Autismo: strategie per aiutare i bambini a esprimersi e comunicare

Compatibilidad
Ahorrar(0)
Compartir

«Mio figlio parlerà?» mi chiede la madre di un bambino autistico.

È una domanda complessa, ed è una domanda lecita. Per molti genitori il desiderio di sentirsi chiamare “mamma” o “papà” dal proprio figlio è fortissimo, e dietro quella domanda c’è spesso molto più della curiosità sul linguaggio: c’è il bisogno di capire come sarà il futuro, se sarà possibile capirsi, entrare in relazione, condividere davvero.

«La risposta è che non lo so» rispondo. «Non so se suo figlio parlerà. Quello che posso dirle, però, è che possiamo provare a costruire insieme la comunicazione migliore possibile per lui».

All’interno della stanza di terapia lavorerò su diversi obiettivi con il bambino, ma allo stesso tempo sarà fondamentale collaborare con i suoi genitori, perché le competenze comunicative possano generalizzarsi anche a casa, nella quotidianità, nelle interazioni di tutti i giorni. Per questo cerco sempre di condividere con la famiglia non solo gli obiettivi del trattamento, ma soprattutto l’obiettivo più importante: aiutare il bambino a comunicare al meglio delle proprie possibilità.

Innanzitutto, comunicare non significa solo parlare: significa guardare, indicare, scegliere, protestare, chiedere, condividere, avvicinarsi all’altro. Significa usare tutti gli strumenti disponibili per entrare in relazione e far arrivare un messaggio.

Ed è proprio dalla relazione che dovremmo partire per sostenere lo sviluppo della comunicazione. Schreibman e colleghi (2015), descrivendo gli interventi naturalistici per i bambini con autismo, sottolineano un punto fondamentale: i bambini imparano a comunicare meglio quando l’interazione è naturale, condivisa e motivante.

Che cosa significa, concretamente? Significa che le competenze comunicative si sviluppano più facilmente nelle situazioni reali: nel gioco, nelle routine quotidiane, negli scambi spontanei, a partire dagli interessi del bambino. Non solo nella stanza di terapia, quindi, ma in tutti quei contesti in cui la comunicazione ha un significato vero e una funzione immediata.

Un altro punto molto importante, che emerge sia dalla pratica clinica sia dalla ricerca, è che non bisogna aspettare la comparsa del linguaggio verbale per iniziare a lavorare sulla comunicazione.

Un bambino può avere bisogno, almeno per una fase del suo percorso, di strumenti che rendano più accessibile l’espressione dei propri bisogni, desideri e pensieri. È qui che entra in gioco la Comunicazione Aumentativa e Alternativa (CAA): la revisione sistematica di Schlosser e Wendt (2008) ha mostrato che la CAA non ostacola la produzione verbale; al contrario, in molti casi può accompagnarla e favorirla.

L’utilizzo della CAA, infatti, può ridurre la frustrazione, aumentare le occasioni di scambio e creare una base più solida per lo sviluppo comunicativo, soprattutto quando non resta confinata al setting terapeutico ma viene utilizzata anche dagli adulti di riferimento.

Ed è qui che entra in gioco un altro elemento chiave: il modeling. Sennott, Light e McNaughton (2016) hanno evidenziato che quando i partner comunicativi usano la CAA insieme al bambino, modellando parole, simboli e scambi comunicativi durante l’interazione, si osservano miglioramenti in diverse aree: aumento dei turni comunicativi, crescita del vocabolario, uso più funzionale dei simboli e, in alcuni casi, strutture linguistiche più complesse.

In questo modo la comunicazione smette di essere una prestazione da richiedere — “Come si chiama?”, “Che cos’è questo?” — e diventa un’esperienza condivisa: “Guarda, le bolle!”, “Ancora?”, “Ti piace?”. L’adulto non interroga il bambino, ma gli offre un modello accessibile e ripetuto, dentro un contesto reale e motivante.

Cosa possiamo fare quindi, nel concreto, per sostenere la comunicazione di un bambino autistico?

1. Seguire ciò che interessa al bambino

La motivazione è una leva potentissima. Se il bambino è coinvolto, è più probabile che voglia partecipare, chiedere, commentare, condividere.

2. Lavorare nelle routine quotidiane

La comunicazione può avvenire ovunque, non solo nella stanza di terapia. La merenda, il gioco, i libri, il momento del bagno o della vestizione possono diventare occasioni preziose per lavorare in un ambiente ecologico e significativo.

3. Utilizzare la CAA

L’uso della CAA a supporto della comunicazione può fare un’enorme differenza: riduce la frustrazione, amplia le possibilità espressive e incoraggia l’interazione.

4. Modellare la comunicazione

Che si tratti di linguaggio verbale, gesti o simboli, l’obiettivo non dovrebbe essere ottenere una “risposta giusta”, ma offrire al bambino un modello comunicativo accessibile, ripetuto e funzionale.

5. Dare tempo

Le pause sono parte della comunicazione. Nelle interazioni quotidiane permettono al bambino di rielaborare ciò che ha ascoltato, scegliere e formulare una risposta; nel lungo periodo, gli danno lo spazio necessario per sperimentare modi diversi di comunicare.

Aiutare un bambino con autismo a esprimersi non significa inseguire a tutti i costi la parola, ma costruire le condizioni perché la comunicazione diventi possibile, utile e significativa. La comunicazione non è qualcosa che si “pretende” dal bambino, ma qualcosa che si costruisce insieme a lui, un passo alla volta.

A cura di: Antoninia Truglio – Logopedista del Centro di Apprendimento Anastasis – LinkedIN

Bibliografia

  • Schlosser, R. W., & Wendt, O. (2008). Effects of augmentative and alternative communication intervention on speech production in children with autism: A systematic review. American Journal of Speech-Language Pathology, 17(3), 212–230.
  • Schreibman, L., Dawson, G., Stahmer, A. C., Landa, R., Rogers, S. J., McGee, G. G., Kasari, C., Ingersoll, B., Kaiser, A. P., Bruinsma, Y., McNerney, E., Wetherby, A., & Halladay, A. (2015). Naturalistic developmental behavioral interventions: Empirically validated treatments for autism spectrum disorder. Journal of Autism and Developmental Disorders, 45(8), 2411–2428.
  • Sennott, S. C., Light, J. C., & McNaughton, D. (2016). AAC modeling intervention research review. Research and Practice for Persons with Severe Disabilities, 41(2), 101–115.
Detalles de contacto
Anastasis