ma tra chi sviluppa sintomi neurologici, il 10-40% può riportare sequele a lungo termine, un dato che rende la prevenzione ancora più importante. La diagnosi si effettua tramite esami del sangue specifici per rilevare la presenza di anticorpi IgM del virus.

I NUMERI EUROPEI

dati dell'ECDC (Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie) restituiscono un quadro significativo, mostrando che alcune zone delle Alpi Italiane sono fra le più interessate d’Europa dal problema zecche. La TBE è presente nel nostro Paese dal 1994, quando fu identificata per la prima volta in provincia di Belluno: tra quell'anno e il 1999 furono registrati 35 casi solo in quell'area. Da allora i focolai endemici si sono consolidati soprattutto nel nord-est, ma la malattia è presente in focolai distribuiti in tutta l'Europa centro-orientale e settentrionale.

Solo nel 2025 sono stati registrati in Italia 65 casi di TBE - 61 contratti sul territorio nazionale e 4 associati a viaggi all'estero - con un decesso, secondo i dati di Epicentro, l'portale epidemiologico dell'Istituto Superiore di Sanità.

In Europa, fra il 2013 e il 2022, su 23.953 casi confermati di TBE con informazioni sul ricovero, il 91,3% - quasi 22.000 persone - è stato ospedalizzato. Una percentuale che ogni anno oscilla tra l'84% e il 94,5%, a conferma della severità clinica della malattia nei casi diagnosticati.

Va però tenuto presente un elemento cruciale: la sorveglianza epidemiologica cattura principalmente i casi con manifestazioni cliniche evidenti. Più di due terzi degli individui infettati dal virus rimangono asintomatici o con sintomi lievi, e quindi non vengono mai diagnosticati né segnalati. I numeri reali delle infezioni sono dunque molto più alti di quelli ufficiali.

COME FUNZIONA LA VACCINAZIONE CONTRO LA TBE

La buona notizia è che esiste un vaccino efficace. Il ciclo completo prevede tre dosi - somministrate per via intramuscolare, preferibilmente nella regione deltoidea - ai tempi 0, 1-3 mesi e 9-12 mesi. Dopo il ciclo base, sono previsti richiami ogni 5 anni, che diventano ogni 3 anni per chi ha superato i 60 anni. Esiste anche un ciclo accelerato, ma questo non garantisce la stessa risposta anticorpale del ciclo standard.

Un recente studio svedese ha mostrato che la possibilità di sviluppare la TBE dopo sole due dosi è rarissima, e i pochi casi registrati hanno riguardato persone molto anziane con altre patologie.

La vaccinazione è possibile a partire dai 12 mesi di età. Per i bambini fino ai 15 anni è disponibile una formulazione pediatrica apposita, e l'indicazione alla vaccinazione va valutata individualmente in base al rischio di esposizione.

DOVE È GRATUITA LA VACCINAZIONE

Il problema, in Italia, è che il vaccino non è gratuito ovunque. Lo ricevono gratuitamente i residenti in Friuli-Venezia Giulia, nelle province autonome di Trento e Bolzano e nella provincia di Belluno (Veneto). Nel resto d'Italia è a pagamento, salvo eccezioni riservate ai lavoratori ad alto rischio.

CHI DOVREBBE VACCINARSI?

Il vaccino è raccomandato in primo luogo a chi vive o frequenta regolarmente aree boschive e rurali nelle zone endemiche: escursionisti, cacciatori, agricoltori, forestali, militari, volontari del soccorso alpino. Ma anche chi trascorre le vacanze estive in montagna nel nord-est italiano - o viaggia in altri Paesi dell'Europa centro-orientale dove la TBE è più diffusa - dovrebbe valutare la vaccinazione insieme al proprio medico, con anticipo sufficiente per completare almeno le prime due dosi prima dell'esposizione.

COME TOGLIERE UNA ZECCA: GLI ERRORI DA NON FARE

Una zecca va rimossa il prima possibile, ma farlo nel modo sbagliato può essere peggio che aspettare. Ecco come procedere correttamente.

Riconoscere una zecca attaccata è semplice: si presenta come un puntino grande quanto una capocchia di spillo, a forma di goccia, con 8 zampette visibili che si muovono: è viva, e si è appena agganciata alla pelle. Niente panico.

Il primo strumento da cercare è una pinzetta, meglio se quella apposita per zecche, reperibile in farmacia, che facilita l'operazione. Si afferra il corpo della zecca con delicatezza, tenendo la pinzetta perpendicolare alla pelle, il più vicino possibile alla superficie cutanea. Poi si svita: una rotazione lenta, come se si stesse aprendo un tappo di sughero, tirando contemporaneamente verso l'alto con gradualità. L'obiettivo è estrarre la zecca intera, testa compresa. Se restano residui nella pelle è necessario recarsi al Pronto Soccorso per l'estrazione completa, un'opzione sempre disponibile anche per chi preferisce non rimuoverla da solo, tenendo conto che i tempi di attesa potrebbero essere lunghi trattandosi di codice bianco.

Durante la rimozione, la regola più importante è non schiacciare il corpo della zecca. La pressione può provocare un rigurgito del parassita, aumentando significativamente il rischio di trasmissione di agenti patogeni. Per lo stesso motivo, è sconsigliato applicare sulla zecca alcol, benzina, acetone, trielina, ammoniaca, oli o grassi, né avvicinarle fiammiferi, sigarette o oggetti arroventati: qualsiasi sostanza che provochi sofferenza al parassita può indurre il rigurgito e spingere la zecca ad affondarsi ulteriormente nella pelle.

Una volta estratta, si disinfetta la zona, evitando però disinfettanti che colorano la cute, come la tintura di iodio, per non mascherare eventuali reazioni cutanee nelle ore successive.

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info@osservatoriomalattierare.it (Cristina Da Rold)