Il nuovo Piano dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità traduce la legge delega 227/2021 in interventi concreti. Accessibilità, salute, lavoro, scuola, progetto di vita: cosa cambia davvero e con quali tempi
L’Italia ha un nuovo Piano di Azione per la disabilità. È il terzo dalla ratifica della Convenzione ONU (2009), ma il primo che nasce dentro la riforma portata dalla legge 227/2021 e ne assume pienamente il linguaggio, gli strumenti e l’impianto culturale. Non è un documento di cornice: è il testo che dovrà guidare le politiche pubbliche nei prossimi anni, mentre il Paese completa l’attuazione della legge delega e attende gli ultimi decreti legislativi ancora mancanti.
Il Piano arriva in un momento in cui la riforma ha già prodotto tre decreti attuativi - sulla riqualificazione dei servizi pubblici, sull’istituzione del Garante nazionale e sulla definizione della condizione di disabilità con valutazione di base e multidimensionale - ma resta incompleta. Proprio per questo il Piano assume un ruolo strategico: collega ciò che è già in vigore con ciò che deve ancora arrivare, evitando che la riforma resti sospesa in un limbo normativo.
IL RAPPORTO CON LA LEGGE DELEGA: IL PIANO COME CERNIERA OPERATIVA
La legge 227/2021 ha definito i principi: nuova definizione di disabilità, superamento della frammentazione valutativa, progetto di vita, accomodamento ragionevole, riorganizzazione dei servizi pubblici, istituzione del Garante.
Il Piano, invece, definisce come questi principi devono tradursi in politiche pubbliche. È una distinzione fondamentale: la legge delega è la cornice normativa, il Piano è la cornice operativa.
E poiché alcuni decreti attuativi non sono ancora stati emanati, il Piano svolge una funzione di ponte: anticipa standard, processi e priorità che i decreti dovranno poi rendere vincolanti.
IL RUOLO DELL’OND: LA REGIA ISTITUZIONALE DELLA CONVENZIONE ONU
L’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità, istituito con la legge 18/2009, è l’organismo che garantisce l’attuazione della Convenzione ONU in Italia. La sua composizione - Ministeri, Regioni, enti locali, INPS, ISTAT, associazioni e Federazioni - lo rende un luogo unico nel panorama istituzionale: non un tavolo consultivo, ma una sede di programmazione strategica partecipata.
Il Piano nasce proprio da questo processo: gruppi di lavoro tematici, revisione del Comitato Tecnico Scientifico, confronto con i Ministeri, approvazione finale dell’Adunanza dell’OND.
COSA PREVEDE DAVVERO IL PIANO: I CAMBIAMENTI NELLA VITA DELLE PERSONE
Il Piano si articola in sette linee di intervento, ma la sua peculiarità sta nella capacità di tenere insieme ambiti molto diversi - accessibilità, salute, lavoro, scuola, vita indipendente, sicurezza e monitoraggio - dentro un’unica visione: la disabilità come interazione tra persona e contesto.
Di seguito sintetizziamo le misure previste dal piano, suddivise nei diversi ambiti previsti per gli interventi.
ACCESSIBILITÀ: VIVERE LA CITTÀ SENZA OSTACOLI
Il Piano parte da un presupposto molto concreto: se una persona non può entrare in un edificio o salire su un autobus, tutti gli altri diritti diventano teorici.
Per questo introduce strumenti che cambieranno il modo in cui Comuni, trasporti, musei, teatri e servizi pubblici progettano gli spazi e le attività. Non si parla più solo di “abbattere barriere”, ma di progettare ambienti e servizi che funzionino per tutti.
Significa sapere finalmente dove sono le barriere e quando verranno rimosse, grazie ai PEBA elettronici; avere regole uguali in tutta Italia per CUDE, stalli ad personam e trasporto pubblico; poter andare a teatro, al cinema o a un concerto senza dover chiedere “se è possibile”.
Un tema che si collega direttamente alla Carta di Solfagnano, adottata durante il G7 Inclusione e Disabilità ospitato proprio dall’Italia.
SALUTE: ESSERE ACCOLTI, CAPITI E CURATI SENZA OSTACOLI
La parte sulla salute è una delle più attese, soprattutto per chi vive con una malattia rara o una disabilità complessa. Il Piano riconosce che oggi l’accesso alle cure è spesso un percorso a ostacoli, a causa di personale non formato, ambienti non adatti, visite troppo brevi, poca attenzione alla comunicazione.
Per questo prevede una rete di accoglienza sanitaria dedicata, più competenze cliniche specifiche, tecnologie assistive e intelligenza artificiale per comunicare meglio, orientarsi, essere più autonomi; accesso equo alla prevenzione, agli screening e alla salute sessuale e riproduttiva. L’obiettivo è semplice: non doversi più preparare psicologicamente prima di andare in ospedale.
LAVORO: NON SOLO “INSERIMENTO”, MA POSSIBILITÀ REALI
Il Piano affronta un tema che per molte persone con disabilità è ancora un tabù: il lavoro come possibilità concreta, non come concessione. Interviene sul collocamento mirato, sulla transizione scuola–lavoro, sugli accomodamenti ragionevoli, sul welfare contrattuale e sull’autoimprenditorialità.
L’idea è superare la logica del “posto riservato” e passare a quella del lavoro possibile, costruito sulle competenze e sulle condizioni reali della persona.
SCUOLA E UNIVERSITÀ: CONTINUITÀ, STABILITÀ, PRESENZA
Per le famiglie, la scuola è spesso il primo luogo in cui si misura la qualità dell’inclusione. Il Piano interviene su ciò che oggi crea più discontinuità: mancanza di continuità didattica, variabilità territoriale degli assistenti, difficoltà di conciliazione, scarsa attenzione negli atenei.
Per questo prevede criteri nazionali più chiari, più stabilità, più supporti e un’idea di inclusione che non dipende dalla buona volontà del singolo istituto.
PROGETTO DI VITA: FINALMENTE UN PERCORSO UNICO, NON DIECI PERCORSI PARALLELI
È la parte più innovativa del Piano e della riforma. Il progetto di vita non è un documento: è un modo nuovo di costruire i sostegni, partendo da ciò che la persona vuole davvero.
Il Piano definisce come si fa la valutazione multidimensionale, come si ascolta la persona, come si coordinano scuola, lavoro, salute e servizi sociali, come si costruisce il budget di progetto, come si garantisce continuità attraverso il referente di attuazione.
Per molte famiglie, significa non dover più raccontare la propria storia da capo ogni volta che si cambia ufficio, medico o servizio.
SICUREZZA ED EMERGENZE: NON ESSERE DIMENTICATI QUANDO TUTTO SI FERMA
Il Piano introduce un principio semplice ma rivoluzionario: nessuna emergenza può essere gestita senza considerare le persone con disabilità. Dalle calamità naturali alle evacuazioni, tutto dovrà essere ripensato in chiave inclusiva.
MONITORAGGIO: SAPERE SE LE COSE STANNO CAMBIANDO DAVVERO
Per la prima volta, il Piano prevede un sistema informativo unitario e indicatori nazionali. Non più dichiarazioni di principio, ma dati verificabili: quanti PEBA sono stati aggiornati, quante persone hanno un progetto di vita, quante strutture sono accessibili, ecc.
TEMPISTICHE: COSA PARTE SUBITO E COSA RICHIEDERÀ PIÙ TEMPO
Il Piano, che ha durata triennale ma prevede monitoraggi annui, è formalmente operativo da subito, ma le misure si muovono su tre orizzonti temporali.
Nel breve periodo partiranno le azioni che non richiedono nuovi decreti: aggiornamento dei PEBA, tavoli tecnici, linee guida su accessibilità e turismo, prime attività della rete sanitaria dedicata, coinvolgimento delle associazioni nei PIAO.
Nel medio periodo diventeranno operative le misure che dipendono dai decreti mancanti: valutazione di base unificata, valutazione multidimensionale uniforme, progetto di vita in tutte le Regioni, budget di progetto e accomodamento ragionevole.
Nel lungo periodo si vedranno gli effetti delle trasformazioni strutturali: sistema informativo unitario, piattaforma CUDE (la banca dati nazionale che permette il riconoscimento automatico del contrassegno disabili in tutti i Comuni aderenti), piena accessibilità dei servizi pubblici e rete sanitaria nazionale.