Thomas Wolfe | Angelo, guarda il passato - Mattioli 1885

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Di una pietra, una foglia, una porta
di Pasquale Panella

Finalmente niente da dire, il problema è dirlo con meno parole possibile. Niente da dire a proposito di questo libro, lo guardiamo come si guarda l’impronta di un mastodonte. Anche incantati.

Nell’impronta c’è tutto l’essere di chi l’ha lasciata, così si dice e, sì, è abbastanza vero.

È un libro che lascia questa impressione a chi lo ha visto, a chi ha visto il volume, a chi lo guarda: che sia un grosso libro, gigantesco, vasto, alto. È la prima impressione, è l’impressione giusta. Il libro somiglia al suo autore (ogni creatura è nell’impronta che lascia).

A chi lo guarda, ben detto, non a chi lo legge o lo ha letto (la rima da canzoncina lo conferma: pare che sia uno dei più famosi libri non letti).

Le testimonianze di chi lo ha letto sono pochissime. Persone che leggono – anche persone di buona volontà, quindi volontarie e volenterose – non ne parlano mai, non ne hanno mai parlato se non in futili occasioni cinematografiche. Nicola Manuppelli non me ne ha parlato, ha fatto prima a tradurlo.

Il libro, voglio dire, è in ogni frase del libro, in ogni paragrafo, in ogni capitolo, in ogni parte. Forse, solo nel libro non c’è tutto il libro. Sì, certo, sappiamo dei tagli, della riduzione, anche per questo nel libro non c’è tutto il libro, ma non solo per questo. Non c’è tutto il libro nel libro perché fuori del libro c’è una parte del mondo, forse anche una piccola parte che non è riuscita a entrare nel libro, che è rimasta, appunto, fuori. Un po’ per via dei tagli, un po’ per la difficoltà della cosa. Ma questa difficoltà – fare entrare tutto il mondo nel libro – è leggibile. Come si dice? Nel libro c’è.

Questo è notevole: che in qualsiasi libro non c’è tutto (tutto in generale senza stare qui a dettagliare), è ovvio, ma in questo libro, solo da questo libro sentiamo che qualcosa manca, come quando si dice: ho ancora un po’ di spazio nello stomaco, ecco qualcosa manca alla voracità del libro perché possa dirsi sazio e soddisfatto. Questa assurdità, che il libro possa divorare il mondo, possa alimentarsene, anche con ingordigia, ecco, questa assurdità non è assurda. Un altro po’ di milioni di pagine e ce l’avrebbe fatta (milioni di pagine: un numero che non avrebbe fatto impressione a Thomas Wolfe).

Si capisce che Wolfe è assalito e invaso dal romanzo tutto intero, deve solo scriverlo (solo è un avverbio colossale) e scrivendolo sa che il tempo dello scrivere è più lento dell’invadenza del romanzo, e che il tempo della vita è assai più breve del tempo della vita scritta, e sa che la parte enorme del romanzo è ancora fuori, e sa che più egli scrive più dà vita al mondo, e sa che la vita a contatto con il mondo diventa materia, diventa argilla, «l’argilla della vita per costruire questo libro». Non se ne esce, dal libro non se ne esce, il problema è farci entrare tutto, e tutto vuol dire esattamente tutto.

Come fa quella frase da cinema? Fa così: là fuori c’è il mondo. È perfino invitante. Ma là fuori c’è il romanzo è ossessionante. E quanto mondo, che è la fuori, è ancora fuori, ancora da scrivere (ancora, altro avverbio assillante). Quanto mondo, tanto per dire, visto dalle migliaia di finestrini delle migliaia di treni. E le albe? Quante albe, tenere, rosate, di madreperla, pallide, dall’aria sottile, l’alba sui mari senza fine, l’alba di primavera, l’alba di tutte le stagioni, di tutti i giorni, in tutti i luoghi, l’alba squarciata dal sole ascendente, l’alba in tutte le città sconosciute, l’alba prenatale, la vasca dell’alba nella quale ci si immerge come ciechi sentendo il cuore bianco della luce sugli occhi, anche l’alba irreale.

«Sopra l’alba un’allodola. Non tornerà più». Che cosa dobbiamo fare con questo ragazzo?

E gli anni? Appaiono centinaia e centinaia di volte, soprattutto anni giovani, appaiono anche i trentotto anni di alcuni personaggi, per esempio «Elizabeth aveva trentotto anni, e ne era piacevolmente consapevole», e appaiono gli anni fantasma, attraverso i quali si può tornare indietro «strappando alle ombre spettrali un milione di lampi di luce».

Wolfe, quando può carica il romanzo di milioni di cose, persone, strade, case, libri, città, immagini eccetera, e non risparmia sugli zeri: invocherebbe i miliardi di nomi di donna.

E tutto andrà perduto, o sì, perduto. Tutto quello che Wolfe non riuscirà a far entrare nel romanzo è perduto, ma anche tutto quello che entra nel romanzo si perde, è perduto, anzi, di più, perduto nel romanzo, perduto in Wolfe, che alla fine sembra scrivere brancolando. Va avanti a tentoni: «Dov’è il mondo?»

«In nessun posto» è la risposta. La seconda parte, inevitabile, della risposta la leggerete, è nel libro.

Il paradosso di Zenone: è terribile per un romanziere dalla scrittura furente, copiosa e anche precipitosa rendersi conto che la scrittura è lenta rispetto alla velocità dell’avvenimento del mondo, diciamo così, e che il tempo per scrivere quel che è ancora fuori del romanzo non è tanto quanto è tanto il tempo che occorre a quel che avviene per, appunto, avvenire nel mondo. È difficile stare dietro al mondo che corre nel tempo e al tempo che corre nel mondo, questa perfida staffetta. È, anzi, impossibile, quando tempo e mondo ti corrono appresso, ti stanno addosso. Non si vive facilmente con questa pressione continua. Non solo, vengono i brividi quando ci si rende conto che il paradosso di Zenone, qui, è doppio. Tempo e avvenimento del mondo hanno il corpo dell’atleta veloce, ma succede questo: che il romanzo è lento rispetto all’atleta che lo insegue ma l’atleta (conosciamo l’argomento dell’antica filosofia) non raggiungerà mai il romanzo. Sembrerebbe una buona notizia, non è una buona notizia, è una notizia agghiacciante. Allora è vero: tempo e avvenimento del mondo resteranno comunque alle spalle (anche alle nostre, di noi che leggiamo; assumiamoci questa piccola responsabilità solidale), sono perduti per definizione, automaticamente (sentiamo il gelido scatto del marchingegno): tutto quello che accade, accade già perduto da noi.

Insomma, il romanzo è illusione. E illudiamoci, allora. A Wolfe il romanzo si presenta così, promettente, tutt’uno col mondo alle sue spalle, sulle sue spalle, con qualcosa di più, una cosa aggiunta al mondo: il libro (nessuno ci aveva mai pensato: il libro tratto dal romanzo). Il libro, il volume, una cosa solida con dentro l’illusione. È ovvio: chi scrive aggiunge il suo libro al mondo, che è contenuto nel libro (non c’è da fare i pedanti né la cosa può essere facilmente resa comprensibile con un disegno).

Qui la cosa è intesa in maniera più letterale che letteraria: se chi scrive è Wolfe, tutto consiste nell’aggiungere il libro al mondo che è tutto nel libro, tutto qua (fine del discorso e della pedanteria, e senza stare a fare il disegnino).

Il problema dov’è? Nello scrivere tutto questo. Sentire l’arrivo di una pioggia colossale, attenderla, bagnarsene e inseguirla, scroscio dopo scroscio, goccia per goccia (e ogni goccia va scritta), sui tetti, sulla terra, sulle piantagioni, sulle diverse foglie delle diverse coltivazioni, sull’acqua, sulle colline, sulle «montagne che si alzano maestose in lontananza» sui cappelli, sui visi (sugli ombrelli, è il minimo), sugli animali, sulle penne, sul pelo, sulle scaglie… e l’odore di cane bagnato, e l’odore della terra (questo ovvio cameo letterario), della terra bagnata (sarà ovvio il cameo ma devi ripeterlo come fosse la prima volta che la terra partecipa come personaggio inzuppato, quindi senza ripeterlo, e allora devi fare in modo che l’ennesima volta sia la prima volta)… e le diverse oscurità dei temporali e i lampi diversi, quelli solo luminosi in avvicinamento, e gli schiocchi elettrici sopra la testa, e i tuoni lontani e i tuoni vicini, e la pioggia sul mare, e sui vetri e sui finestrini e sulle cupole, su tutto, e sulla pagina, e anche la pagina si bagna, è tutta bagnata, molle, e allora piove anche sul terrore di non poter più scriverci sopra, e il tempo corre. Povero ragazzo, quante piogge ha passato (qui ha ventotto anni, arriverà a trentotto, il massimo della sua età; cos’era se non un ragazzo?).

Senza dimenticare (non è finita, la pioggia) la pioggia artificiale all’Esposizione Universale, la Cascata sulla facciata di un palazzo bianco, le strade lucide, la nebbia fine, milioni di gocce illuminate da diecimila lampadine: sembra una canzoncina, lo è, perduta con le gocce e con le luci.

Si fa presto a dire: io scrivo. Non si fa così presto a scrivere. Scrivere è davvero mettere in lotta qualcosa con qualcosa (questa è solo una frase, la sostanza ce la metta chi legge; leggere è un ingaggio muscolare con lo scrivere, per esempio. Non si sa? Si sappia).

Ecco, quella lettera a chi legge (all’inizio del libro) è un corpo a corpo, chi la scrive fa prendere corpo alle cose, al tempo, finalmente alle persone, alle gocce. Al libro stesso, che è il primo, lo dice subito, ha già fretta di prolungarlo, e subito lo getta nell’ingaggio con il secondo (lo sa che in questo primo libro non è entrato tutto il mondo). Anche le esperienze che sono nel libro ingaggiano già con le stesse esperienze vissute, lontane e perdute. E qui siamo già alle figurazioni acrobatiche della lotta (è forse acrobatica la sincerità): nel libro ci sono le esperienze che fuori dal libro sono talmente distanti da non esserci più, smarrite. Sì, certo, possiamo accordarci su questo: se le cose (diciamo: le cose) sono qui, non sono lì, per essere qui non devono più essere lì, se sono qui è perché lì sono perdute, e vengono a perdersi qui. C’è un sistema in tutto questo. Un disegno, forse? Insomma, scrivere annienta il mondo nello scrivere (ne avevamo il sospetto). Non è che cominciamo a divertirci?

Quelle esperienze «che un tempo facevano parte della mia vita, ne erano una trama», che frase dolorosa e necessaria. Anche un po’ dispettosa, però, sgambettante, anche. Quelle esperienze fanno forse parte di un corpo di ballo? Quelle esperienze, con la complicità di chi scrive, non sono più di chi scrive, sono preda del libro, non sono più parte di una vita ma sono parte del romanzo, sono i disegni di un intreccio, sono trame. Insomma, chi scrive non è che un complice di quel che scrive. Forse è anche un direttore artistico di spettacoli di danza.

È anche il proprio torturatore: «Se quindi qualcuno dovesse dire che questo libro è autobiografico, non ho niente da ribattere». Se qualcuno dovesse. Dovesse, non volesse. Anche questo qualcuno è sotto torchio, qualcuno, non lui, che è l’autore. Lui ha qualcosa da ribattere, all’inizio timidamente. Sì, il libro lo intimidisce. Se la cava con la facile ovvietà che ogni lavoro narrativo è autobiografico, però aggiunge serio, ogni lavoro serio. Più che speranze si dà coraggio. Continua a lottare e a far lottare scrittura con scrittura, persone conosciute e personaggi del romanzo. Con autobiografico intende (alla fine capiamo, anche perché vuole farcelo capire) scritto da lui, più scritto che vissuto. Autobiografico quindi, ma non tanto, non del tutto. Autobiografica la vita nel romanzo, non la vita nella vita (dove sta scritto che la vita nella vita sia scritta, sia d’autore?)

Eccolo, prende coraggio, si mette in posa da lottatore, mette le mani avanti, ha conosciuto tante persone che hanno vissuto nel periodo raccontato, ecco, non temano, anzi non credano di essere le stesse persone, nessuna persona è ritratta dal vivo (non sta rassicurando le persone, sta rassicurando se stesso come unico autore delle persone). Non pare ma, sotto sotto, qui assume il tono del creatore del romanzo ossia del mondo (conosce l’argomento) ma si esprime con ingenuità perfino puerile, con «innocenza e anima scoperta» dice. E non dice solo questo, dice tutto: «la mia preoccupazione principale è stata dare pienezza, vita e intensità alle azioni e alle persone che stavo creando». Ah, ecco: creando, lo sa. Creando persone esistite, esistenti. Alza anche la voce, «ci tengo a dire con forza», dice a quelle persone e al mondo, che la sua «è un’opera di finzione, e che non ho voluto ritrarre nessuno». Ma sì, ci divertiamo, è il momento delle capriole letterarie (e chi se le perde).

Ci mancherebbe, è la preoccupazione di chiunque scriva e che all’inizio cerca ispirazione e suggerimenti in tutto e alla fine ci tiene a dire che se ha descritto il mondo è perché lo ha creato. Che tenerezza. Ma sì, è bisogno di candore, è timore puerile che l’innocente creazione del piccolo dio bugiardo, che è in chiunque scriva, sia smascherata (o forse mascherata, è tutto un togliere e mettere a seconda della convenienza, siamo in ballo e siamo in maschera, no?) come colpevole trascrizione, come copia del mondo dal mondo, quando invece è vero il contrario, perché il vero, stringi stringi, è poi mica tanto vero. Non so se mi spiego (non lo dico io, sento che lui chiude così il discorso).

Non ha voluto ritrarre nessuno, e qui chiama anche noi alla lotta, ci fa partecipi: noi ci crediamo e non ci crediamo. Ci fa lottare con noi stessi. È questa la bravura di chi scrive davvero. O davvero pensiamo che i libri siano scritti per essere letti, solo perché sono stati scritti, fatti e finiti? Quelli sono i peggiori. I migliori libri, quasi quasi, non sono stati mai letti perché vorrebbero continuare a essere scritti (se così si può dire, o scrivere). Quasi quasi sta per pochissimo letti. Questo, credo che sia il libro più abbandonato dopo alcune prime pagine.

«Con innocenza e anima scoperta» (ripetiamo con l’autore), all’uscita di questa nuova traduzione, invece di far chiacchiere, ci si diverta a confessare quante volte lo si è preso in mano, il libro (o struggenti, eccitanti prime confessioni catechistiche, poco prima delle prime comunioni), quante volte lo abbiamo fatto, e dopo quante pagine s’è conclusa la cosa.

«Ma siamo la somma di tutti i momenti della nostra vita», ci torna su, è una lotta elastica, «tutto ciò che è nostro si trova lì: non possiamo sfuggirgli né nasconderlo», la somma dei momenti è quantità tutta sua, è materiale di sua proprietà letteraria, non può sfuggire, è lotta d’autore, né può nascondere quel materiale, deve scriverlo e pubblicarlo, ha usato «tutta l’argilla della vita per costruire questo libro». Non si capisce se cerca comprensione o cerca di giustificarsi: è una cosa che fanno tutti, dice, usare l’argilla della vita, ha «usato solo ciò che tutti usano, ciò da cui nessuno può tenersi lontano» (dall’argilla della vita?).

Insomma, ha scritto di persone, di città (ma poi «non ci sono città»; fa tutto lui, ma proprio questo è vero: che fa tutto lui, non si tira indietro), di «milioni di ossa delle città», di campi, di treni e di fiumi, di boschi, di strade («milioni di strade»), di colline e di montagne, «del volto perduto tra tutti i volti», di libri, «milioni di libri», di «miliardi di vivi», di «miliardi di possibilità di morte», di tutto il resto al mondo, tutto, ma nessuno pensi che abbia copiato. Persone, città, campi, treni, tutto il resto al mondo, tutto è vita ossia nient’altro che argilla. Ci ha dovuto mettere le mani. L’argilla da sola non diventa libro. Copiare l’argilla, copiare dal vero non vuol dire niente, l’argilla bisogna plasmarla, modellarla (è quello che sta dicendo, ci pare di sentirlo, no?).

Non solo, ecco, è il momento dell’incontro principale della serata: l’ingaggio tra finzione e realtà. Ne sentivamo la mancanza, noi, i cinici dello scrivere. Finzione, menzogna, scrittura, apparenze, finzione non finzione, reale, irreale, ucro uto disto post pre, queste robe dei vecchi tempi quando stuzzicavamo insetti e lucertole, il fantastico cervo volante, i generi con le ali e senza, i generi con le zampette (ti ricordi i generi?).

Benedetta ingenuità, / la finzione non è realtà (è un distico cantabile). Ci tiene, benedetto ragazzone, a farci capire che fatica sia scrivere e che fatica abbia fatto lui a lavorare l’argilla, a farla fingere, non essendo realtà, di esserlo (in realtà), di essere alla fine una realtà reale, «realtà scelta e capita, realtà ordinata e caricata di uno scopo». Insomma, che il libro non sia solo fatto di argilla della vita ma anche che sia tutta farina, come si dice, del suo sacco: ci tiene molto a farcelo sapere. Non ce ne sarebbe bisogno, forse è uno dei pochi libri nel quale, come guardando una foto, si direbbe è tutto se stesso, se stesso autore e se stesso libro, tutti assieme come argilla e farina impastate.

Sì, certo, come no, il dottor Johnson disse.

Diceva il dottor Johnson, dice Wolfe, «che un uomo sarebbe capace di rovistare mezza biblioteca per scrivere un solo libro: allo stesso modo, un romanziere potrebbe attraversare mezza città per costruire un solo personaggio». Sarebbe a dire?

Teme, questo caro ragazzo, di essere sorpreso con le mani nella vita mentre sta cavando fuori argilla dagli argini dell’esistenza. Teme che qualcuno gli rubi il libro, ossia che anche altri scriva (non è che abbia tutti i torti), che qualcuno se ne vada in giro offrendo la mano alla stretta solo per dire piacere scrittrice, piacere scrittore (no, davvero, non ha tutti i torti).

Gli dà forse fastidio che qualcuno non riconosca, se non il capolavoro, il grande lavoro, il lavoro enorme. Ma nemmeno. Teme che qualcuno lo legga.

Questo libro che non si offre alla lettura con la facilità dei librettini da passeggio, appena fuori della libreria, là, sul marciapiede, libri, si direbbe, già letti, come di un piatto si direbbe già mangiato.

Questo libro, meglio non offrirlo, meglio non leggerlo forse, meglio tenerlo lì come un oggetto, anche contundente, per darlo (anche figuratamente, senza nemmeno farlo sennò si sciupa), per darlo in testa a chi si presenta: piacere, scrittrice, piacere, scrittore. Ma facciano il piacere, per davvero.

Così (come dici tu, eh, Thomas?), «con il giusto distacco, senza rancore e senza cattive intenzioni».

E basta così. Fin qui abbiamo solo letto la lettera a chi legge, messa all’inizio del libro.

Che altro dire? Tutto. Anche niente (è una lotta, continua la lotta, la solita lotta) ovvero c’è internet per il tutto e per il niente. C’è la sua vita raccontata più o meno infedelmente, la sua storia (anzi le sue storie, e come già suona falso annunciarle così), c’è tanta chiacchiera, tanta esaltazione (soprattutto di chi scrive quanto sia esaltante la scrittura di Wolfe), c’è tanto pettegolezzo (appare anche l’angelo, in marmo cimiteriale, strapazzato e anche ingiuriato, ma non è quell’angelo, è l’angelo delle malelingue), c’è tutta la civetteria (quel cinguettio petulante e arruffato da voliera di scrittura, non appena si parla di libri, di editor e di editing), c’è il cinema. C’è tutto, e tutto è perduto, perduto, sì, nei grovigli di Wolfe (ma sì, lasciamoci

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