di Giada Fazzalari
Un titolo così è da far tremare i polsi, ma era soltanto con una provocazione che potevamo accendere un faro su un fenomeno che nelle ultime settimane vediamo imperversare su stampa e tv. Un fenomeno che ha un nome e un cognome: Antonio Di Pietro. Tonino di lotta e di governo, protagonista indiscusso di quella stagione tragica che fu Mani pulite, annuncia urbi et orbi che voterà Sì al referendum sulla separazione delle carriere. Una decisione così aderente ai valori della giustizia giusta e del garantismo che attribuirgli l’appellativo di “socialista” non ci è sembrato così peregrino. Una provocazione, certo, ma facciamo un doveroso passo indietro: Tangentopoli è una pagina della nostra Repubblica raccontata in bianco e nero, come se la necessità storica di definire vergognosa quella vicenda non fosse avvertita dai più. È la stagione in cui un intero gruppo dirigente venne travolto e il socialismo italiano, con la sua gloriosa storia, fu messo alla gogna. Giustizialismo, personalizzazione dello scontro, demolizione selettiva di un partito politico che aveva governato, modernizzato, spostato equilibri internazionali. Soprattutto portato nella società italiana un cambiamento culturale profondissimo. Fu l’umiliazione pubblica di una tradizione politica. E l’idea che la politica potesse essere sostituita dalla moralizzazione giudiziaria. Il simbolo di questa tragica vicenda fu il Pool di mani pulite, in testa proprio Antonio Di Pietro: protagonista e tribuno. Col tempo, molte cose sono cambiate. Le inchieste hanno mostrato limiti. Le carriere si sono evolute. E la stessa figura di Di Pietro è entrata nella politica attiva, compiendo quel salto che allora sembrava impensabile. Una scelta che ci suggerisce come sia stata utilizzata la giustizia-show a fini politici personali. Ed è qui che la storia si diverte a rovesciare le prospettive. Oggi Di Pietro prende una posizione che lo mette in rotta di collisione con una parte consistente della magistratura, cioè con quel mondo che lo aveva consacrato. Una scelta che, paradossalmente, lo avvicina a una battaglia storica dei socialisti. Per la distinzione netta dei ruoli, per un equilibrio diverso tra accusa e giudizio, per una giustizia meno corporativa e più garantista. E qui la provocazione è inevitabile. Se sostenere la separazione delle carriere significa difendere un principio di civiltà giuridica che il socialismo riformista ha sempre rivendicato, allora Di Pietro — almeno su questo terreno — finisce per trovarsi dalla stessa parte di chi combatteva trent’anni fa. La storia non assolve automaticamente nessuno. Ma obbliga tutti a fare i conti con essa. E allora sì, la provocazione regge: nel momento in cui sceglie il garantismo contro il corporativismo, Di Pietro compie un gesto che somiglia più alla tradizione socialista che al giustizialismo delle origini. Forse il tempo, più delle sentenze, è il vero giudice della politica. E forse, a distanza di decenni, quella stagione merita di essere rivista persino da chi ne fu il protagonista indiscusso. E ci fa pensare, dopo trent’anni, che forse noi socialisti non avevamo poi così torto.