Guerre e violenza: il prezzo inaccettabile pagato dai civili

Compatibilità
Salva(0)
Condividi

Da sempre, grandi flussi migratori hanno caratterizzato la storia umana: ad oggi sono ben 68,5 milioni, circa l’1% della popolazione mondiale, coloro che scappano dai conflitti, il più alto numero registrato dopo la Seconda Guerra Mondiale. Allarmante è la visione presentata dalla nuova edizione del Conflict Index 2025: sono stati registrati oltre 200.000 eventi di violenza politica nel mondo, e più di 240.000 vittime. Leggere e ascoltare dati di questa portata fa parte della nostra quotidianità, dove la guerra e i conflitti armati hanno perso il loro carattere di “eccezionalità”, e sono ormai tristemente normalizzati. Ciò emerge chiaramente tra i più giovani, la cosiddetta “Generazione Z”, che non percepiscono più la guerra come un ricordo lontano, ma come una realtà perpetua e concreta, costantemente in primo piano su social come Instagram e Tiktok. Questa esposizione continua genera sempre di più ansia, frustrazione e un senso di precarietà sul futuro. 

Quasi la metà di queste statistiche derivano dalle guerre in Ucraina e Palestina. In particolare, quest’ultima rappresenta una situazione di pericolo senza precedenti, con circa il 70% di Gaza e Cisgiordania coinvolti in interventi ad alta intensità. Al secondo posto a livello di pericolosità abbiamo il Myanmar, che rappresenta il conflitto più frammentato al mondo, rendendo estremamente complesso qualsiasi tipo di intervento e/o mediazione. In Ecuador ed Haiti, la violenza è principalmente di tipo criminale-organizzato, considerata la vasta presenza di gang coinvolte in atti di violenza politica. A subire gli effetti di tali crudeltà, sono i civili: il Conflict Index 2025 stima che circa il 16% della popolazione mondiale è stata esposta a forme di conflitto. In particolar modo è significativo il caso del Sudan, dove 4200 civili sono stati vittime delle Rapid Support Forces. 

Secondo il Dossier Statistico Immigrazione 2025, il settore bellico si posiziona al 4° posto per emissioni di gas effetto serra su scala globale: pertanto, il surriscaldamento globale è in parte dovuto agli scontri armati. Il legame della guerra con il clima non si esaurisce qui, in quanto condiziona sempre di più i flussi migratori. Nel 2024 sono stati più di 45 milioni gli sfollati per disastri naturali, segnando un nuovo triste record rispetto alla media degli ultimi 15 anni, che si aggirava intorno ai 24 milioni. Come affermato dal Segretario Generale ONU Antonio Guterres, “La lotta ai cambiamenti climatici è cruciale per la sicurezza internazionale perché è un fattore aggravante di instabilità, conflitti e terrorismo”: storicamente, tra le cause scatenanti delle guerre vi è proprio la scarsità di risorse che spesso deriva dalla situazione climatica, danneggiando le economie. Risulta particolarmente calzante il progetto promosso dal Centro Studi Syntassis “Le Rotte del Clima” che ha coinvolto 348 migranti, attualmente residenti in Italia: i 2/3 degli intervistati hanno indicato tra le cause della loro migrazione anche il deterioramento ambientale che stavano affrontando i loro Paesi di origine. Tra questi, spiccano Somalia, Afghanistan e Costa d’Avorio, terre di conflitti armati da un lato, ma anche vittime di siccità e desertificazione estreme. 

Attualmente, la comunità migrante più presente sul nostro territorio è quella ucraina, soprattutto dopo gli eventi di febbraio 2022. A seguire, largamente diffusi sono i migranti provenienti da Marocco, Albania, Cina e Bangladesh, comunità ormai stabilmente presenti in Italia.

In conclusione, è un pianeta in guerra quello che abbiamo accolto nel 2026: una guerra diversa, nuova, che, come vediamo dall’esperienza ucraina, si insinua nella normalità di un giorno qualunque, che fa da sfondo al primo giorno di scuola e alle giornate di pioggia.   

Recapiti
Coordinamento