La prossima volta che vi sedete a tavola vi invito a fare un esercizio: chiedetevi chi ha raccolto ciò che state per mangiare, chi lo ha trasformato, chi lo ha portato fino al vostro piatto. Si tratta di un processo cognitivo che noi tutti possiamo implementare più volte al giorno e che può essere determinante nel renderci più consapevoli nelle nostre scelte alimentari. Dietro ogni barattolo di passata di pomodoro, ogni grappolo d’uva, ogni bottiglia di vino c’è una filiera fatta di persone, di distanze fisiche, di fatiche e, purtroppo, spesso anche di ingiustizie. La trasparenza e il rispetto non sono un vezzo, ma la chiave per restituire dignità al lavoro e valore al cibo. Perché fidatevi, seppur inconsapevolmente a ognuno di noi può essere capitato di essere venuto in contatto con alimenti prodotti ricorrendo a dinamiche lavorative disumane.
Il caporalato, infatti, ahimé non è un fenomeno marginale e neppure è confinato in poche aree marginali del Sud, come i pregiudizi potrebbero farci pensare. È una piaga che attraversa tutta l’Italia, dal mio Piemonte al Veneto, dal Lazio alla Puglia. E non riguarda solo i pomodori o gli agrumi, ma anche il vino di pregio, quello che viene venduto a 50 euro alla bottiglia, la frutta che esportiamo con orgoglio, come ad esempio i meloni, e persino la quarta gamma, ossia i prodotti ortofrutticoli che troviamo imbustati nei banchi frigo pronti per essere consumati.
Non c’è un solo responsabile
Anche i volti degli sfruttatori e degli sfruttati sono molteplici. Sul primo fronte troviamo il caporale che recluta braccianti all’alba tra gli insediamenti informali. Le cooperative “senza terra” che, a fronte dell’erogazione per esempio del servizio di vendemmia o potatura e della ricezione da parte dell’azienda agricola del corrispettivo previsto dal contratto di categoria, non lo elargiscono in toto ai lavoratori, bensì ne trattengono una parte cospicua. Fino alle agenzie interinali che forniscono manodopera “usa e getta” con pochi diritti e garanzie. Sul fronte invece degli sfruttati troviamo nella quasi totalità dei casi persone straniere provenienti da paesi dell’Est Europa, dell’Asia Meridionale e dell’Africa.
I numeri parlano chiaro: 25,2 miliardi di euro è il valore del business della criminalità organizzata nell’agroalimentare. In Italia si stimano circa 230 mila lavoratori agricoli irregolari, equivalenti a due quinti delle ore di lavoro “in nero”. E la distribuzione del valore lungo la filiera è scandalosa: secondo un recente rapporto di Ismea su 100 euro spesi al supermercato, al contadino ne arrivano appena 1,50 (7 se si tratta di prodotti freschi). Il resto se lo intascano gli intermediari, la logistica e soprattutto la grande distribuzione organizzata (GDO). Non serve essere laureati in economia per capire dove si annida lo sfruttamento: se il produttore è costretto a vendere sotto il costo di produzione, qualcuno paga il conto, e quel qualcuno è quasi sempre la persona che si sporca le mani con la terra.
Il mito di chi difende i prezzi
La GDO, nelle cui casse entrano l’80% delle spese alimentari, si presenta da sempre come la paladina dei prezzi bassi. Ma attenzione: questo è un mito che serve a celare ben altro. In dieci anni i prezzi alimentari al consumo sono incrementati quasi del 60%, mentre il reddito dei lavoratori agricoli è rimasto fermo. La GDO non ha fatto beneficenza: ha aumentato il proprio fatturato (dai dati di Nielsen 9,9 miliardi di euro a fine 2023, +4,3% in un solo anno), scaricando i costi sui più deboli: le famiglie e chi lavora in agricoltura. Come diremmo in Piemonte è proprio sempre più vero, purtroppo, che Val püsè na bóna làpa, che na bóna sàpa (vale più avere una buona lingua che una buona zappa).
Un sistema che fa acqua
Il caporalato però non è una malattia, ma il sintomo evidente che il sistema alimentare, così com’è, fa acqua da tutte le parti. Le radici dello sfruttamento sono da ricercarsi in alcuni problemi strutturali: la mancanza di strumenti legali e trasparenti per l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, le politiche di ribasso dei prezzi dei colossi della filiera interessati solo alla finanza e non all’etica, e la mancanza di un’educazione alimentare che insegni alle persone come fare scelte che guardano al valore e non al prezzo.
La cura esiste, ma richiede coraggio politico e responsabilità collettiva. Bisogna semplificare le regole d’ingresso per i lavoratori stranieri, superando la legge Bossi-Fini che è inumana e inefficace. Bisogna rafforzare i controlli, dare incentivi veri alle aziende virtuose e impegnarsi davvero per la trasparenza. Un’etichetta dovrebbe dirci chi ha raccolto quelle mele, chi ha potato quelle vigne, quali condizioni hanno accompagnato il cibo che portiamo a casa. E se dietro c’è sfruttamento, i marchi DOP e DOCG devono cadere come castelli di carte: non si può parlare di eccellenza e di made in italy se si calpesta la dignità umana.
Carlo Petrini, fondatore di Slow Food
da Millennium di luglio 2025
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