Uliano “Il governo fermi i licenziamenti nell’indotto, l’area a caldo si può salvare” – intervista la Repubblica – 15 settembre 2026

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Il segretario generale della Fim-Cisl attacca: “Gli ammortizzatori sociali sono solo un modo per accompagnare la chiusura”

L’INTERVISTA

di DIEGO LONGHIN – “la Repubblica” 15 settembre 2026

ROMA

Alla vigilia del tavolo a Palazzo Chigi, Ferdinando Uliano, segretario generale della Fim-Cisl, chiede risposte immediate sul futuro dell’ex Ilva: stop ai licenziamenti, tutela del reddito, continuità produttiva e un intervento diretto dello Stato.

Uliano, la prima questione che porrete al governo?

«Bloccare i licenziamenti nell’indotto. Le procedure riguardano circa 2.500 lavoratori delle aziende aderenti ad Aigi, a cui si devono aggiungere altri 1.700 delle imprese Confapi. Servono atti concreti per tutelare occupazione e reddito».

Lo sciopero che segnale ha dato?

«È stata una grande manifestazione di rabbia. La chiusura dell’area a caldo ha conseguenze pesantissime su Taranto. Quasi cinquemila lavoratori dell’indotto perderanno il posto: è un’emergenza sociale che il governo non può ignorare».

Quali sono gli effetti sui dipendenti diretti ex Ilva?

«Oggi sono 4.450 i lavoratori in cassa integrazione. Con la fermata dell’area a caldo si arriva vicino a novemila. Resetterebbero in attività solo gli addetti necessari a presidiare gli impianti e una parte di quelli impegnati nelle lavorazioni a valle. Uno scenario drammatico».

Chiederete di mantenere in funzione l’area a caldo?

«Chiederemo al governo di valutare una soluzione temporanea per garantire la continuità produttiva, nel rispetto delle decisioni della magistratura e delle tutele per la salute. Se c’è la volontà politica, si può gestire questa fase senza spegnere del tutto gli impianti».

Non bastano gli ammortizzatori sociali?

«Servono per impedire i licenziamenti. Si possono valutare anche prepensionamenti e misure per i lavori usuranti, ma senza un progetto industriale gli ammortizzatori sono solo un modo per accompagnare la chiusura».

Quale deve essere il progetto?

«L’Italia deve continuare a produrre acciaio primario, passando poi ai forni elettrici. Non basta dire che è in corso una procedura di vendita. Servono investimenti imponenti e, finora, i privati non hanno presentato garanzie sufficienti».

Cosa deve fare lo Stato?

«Il governo deve assumere il controllo del gruppo, anche attraverso aziende pubbliche, poi costruire alleanze con soggetti privati. Solo così si può salvaguardare l’intero perimetro dell’ex Ilva e difendere un settore strategico per l’industria».

La cordata italiana per voi è una soluzione?

«È una parte della soluzione, ma bisogna chiarire il futuro dell’area a caldo. Vogliamo sapere se si intende realizzare un nuovo sistema basato sui forni elettrici e sul preridotto. Era un progetto condiviso anche dal governo, però oggi non ce n’è più traccia».

Che risposte vi aspettate?

«Sia sociali sia industriali. Non accetteremo di aspettare altri mesi tra cassa integrazione e rischio di licenziamenti. Il governo deve anche indicare quali risorse metterà a disposizione: garantire la produzione significa acquistare materie prime, alimentare gli impianti e finanziare gli investimenti».

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