Separazione delle carriere: una scelta di civiltà che parla al mondo - Partito Socialista Italiano

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di Mirko Dell’Uomo

Chi ha avuto il privilegio – e la responsabilità – di osservare la politica dalla prospettiva più ampia delle relazioni internazionali, sa bene che ogni grande riforma istituzionale è anche un messaggio al mondo. Non esistono riforme “tecniche” quando in gioco vi è l’equilibrio dei poteri dello Stato: esistono scelte di campo, che collocano un Paese dentro o fuori il perimetro delle grandi democrazie liberali. Il referendum sulla separazione delle carriere tra magistratura giudicante e magistratura requirente non è un regolamento di conti interno, né un attacco alla magistratura. È, al contrario, una riforma di sistema che interroga la nostra collocazione internazionale, il nostro modello di Stato di diritto, la nostra credibilità democratica. Da socialisti, che guardano con attenzione alla politica estera, non abbiamo dubbi: votare SÌ significa rafforzare la democrazia italiana. Se allarghiamo lo sguardo oltre i confini nazionali, il quadro è chiaro. Le grandi democrazie occidentali, quelle che hanno costruito nel tempo un equilibrio solido tra poteri, hanno tutte scelto la separazione delle carriere. Negli Stati Uniti, il pubblico ministero è parte dell’esecutivo ed è distinto, per funzione e carriera, dal giudice. In Francia, come in Germania e nel Regno Unito, il principio è lo stesso: chi accusa e chi giudica appartengono a percorsi diversi, rispondono a logiche diverse, sono sottoposti a controlli differenti. Non si tratta di una scelta ideologica, ma di una regola di garanzia. La separazione delle carriere tutela il cittadino, rafforza l’imparzialità del giudice, evita ogni possibile commistione tra funzione requirente e funzione giudicante. È la traduzione istituzionale di un principio caro al socialismo riformista: limitare il potere per difendere la libertà. Al contrario, dove le carriere restano unificate in un unico corpo, la magistratura tende a trasformarsi in un potere autoreferenziale, impermeabile al controllo democratico. Non è un caso se questo modello lo ritroviamo nelle grandi autocrazie contemporanee. Nella Russia di Putin, come nella Cina, la magistratura è uno strumento dello Stato, non un potere indipendente. Lo stesso avviene in molte dittature di matrice nazionalista o autoritaria, così come in quelle che si proclamano eredi di un socialismo tradito e degenerato. L’Italia, Paese fondatore dell’Unione Europea, non può permettersi ambiguità. Non possiamo continuare a difendere un’eccezione che ci allontana dagli standard democratici delle nazioni con cui condividiamo alleanze, trattati, responsabilità globali. La separazione delle carriere non indebolisce la magistratura: la rende più credibile, più autorevole, più forte. Per questo il referendum non riguarda solo il diritto interno, ma la nostra proiezione internazionale. Riguarda il modo in cui l’Italia viene percepita nelle cancellerie europee, nelle organizzazioni multilaterali, nei consessi dove si discute di diritti, di libertà, di Stato di diritto. Da socialista, credo che la giustizia debba essere uno strumento di emancipazione, non di arbitrio. Da uomo delle istituzioni, so che l’equilibrio dei poteri è la condizione della democrazia. Da osservatore della politica estera, vedo chiaramente dove conduce questa scelta. Votare SÌ alla separazione delle carriere significa scegliere il campo delle grandi democrazie. Significa dire al mondo che l’Italia non ha paura delle riforme. Significa, semplicemente, essere all’altezza della nostra storia. Significa essere Socialisti, significa essere dalla parte giusta della storia.

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