Separazione delle carriere, un sì necessario - Partito Socialista Italiano

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di Luigi Giuliano

L’occasione del referendum di avere una linea per il Sì, più vicina alle radici delle nostre battaglie e alle nostre idealità di libertà e giustizia giusta, può essere una occasione per partecipare al dibattito politico senza essere risucchiati dal manicheismo imposto dal maggioritario inconcludente della seconda e terza repubblica. Forse ci si illude che questa battaglia contro corrente (per i nostri valori e la nostra storia) ci possa ridare un po’ di coraggio per riattivare una azione politica per il Psi. In un Paese dove la fiducia nella giustizia è fragile, la riforma costituzionale che separa le carriere tra giudici e pubblici ministeri rappresenta più di un intervento tecnico: è una scelta di maturità democratica. Dire Sì non significa attaccare la magistratura, ma completare un percorso di chiarezza e coerenza iniziato oltre trent’anni fa, con la riforma del Codice di procedura penale del 1989, il cosiddetto Codice Vassalli. Con quella riforma l’Italia abbandonò il modello inquisitorio e adottò un sistema accusatorio, in cui accusa e difesa si confrontano ad armi pari davanti a un giudice terzo. Ma l’ordinamento della magistratura (rimasto unito) è rimasto ancorato a una logica precedente, nella quale chi accusa e chi giudica fanno parte dello stesso corpo e possono persino scambiarsi di ruolo nel corso della carriera (pure se ormai sono pochissimi casi). Questa ambiguità, per i sostenitori del Sì, mina il principio stesso di terzietà del giudice. Separare le carriere significa trasformare quella convinzione in una garanzia strutturale: due percorsi diversi, due funzioni distinte, un solo fine “la tutela dei diritti”. “La giustizia non è un potere, è un servizio reso ai cittadini” ammoniva Giovanni Falcone. La magistratura italiana ha rifiutato ogni ipotesi di riforma della sua organizzazione, difendendo un simulacro di un potere assoluto e prevalente sugli altri e non ha garantito una dimensione di indipendenza e di autonomia inserite in un quadro di responsabilità di fronte a tutti i cittadini. Su questo punto forse l’Associazione Nazionale Magistrati ha smarrito la lezione di Aldo Moro che nel 1958 scriveva “la libertà si salva solo dove la giustizia è credibile e la giustizia è credibile solo se appare imparziale”. Questa apparenza sembra assolutamente assente nell’esperienza quotidiana di tanti che impattano con il pianeta giustizia. Come scrisse Sabino Cassese: “l’imparzialità non è una virtù morale, ma una costruzione istituzionale”. Questa intuizione di Cassese anticipa le ragioni del no al referendum costituzionale che si basano prevalentemente sulla esperienza concreta che vede pochissimi magistrati cambiare funzione nel corso della loro carriera. Questa questione non è però indicativa, perché pure se i magistrati non cambiano funzione (o lo fanno in numeri ridottissimi) l’imparzialità appare appannata dall’attuale sistema di colleganza in un unico corpo giudiziario che racchiude pubblici ministeri e giudici. E costruire istituzioni più chiare significa rafforzare, non limitare, la democrazia. Dire Sì alla riforma non è un atto di rottura, ma di fiducia nello Stato di diritto, nella Costituzione viva e nella possibilità di una giustizia più trasparente, più responsabile e più credibile. Purtroppo in questi giorni si assiste ad una campagna referendaria ricca di polemiche inutili e che distraggono l’opinione pubblica dalle questioni tecniche. Il Ministro della Giustizia Nordio e il Procuratore Gratteri sono stati infelici protagonisti di una gazzarra mediatica. Le polemiche relative alle parole vergognose del Procuratore Gratteri avrebbero meritato una riflessione più oggettiva e non strali generici. Sarebbe bastato ricordargli che i diritti costituzionali (tra cui la libertà di pensiero e le azioni politiche per le revisioni costituzionali ai sensi dell’art. 138) sono esistenti per tutti e che quindi fare una divisione tra persone per bene e indagati o condannati oppure piduisti è un esercizio suggestivo ma poco rispettoso di quegli stessi valori che a parole si dice di difendere e che devono valere per tutti. Il richiamo del Capo dello Stato intervenuto, in modo inusuale, per presiedere una seduta del Csm, deve essere letto non solo come limitazione alla polemica proposta da Nordio ma anche come continenza necessaria a tutti i sostenitori del No che dovrebbero abbandonare le valutazioni moralistiche e valutare i contenuti di questa riforma. Questo referendum è una prova di coraggio e di maturità del sistema politico ed istituzionale perché costringe tutte le forze politiche a dare un contributo al dibattito e impone ai cittadini e agli operatori della giustizia di misurarsi con principi e idealità e non soltanto con gli slogan o le appartenenze della politica quotidiana. In conclusione, questa riforma delle carriere e degli organi di autogoverno della Magistratura non è un atto di diffidenza ma di fiducia nella Costituzione e nei cittadini.

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