Da più di due mesi a Tirana è in corso una manifestazione permanente che al grido di “Rama scappa, è il tuo turno per la SPAK” chiede una cosa sola: le dimissioni del Primo Ministro albanese, invocando la “struttura speciale contro la corruzione e criminalità” (ente indipendente nato nel 2016 ndr). Perché è di questo che i cittadini albanesi accusano il governo: di svendere il paese, territori, spazi e risorse comuni agli interessi di privati e investitori stranieri, come è accaduto con la laguna di Zvërnec e il progetto turistico di lusso legato allo statunitense, nonché cognato di Trump, Jared Kushner. Un progetto di svendita, che era già stata preparato con la legge 21/2024 sulle aree protette che prevedeva la possibilità di costruzioni e investimenti intensivi all’interno delle aree protette con grandi benefici per pochi grandi investitori a scapito delle comunità locali, delle piccole imprese familiari e dell’ambiente. Con l’annuncio del progetto di Kushner e l’inserimento di un’area protetta, in un grande progetto edilizio, i timori si sono concretizzati. Oggi è invece in discussione un Progetto di legge sulla vendita di terreni agricoli statali a stranieri che consentirebbe la vendita di terreni agricoli statali a soggetti stranieri con agevolazioni fiscali e un regime parallelo e privilegiato per gli stranieri rispetto ai cittadini albanesi. Un orientamento politico e giuridico preciso: facilitare grandi investimenti privati, soprattutto stranieri, a discapito della protezione della natura, dei diritti delle comunità locali e dell’interesse pubblico. Ciò che preoccupa oggi l’opinione pubblica sono poi gli enormi scandali che si susseguono, come quello dell’inceneritori mai costruiti, l’uso improprio di fondi pubblici nel settore sanitario, l’abuso dei fondi IPARD II, l’uso improprio di fondi pubblici con procedure di appalto pubblico unilaterali per grandi opere statali, come strade, autostrade, ecc. [1].
A rischio oggi c’è non solo il patrimonio naturale albanese (con allontanamento dagli standard europei di tutela ambientale) ma anche l’intera democrazia albanese. Zvërnec è stata infatti la goccia che ha fatto traboccare il vaso e ha fatto nascere quella che passerà alla storia come “la rivoluzione dei fenicotteri”. Quello che segue è il racconto e le riflessioni di Rozeta Gradeci, responsabile COSPE in Albania
“Ogni sera alle 19.00, i manifestanti si riuniscono nella stessa piazza, con gli stessi simboli e le stesse rivendicazioni. Cosa mantiene viva la protesta in Albania per così tanto tempo? La resistenza, protrattasi per oltre 60 giorni, ha trasformato la “rivoluzione dei fenicotteri” in uno dei più grandi movimenti civici dalla caduta del sistema comunista. Vengono espresse pubblicamente rivendicazioni che hanno radici profonde nel malcontento delle persone e non si possono spiegare esclusivamente con gli eventi delle ultime settimane. La protesta è frutto di uno scontento che si è accumulato nel corso degli anni al di fuori delle istituzioni e della politica tradizionale e può apparire come un’improvvisa esplosione di rabbia solo a chi ha scelto di ignorare quanto sui social e sui media non tradizionali emerge già da anni e che si è intensificata progressivamente. Da tempo si è fatta strada la convinzione che “il partito al governo e all’opposizione siano la stessa cosa – parte di un unico establishment” che domina la vita politica albanese da decenni. Ciò che unisce i manifestanti non è tanto un’ideologia precisa, bensì il rifiuto del modello politico stesso.
In Albania, stiamo assistendo a una profonda crisi del modello democratico albanese e i manifestanti non si oppongono soltanto al governo, ma a un sistema che ha privatizzato il potere e la rappresentanza politica. Nessuno condivide il modello di ‘democrazia privata’ costruito da Rama e Berisha, e il messaggio centrale della protesta è: “Basta con la vecchia classe politica”.
La società albanese sta vivendo un fenomeno che la sociologia occidentale spiega da decenni: quando l’alternanza politica non riesce a rinnovare le élite al potere, queste finiscono inevitabilmente per scontrarsi con la rivolta e la pressione della piazza. Una parte dell’opinione pubblica ha maturato la convinzione che un cambiamento politico fosse ormai quasi impossibile, data una maggioranza di governo sostenuta da un sistema che favorisce il partito al potere e un’opposizione invischiata in crisi interne e priva di un’alternativa convincente.
Le immagini che mostravano un manifestante trascinato sulla sabbia di Zvërnec da personale di sicurezza privato – riprese con i cellulari e avvenute sotto gli occhi della polizia di Stato – si sono diffuse rapidamente sui social media, scatenando l’indignazione dell’opinione pubblica. Quella scena spiega perché una protesta nata per tutelare la natura si sia trasformata in qualcosa di ben più significativo.
La protesta è iniziata a Zvërnec, ma è ormai diventata una risposta civica volta ad ampliare lo spazio pubblico, minacciato dall’invasione di ristretti interessi privati. Questo l’episodio ha messo in luce il rapporto tra cittadino e Stato, tra individuo e diritti, nonché lo scontro tra interessi privati e bene pubblico. Si tratta, di questioni fondamentali per la società albanese, da tempo fonte di profondo malcontento. Lo spazio pubblico non comprende solo il territorio fisico, ma anche le istituzioni, lo Stato e i partiti politici.
In questo contesto, la recinzione eretta a Zvërnec “rappresenta la manifestazione fisica dell’appropriazione della Presidenza del Consiglio, del Parlamento e dei partiti politici da parte dei loro proprietari”. La protesta come una risposta civica volta ad ampliare lo spazio pubblico, contrastando la sua occupazione da parte di ristretti interessi privati.
Il fatto che la protesta non abbia un leader non è una coincidenza ma è una conseguenza della sfiducia nei confronti della leadership politica e del timore che una nuova figura possa riprodurre gli stessi modelli a cui i manifestanti si oppongono. Il movimento è molto pluralistico dal punto di vista ideologico, sociale e politico, di conseguenza è difficile produrre una leadership rappresentativa per tutte le fazioni che lo compongono. Se la rotazione politica non rinnova le élite politiche, un giorno queste si troveranno ad affrontare la rivolta e la pressione della piazza. Questa protesta si svolge in un’Albania molto diversa da quella degli anni della transizione. L’emigrazione ha portato a una profonda trasformazione culturale e civica, soprattutto tra le giovani generazioni. Anche se lo slogan non è più ‘Amiamo l’Albania come tutta l’Europa’, il contenuto lo è. Attraverso la famiglia, l’immigrazione e i contatti quotidiani con l’Occidente, i cittadini hanno creato nuove aspettative su come dovrebbero funzionare lo Stato, la giustizia e il rapporto dell’individuo con il potere.
Il futuro della protesta?
La vera sfida della protesta inizia dove finisce la rivolta. La protesta civica deve iniziare a costruire strutture democratiche e partecipative che canalizzino e istituzionalizzino le sue rivendicazioni politiche e democratiche. La battaglia attuale è un “gioco di nervi” tra la protesta, che cerca di espandersi e mantenere il suo slancio, e il governo, che non mostra segni di cedimento. Esiste un enorme divario tra i cittadini e la classe politica. L’elettorato urbano albanese, e soprattutto i giovani, hanno una cultura politica e una coscienza civica superiori a quelle dell’attuale classe politica e il sistema politico albanese è entrato in una profonda crisi che continuerà anche dopo la fine della protesta.
Di Rozeta Gradeci
29 luglio 2026
[1] L’Albania ha ottenuto 39 punti su 100 nell’Indice di Percezione della Corruzione 2025 riportato da Transparency International. L’Indice di Corruzione in Albania ha avuto una media di 32,52 punti dal 1999 fino al 2025, raggiungendo un massimo storico di 42 punti nel 2024 e un minimo record di 23 punti nel 1999. (https://it.tradingeconomics.com/country-list/corruption-index)