Posted at 12:58h in Books, Senza categoria
Disteso a letto, misi di nuovo da parte la realtà e tornai in Ambrosia.
In teoria, la parata avrebbe dovuto prendere il via dal Viale dei Presidenti, ma fu un attimo spostarla nella Piazza del Municipio. I miei amici avevano i posti migliori, seduti proprio sui gradini, dove nessun’altra bandiera sventolava con maggiore fierezza della stella blu lacerata della Federazione Ambrosiana, il vessillo che avevamo portato in battaglia. I reggimenti sfilarono uno dopo l’altro, e dopo il loro passaggio – le Guardie, il Reggimento Paracadutisti, i Fucilieri Reali dello Yorkshire – calò un silenzio sulla folla e tutti si tolsero il cappello per rendere omaggio ai fieri reduci della Gran Cavalleria Ambrosiana. È vero, eravamo entrati in guerra in ritardo, e qualcuno ci criticava per questo, ma dei duemila uomini partiti per il fronte, solo sette erano rimasti a sentirsi dire che erano arrivati troppo tardi. Avanzavamo zoppicando, così come eravamo usciti dal campo di battaglia, con il fango sulle uniformi a brandelli, ma dondolando con orgoglio i nostri kilt scozzesi. La banda suonava March of the Movies. Il Monumento ai Caduti era decorato con ghirlande di papaveri blu, quel fiore strano che cresce solo in Ambrosia.
Misi fine a tutto questo, con decisione, consapevole, canticchiando Da da da da da da da a voce alta, per scacciare quei pensieri dalla testa. Era una giornata da grandi decisioni.
Ricordai come riuscissi sempre a curarmi quando partiva una di quelle crisi in cui mi mettevo a contare e arrivavo facilmente a tremila senza fermarmi: buttavo dentro una manciata di numeri confusi, oppure, se non bastava, citazioni a metà e versi smozzicati.
“Settantatré. Novecentosei. Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla, mi fa riposare. Quattrocentotrentacinque.”
Era una giornata da grandi decisioni. Avevo già deciso – più per praticità che per una vera nuova linea di condotta – di tagliarmi l’unghia del pollice, che avevo lasciato crescere fino a sette millimetri. Ora, disteso sotto il piumone color oro pallido, con lo sguardo fisso sulle dame in crinolina abilmente ritagliate nella carta stagnola e incorniciate con un passe-partout (che sarebbero state le prime a sparire, tanto per cominciare), cominciai ad abbandonare l’idea di conservare l’unghia tagliata in una scatola di pomata; l’avrei buttata via senza pensarci due volte, e da quel momento in poi unghie corte e un bagno veloce ogni mattina. Basta anche con questa abitudine di rimanere a letto ad arricciare le dita dei piedi cinquanta volte per piede; d’ora in poi sveglia alle sette e un’ora di lavoro prima di colazione. E bisognava anche farla finita con il trattenere il respiro, sbattere le palpebre, dilatare le narici o aspirare l’aria tra i denti – e questo programma sarebbe partito da domani, se non da subito.
Ero ancora a letto, e smisi di arricciare le dita dei piedi; ora stavo tendendo le dita di entrambe le mani, aprendole come due stelle marine. A volte mi prendeva una sensazione opprimente: mi sembrava che le mie dita fossero palmate, come le zampe di una papera, e dovevo allargarle per bloccare quella sensazione, per impedirle di spingersi fino ai piedi.
Mia madre gridò su per le scale:
“Billy? Billy! Ti stai alzando?”
La terza chiamata in una serie abbastanza rodata di grida da mercato che andavano da: “Sei sveglio, Billy?” a “Sono le nove e un quarto e puoi anche startene a letto tutto il giorno, per quel che mi importa.” (Il che significava che erano le otto e quaranta e che era ora di alzarsi.) Aspettai finché non gridò: “Se vengo su, vedi che succede.” (Una variante della numero cinque, di solito: “Se vengo su ti butto giù dal letto.”)
E allora mi alzai.