di Andrea Follini
All’inizio del 2026, mentre l’attenzione internazionale resta concentrata sui grandi dossier diplomatici e militari del Medio Oriente, in Cisgiordania si consuma una violenza quotidiana più silenziosa ma non meno devastante. Secondo dati diffusi dalla polizia israeliana e riportati dal quotidiano israeliano Haaretz, si registrano in media quattro episodi al giorno di aggressioni e intimidazioni compiute da coloni israeliani ai danni di cittadini palestinesi. Un numero che, tradotto in realtà, significa centinaia di attacchi l’anno: case date alle fiamme, uliveti distrutti, pestaggi, minacce armate, villaggi assediati. Non si tratta di episodi isolati o di “mele marce”, come spesso vengono definiti da esponenti della destra israeliana. La frequenza e la sistematicità di queste violenze raccontano piuttosto un clima di impunità strutturale, che affonda le sue radici in scelte politiche precise. Ed è qui che la responsabilità del governo guidato da Benjamin Netanyahu diventa impossibile da ignorare. Da anni Netanyahu governa grazie a coalizioni sempre più sbilanciate verso l’estrema destra nazional-religiosa, che considera la Cisgiordania – ribattezzata “Giudea e Samaria” – parte integrante e non negoziabile dello Stato di Israele. In questo contesto, i coloni più radicali non sono un problema da contenere, ma un alleato politico da non scontentare. Visto anche il contributo in termini elettorali che apporta al governo di ultradestra israeliano. Il risultato è un sistema in cui la violenza contro i palestinesi viene tollerata, minimizzata o perseguita con una lentezza tale da equivalere, di fatto, a una tacita autorizzazione. I numeri parlano chiaro anche sul piano giudiziario: solo una minima parte delle denunce presentate dai palestinesi porta a indagini serie e a condanne effettive. Nella maggioranza dei casi, i fascicoli vengono archiviati per “mancanza di prove”, nonostante testimonianze, video e rapporti di organizzazioni per i diritti umani. La sproporzione è evidente se si confronta questo atteggiamento con la rapidità e la durezza con cui le forze di sicurezza israeliane intervengono quando la violenza proviene dal lato palestinese. Netanyahu e i suoi ministri continuano a ripetere che Israele è “uno Stato di diritto” e che nessuno è al di sopra della legge. Ma la realtà sul terreno smentisce questa retorica. Quando ministri chiave del governo difendono apertamente i coloni violenti o li definiscono “difensori della patria”, il messaggio che arriva è inequivocabile: certe azioni, contro certi cittadini, sono più accettabili di altre. Questa politica ha conseguenze profonde e pericolose. Alimenta un ciclo di odio e vendetta che rende ogni prospettiva di convivenza sempre più remota. Rafforza le frange più radicali da entrambe le parti e indebolisce ulteriormente l’Autorità Nazionale Palestinese, già percepita da molti come incapace di proteggere la propria popolazione. Ma danneggia anche Israele stesso, erodendo dall’interno le basi democratiche su cui il Paese sostiene di fondarsi. Sul piano internazionale, il costo è altrettanto alto. Le immagini dei villaggi palestinesi attaccati sotto lo sguardo passivo – quando non complice – dell’esercito israeliano circolano rapidamente, minando la credibilità di Israele e isolandolo sempre più nei consessi diplomatici. Le critiche non arrivano più solo da Ong o da governi tradizionalmente ostili, ma anche da alleati storici, sempre meno disposti a giustificare l’ingiustificabile. Eppure, Netanyahu continua a presentarsi come l’unico leader capace di garantire sicurezza. Una sicurezza che, però, appare sempre più selettiva: garantita ai coloni, negata ai palestinesi. Governare significa fare scelte, e la scelta dell’attuale esecutivo è stata chiara: sacrificare il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale sull’altare della sopravvivenza politica. Se davvero Israele vuole restare una democrazia e non scivolare definitivamente in un regime di apartheid de facto, il primo passo è rompere questo circolo di impunità. Ma finché Netanyahu resterà ostaggio – o complice – delle frange più estreme del suo governo, le quattro aggressioni al giorno rischiano di diventare presto cinque, sei, dieci. E con esse, l’ennesima occasione persa per la pace.