La guerra in Iran, esplosa il 28 febbraio 2026 dopo i raid mirati condotti da Stati Uniti e Israele contro infrastrutture e vertici del regime iraniano, ha segnato uno dei momenti più drammatici della recente geopolitica mediorientale. L’operazione militare ha portato all’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei, figura che per oltre trent’anni ha rappresentato il centro del sistema politico e religioso della Repubblica Islamica.
Eventi di questo tipo non si consumano più solo nei palazzi del potere o nei comunicati ufficiali: si riflettono quasi immediatamente anche sulle piattaforme social, dove le comunità – soprattutto quelle della diaspora – reagiscono in tempo reale, senza filtri, con rabbia, speranza, ironia o paura.
Per capire come questo evento venga percepito da una comunità spesso difficile da intercettare con strumenti tradizionali, abbiamo condotto un’analisi di social listening sui principali social network, isolando i contenuti pubblicati tra il 28 febbraio e il 5 marzo 2026 da account localizzati in Italia ma scritti in lingua farsi. Non è un sondaggio: è l’osservazione di ciò che le persone hanno deciso spontaneamente di scrivere online.
Il dataset analizzato comprende 1.077 post. E la tendenza complessiva è chiarissima.
Cordoglio quasi assente: i post pro-Khamenei sono una minoranza
Partiamo dal dato più “freddo”, ma anche più indicativo: i contenuti che esprimono cordoglio o sostegno a favore di Khamenei sono pochissimi. Nel dataset, rappresentano circa il 2,2% (24 su 1077).
Esiste quindi una piccola nicchia che piange la Guida Suprema e lo descrive in termini religiosi, talvolta come un “martire”. Questo tipo di narrativa appare però marginale rispetto al resto della conversazione e, soprattutto, spesso finisce al centro di contestazioni: in generale, quando emergono voci pro-Khamenei, tendono a essere percepite come isolate o “coperte” dal rumore delle reazioni contrarie.
Il cuore della conversazione: Khamenei come colpevole della guerra e della sofferenza
Il filone dominante è quello in cui Khamenei viene indicato come responsabile dell’attuale situazione dell’Iran. Uno dei trend più chiari è proprio l’attribuzione alla sua figura della colpa per la guerra, la sofferenza e la crisi del Paese (35%). In questa area ricorre spesso lo slogan “Morte a Khamenei”, usato come formula di rifiuto politico e come sintesi estrema di una delegittimazione già maturata nel tempo.
Questa non è solo una critica generica al regime: è una personalizzazione del conflitto e del dolore, dove la Guida Suprema viene presentata come l’origine di una catena di eventi che ha portato l’Iran sull’orlo del collasso.
Gioia, sollievo, scherno: la morte viene raccontata anche come “liberazione”
Accanto alla critica politica c’è una seconda corrente, ancora più di impatto emotivo: la celebrazione. In molti post analizzati si parla apertamente di felicità, sollievo e derisione legati alle notizie – o anche solo alle speculazioni – sulla morte di Khamenei (34%). Il lessico è spesso quello di una liberazione: scene raccontate come festeggiamenti in strada, fuochi d’artificio, balli, ironia pubblica.
Dentro questo blocco compare anche un sottotrend molto netto: una parte degli utenti ringrazia esplicitamente Trump e Netanyahu per averlo “ucciso” (24%). È un elemento interessante perché non riguarda solo il giudizio su Khamenei, ma diventa una presa di posizione geopolitica “per interposta persona”, in cui l’azione esterna viene letta come risposta a un’ingiustizia interna.
L’opposizione online: monarchici e altri gruppi anti-regime molto visibili
Scorrendo i contenuti, alcune identità politiche emergono con una visibilità particolare. I sostenitori della monarchia Pahlavi, ad esempio, si riconoscono spesso attraverso hashtag specifici e si presentano come un blocco compatto: questa componente è tra i critici più riconoscibili e ricorrenti (22%). In queste conversazioni Khamenei viene descritto come il distruttore dell’Iran, e la sua morte come un passaggio necessario per “riprendersi il Paese”.
Accanto a loro compaiono anche altri gruppi di opposizione. Nel dataset troviamo riferimenti al MEK/NCRI, che celebrano la morte della Guida Suprema come fine della teocrazia e rilanciano l’idea di una repubblica democratica (2%). Inoltre, in modo trasversale, ricorre la presenza della diaspora come soggetto che parla da fuori ma “connesso” emotivamente agli eventi: nei post vengono citate esplicitamente geografie e appartenenze, con attivisti o utenti riconducibili alla diaspora (11%).
La delegittimazione totale: Khamenei come simbolo di oppressione e “nemico dell’Iran”
Oltre ai filoni politici, c’è un livello più profondo e più duro: la descrizione del regime come oppressivo e della Guida Suprema come simbolo di repressione. In una quota significativa di contenuti Khamenei viene definito “il più grande nemico dell’Iran” e il suo sistema viene associato a violenza e terrorismo (12%).
In parallelo, cresce il livello di aggressività linguistica. Molti post usano termini estremamente offensivi e volgari per attaccarlo sul piano personale, ricorrendo a insulti e definizioni degradanti (11%). È un elemento rilevante perché segnala non solo dissenso politico, ma anche la volontà di “sacralizzare al contrario” la figura del leader, distruggendone simbolicamente l’autorità.
La narrazione si completa con un altro blocco ricorrente: Khamenei viene indicato come “criminale”, “assassino” e “istigatore di guerra”, responsabile della morte di persone e bambini, in Iran e in altri contesti regionali (10%). E per molti utenti, la sua morte coinciderebbe con la fine di un “governo orribile” e l’inizio di una vita migliore, con toni che evocano punizione e inferno (10%).
“E adesso?”: successione, Mojtaba e timore di continuità dinastica
Se una parte dei contenuti è emotiva, un’altra è sorprendentemente politica e strategica. Molti post si spostano infatti subito sulla domanda: cosa succede adesso al regime? La discussione sulla successione è centrale (19%) e, in particolare, emerge un rifiuto della successione ereditaria legata al figlio Mojtaba Khamenei. Non è solo un tema istituzionale: è la paura che la morte del leader non produca alcun cambiamento reale, ma solo una continuità sotto altro nome.
Voci alternative e “teorie”: fuga, accordi interni, scenari costruiti
Come spesso accade nelle crisi, la conversazione ospita anche ipotesi alternative. Alcuni utenti credono che Khamenei fosse illuso sulle capacità dell’America o addirittura che abbia orchestrato la propria uscita di scena per evitare una fine vergognosa (5%). Altri negano la sua morte o ipotizzano una fuga, suggerendo che l’esito possa essere stato determinato da accordi interni (1%).
Nel dataset compaiono anche accuse estremamente gravi e marginali, incluse insinuazioni di pedofilia o abusi (meno dell’1%). Questi contenuti sono numericamente ridotti, ma indicano come, in un clima di polarizzazione, emergano anche attacchi di tipo scandalistico.
Non solo entusiasmo: una quota teme le conseguenze della guerra
Infine, c’è una parte che si discosta dal tono celebrativo. Nonostante la gioia generale sia un tratto evidente, alcuni utenti esprimono preoccupazione per ciò che la morte di Khamenei può innescare: escalation, ulteriori conflitti, instabilità interna e manovre politiche (10%). In altre parole, anche chi detesta la figura del leader non necessariamente vede l’esito come “risolutivo” nel breve periodo.
Cosa raccontano davvero i social sulla guerra in Iran
Nel complesso, la lettura dei social in farsi pubblicati da account localizzati in Italia restituisce un quadro fortemente sbilanciato: il cordoglio è quasi assente (2,2%), mentre domina una narrazione anti-Khamenei fatta di accuse politiche, delegittimazione radicale e, in molti casi, vera e propria celebrazione della sua morte.
Naturalmente i social non sono l’Iran e non rappresentano automaticamente la società iraniana nel suo complesso. Ma sono un osservatorio prezioso perché mostrano, senza mediazioni, come le comunità della diaspora interpretano un evento storico mentre sta accadendo. Ed è proprio qui che il social listening diventa uno strumento strategico: non per “fare previsioni”, ma per leggere in tempo reale sentimenti, narrative e linee di frattura che spesso anticipano la direzione del dibattito pubblico.