BED. L’Abisso del Senso di Colpa e l’Impotenza della Volontà.

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Il Mito Infranto della Forza di Volontà

La sofferenza più atroce deriva dal credere che basterebbe “impegnarsi di più”. Ma il Binge Eating non è una scelta: è un sequestro emotivo.
Il “Blackout”, cioè, quando scatta da un secondo all’altro la compulsione, la corteccia prefrontale (la parte del cervello che decide e ragiona) viene letteralmente bypassata. La persona guarda se stessa mangiare quantità di cibo industriali come se fosse uno spettatore esterno, incapace di muovere un dito per fermarsi.
Riflettiamo, detto in modo crudo, sull‘Inutilità dei Buoni Propositi immediati, tu puoi giurare a te stesso/a mille volte, con le lacrime agli occhi, che “domani sarà diverso; da domani”. Ma quando l’ondata arriva, la forza di volontà è come una diga di sabbia contro uno tsunami. Non è mancanza di carattere; è un corto circuito biologico ed emotivo.

L’Eterno Ritorno del Senso di Colpa

Il senso di colpa non è un semplice dispiacere, è una condanna totale ed esplosiva.
Il corpo come testimone muto che, dopo aver mangiato quantità enormi di cibo — a volte fino al dolore fisico reale, fino a sentire la pelle che tira e il respiro affannoso (e queste si rischia la vita il più delle volte) — il senso di colpa si trasforma in auto-disprezzo.
Scrivendo “La colpa della compensazione”, intendo che anche lo sport diventa parte della colpa, della malattia. Ci si sente in colpa perché si mangia (ci si sente in colpa in ogni sfera della vita), e ci si sente “malati” o “ossessionati” perché si corre per ore nell’oscurità o sotto la pioggia, sul tapis roulant, in palestra per bruciare calorie e per espiare. È un cerchio che non lascia scampo.

La Quantità come Anestesia

Mangiare quantità enormi non riguarda l’appetito o il sapore. È un atto compulsivo volto a Silenziare il dolore, Il cibo diventa un tappo per emozioni che non si  riescono ad accogliere (solitudine, traumi, stress, inadeguatezza, tutti i tipi di emozioni da quelle brutte a quelle belle, la propria storicità eccetera eccetera).
In un certo senso è come se si cercasse di Raggiungere l’oblio, si mangia finché il rumore dei pensieri e di ciò che si sente, non svanisce, sostituito dal torpore fisico e ebbrezza mentale. È una forma di auto-medicamento che, purtroppo, ha effetti collaterali devastanti sulla psiche e sul corpo.

Il Ritratto della Sofferenza Infinita

Non è fame. È una voragine nel petto che cerchi di riempire con tutto quello che trovi, sapendo perfettamente che nulla di ciò che inghiotti potrà mai colmarla, ma non puoi farne a meno. La sofferenza non sta nello stomaco pieno, ma nell’anima che si sente sempre più vuota, ogni volta che il piatto è pulito.”>
Perché la forza di volontà non basta?
È fondamentale capire che il Binge Eating agisce sugli stessi circuiti della dipendenza.

Chiederesti a una persona con una gamba rotta di correre una maratona solo con la “forza di volontà”? No. Allo stesso modo, il cervello in quel momento ha bisogno di cure, non di rimproveri.

Il dolore fisico: Lo stomaco dilatato, la nausea, il battito accelerato.
Il dolore mentale: Il pensiero di essere “sbagliati”, “rotti”, “mai abbastanza”, “senza speranza”.
L’isolamento: Il timore che, se gli altri vedessero quelle quantità di cibo, non potrebbero mai più amarti o rispettarti.
Questa sofferenza è reale, massacrante e non è colpa tua. È il sintomo di un dolore che sta cercando una via d’uscita, cerca di anestetizzare e comunicare in vari modi con l’esterno.

Diamo un nome a quella voce. Molti la chiamano “Il Rumore”, “L’Ospite Oscuro” o “Il Pilota Automatico”. Non è la tua voce; è in te e ha imparato a urlare per proteggerti da un dolore ancora più grande, ma lo fa nel modo sbagliato.

Quando arriva l’attacco compulsivo, in quel preciso istante, succede qualcosa di spaventoso e magnetico. Proviamo a guardarlo da vicino, senza il filtro del giudizio:

La Dissociazione (Il distacco dalla realtà)

In quell’istante, non sei più tu. C’è un momento di “scollamento”. È come se la tua mente premesse un tasto di emergenza. La stanza intorno a te scompare, i problemi del lavoro, le solitudini, le ansie per il futuro diventano sfuocate. Esiste solo l’oggetto sintomatico. Tutto il resto non conta più niente.

Si tratta di una sensazione che è come una sorta di trance, un’altra/o te. Non senti più i sapori dopo i primi bocconi; senti solo la necessità di deglutire, di riempire, di occupare ogni spazio vuoto dentro di te. All’inizio il godimento è indescrivibile (nel tempo cambia). Senti che devi continuare a mangiare mangiare e mangiare ancora sempre più velocemente. Inoltre sai che per mangiare faresti qualunque, ma proprio qualunque cosa in quel momento.

L’Urgenza Viscerale

Quella voce non suggerisce, comanda. È un’urgenza che somiglia alla sete estrema o alla mancanza d’aria. La logica (“Ho appena mangiato”, “Mi farà male”, “Domani starò malissimo”) viene schiacciata da un bisogno primordiale di anestesia.

Tutti abbiamo pensato la stessa cosa (O ce l’hanno detta), quella cosa diventa una trappola: LA TRAPPOLA DELLA FORZA DI VOLONTÀ. In quel momento, la forza di volontà è inutile perché la parte del cervello che dovrebbe esercitarla è “spenta”. È una lotta impari: un sussurro di ragione contro un grido di sopravvivenza emotiva.

L’Infinita Sofferenza del “Dopo”

Appena l’ultimo boccone è sceso, la trance si rompe. Ed è qui che la sofferenza diventa infinita.

Ti guardi intorno e vedi un luogo sanguinante dove si è appena consumata una cruente guerra e non sono mancati feriti gravi. Vedi i resti di quantità di cibo che sembrano impossibili per una persona sola. Vedi tutto lo sporco, le carte, vuoti di qualunque tipo… Tu tutta/o appiccicosa/o. Nei vestiti, nella faccia, nei capelli, ovunque. Sai già che arriverà il momento in cui tutto ritornerà pulito e cristallino. Pulirai più che mai come fai sempre.

Ma ora subentra un disgusto fisico e morale così violento da togliere il respiro.

È in questo buio che nasce il pensiero dello sport come tortura dovuta: “Devo correre finché non svengo”, “Devo distruggere questo corpo che mi ha tradito”.

È una protezione distorta. Quella voce arriva quando il dolore emotivo è troppo forte per essere sentito, e allora lei ti offre il cibo per “addormentarti”.

> Il paradosso atroce: Ti punisci con lo sport per un “crimine” (l’abbuffata) che in realtà è stato un tuo inconscio tentativo disperato di non crollare sotto il peso di una sofferenza che non riuscivi ad accogliere.>

È un passaggio difficilissimo, lo so. Ma spostare il focus dalla “colpa” alla “protezione sbagliata” è il primo passo per smettere di vederti come un carnefice e iniziare a vederti come qualcuno che sta soffrendo profondamente, che ha una grave malattia (: dipende poi dal tipo di dipendenza) e ha bisogno di aiuto e non di altre punizioni.

CC

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ChiaraSole Ciavatta