di Lorenzo Cinquepalmi
Uno degli artifici per convincere una platea vasta della bontà dei propri argomenti consiste nel partire da un dato che può essere creduto vero e oggettivo, forzandone il significato nel senso voluto, per poi trarne una conseguenza apparentemente logica che confermi la propria tesi. È il principio di verosimiglianza. Muovendo sulla scacchiera politica i suoi pedoni verso il re, Meloni ci ha spiegato che in Italia i presidenti della Repubblica sono stati tutti di centrosinistra, e che è tempo di rompere il tabù insediando al Quirinale un presidente di destra, chiosando, infine, sul dovere di promuovere le persone di destra dal rango di figli di un dio minore a quello di uguali tra gli uguali. L’uscita della Meloni concentra in poche parole, due falsità, una evidente e una più dissimulata, oltre ad un’ammissione, certamente involontaria. La bugia evidente è quella che ha ascritto al centrosinistra tutti i presidenti italiani, a meno di non considerare di sinistra, per quanto moderata, il monarchico liberale De Nicola, l’economista liberale Einaudi, il democristiano Gronchi, che fece pure parte del primo governo Mussolini, o l’altro democristiano Segni, ispiratore di un progetto di golpe militare reazionario. Considerando che l’etichetta di sinistra avrebbe certamente imbarazzato anche Leone e Cossiga, nella prima Repubblica restano solo due presidenti di sinistra o centrosinistra che dir si voglia, due partigiani socialisti: Saragat e Pertini. La seconda repubblica la inaugura un presidente della destra Dc, Scalfaro, figura politicamente ambigua e versipelle, che da presidente si è atteggiato a progressista in avversione a Berlusconi ma che nell’animo restava l’ultracattolico conservatore che era sempre stato: il magistrato delle ultime condanne a morte inflitte ed eseguite a Novara nel ’45 e il deputato degli schiaffi in pubblico alle donne troppo scollate. Un episodio, questo, che fece addirittura scrivere a Totò un pezzo sull’Avanti! in difesa della giovane così duramente redarguita. Restano poi, nella seconda repubblica, l’azionista Ciampi, il comunista migliorista Napolitano e il democristiano di sinistra Mattarella. Ricondotta alla realtà dei fatti la prima bugia della Meloni, resta da confutare la seconda, quella più subdola: il tabù. La leader di Fratelli d’Italia ha diffuso questa sua teoria del tabù impiegando scientificamente il principio di verosimiglianza di cui si è scritto in esordio. Perché in effetti un tabù esiste, ma non è quello che racconta lei. Il crinale lungo cui corre la discriminante non è quello sinistra/destra, ma quello antifascista/non antifascista. I presidenti della Repubblica conservatori, moderati, di destra che l’Italia ha avuto, erano tutti, comunque, schiettamente antifascisti, alcuni per scelta maturata già sotto la dittatura, altri per convinzione germogliata dopo. Un tabù quindi c’è, e va preservato: non nei confronti di chi è di destra ma nei confronti di chi non sia antifascista. E visto che oltre al capo del governo abbiamo già un non antifascista anche nella carica a cui la costituzione assegna le funzioni sostanziali di vicario del presidente della Repubblica in sua assenza o impedimento, stiamo parlando di quel La Russa che si balocca coi busti del duce, su quell’ultimo tabù forse è il caso di tener duro. Del resto, la coda velenosa della manovra meloniana sta proprio nell’assimilazione alla destra democratica della sua area politica, quella erede dichiarata del Movimento Sociale Italiano, la cui fiamma porta nel simbolo, a cui sono organici Forza Nuova e Casa Pound, e intorno a cui ronzano Vannacci e i suoi. La galassietta del non antifascismo, del post fascismo, magari anche senza “post”. Dunque, la mistificazione che Meloni cerca di imporre usando il principio della verosimiglianza è quella che assimila la destra al non antifascismo, cercando di cancellare dalla coscienza collettiva la consapevolezza che una parte importante della destra italiana ha rifiutato, ha combattuto, e avversa fascismo e post fascismo, e che il sacrosanto tabù costituzionale sull’accesso alla presidenza della Repubblica è costituito proprio dalla pregiudiziale antifascista, perché la costituzione e la Repubblica sono antifasciste. Quanto alla voce dal sen fuggita di Meloni, essa si è fatta udire nella battuta sulla destra che non è figlia di un dio minore. È vero, lo confermiamo: dirigenti, militanti, elettori della destra costituzionale e antifascista non sono figli di un dio minore, sono figli della Repubblica democratica. I post fascisti no. Anch’essi non sono figli di un dio minore, ma piuttosto figli di un dio malvagio, ed è tempo che un fronte repubblicano li rimandi nel buio da cui sono riemersi. Altro che busti del predappiano, altro che presidenza della Repubblica: la destra rispettabile del nostro paese faccia come le destre d’Europa e isoli i post fascisti mimetizzati da democratici. Respinga la tattica del principio di verosimiglianza il cui teorico, per chi non lo ricordasse, si chiamava Joseph Goebbels.