DCA… L’amore sotto assedio: quando il cibo diventa un muro tra noi

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Incastonare un disturbo alimentare dentro una relazione è come cercare di far respirare due persone in una stanza dove l’aria è stata saturata da un gas invisibile: entrambi boccheggiano, ma per ragioni diverse.

Quando parliamo di anoressia, bulimia o binge eating, tendiamo a fissare lo sguardo sul corpo che cambia, sul piatto vuoto o sui resti di un’abbuffata, ma la verità è che quello che vediamo è solo la punta dell’iceberg.

Sotto il pelo dell’acqua c’è un mondo di voragini emotive che la psicoanalisi ci insegna a leggere non come un capriccio, ma come un grido d’aiuto muto.

Il corpo non è l’obiettivo, è il palcoscenico di una guerra civile interiore dove il cibo diventa l’unico linguaggio possibile quando le parole si sono rotte e l’anima urla senza voce.

In questa dinamica, la coppia smette di essere uno spazio di condivisione e diventa un campo minato, dove ogni passo falso può innescare un’esplosione di angoscia.

Chi soffre vive in un perenne stato di allerta; il controllo ossessivo sulle calorie o sul peso è in realtà un disperato tentativo di tenere insieme i pezzi di un’identità che sente di andare in frantumi. Per questa persona, l’altro — il partner — diventa una minaccia involontaria proprio perché è colui che “vede”.

Essere guardati diventa insopportabile quando l’immagine che si ha di sé è quella di un fallimento totale o di un corpo che non si abita più.

L’intimità, infatti, richiede di abbassare le difese, ma chi combatte contro il proprio corpo vive con l’armatura sempre allacciata, temendo che ogni carezza sia un atto di controllo o un giudizio mascherato.

Ecco perché la sessualità spesso si spegne o diventa un dovere meccanico: come si può provare piacere o desiderare di essere toccati se ci si sente profondamente sbagliati, “sporchi” o fuori controllo?

Il letto diventa un luogo di esposizione terrificante dove il timore del giudizio dell’altro sovrasta ogni possibile eccitazione, e dove il contatto fisico viene percepito come un’intrusione in uno spazio che si vuole tenere sigillato. Per quanto concerne le problematiche inerenti alla sessualità per chi soffre di DCA, oltre al corpo solitamente esistono traumi e dinamiche storiche che hanno segnato fortemente la persona nel profondo e questi non le permettono di sentirsi libera, ne di lasciarsi andare.

Il partner, dal canto suo, vive un rifiuto che taglia la pelle: si sente non desiderato, messo da parte, quasi trasparente di fronte all’ossessione che occupa ogni pensiero della persona amata. Questa distanza crea un vuoto che spesso viene riempito da una gelosia MOLTO intensa. Chi soffre di un DCA è spesso convinto che, essendo lui stesso “difettoso”, il partner stia solo aspettando l’occasione giusta per fuggire verso qualcuno di più sano, più vitale, più “normale”.

Questa insicurezza cronica si trasforma in una possessività soffocante, un tentativo di trattenere l’altro per paura di sparire nel nulla se lasciati soli. C’è il terrore che il partner si stanchi del “peso” della malattia e cerchi la leggerezza altrove.

Ma c’è un rovescio della medaglia: anche il partner, spinto da un amore che diventa ansia pura, inizia a esercitare un controllo speculare. Diventa il poliziotto del piatto, l’investigatore dei comportamenti sospetti, trasformando il rapporto in una dinamica genitore-figlio che uccide definitivamente l’erotismo.

Qui si inserisce una delle dinamiche più pericolose e silenziose (che accadono con anche con amici, famigliari e così via): il partner finisce per diventare il contenitore illimitato di tutti gli sfoghi, delle crisi e dei tormenti di chi soffre. Sebbene nasca da un profondo desiderio di protezione, questo meccanismo è una trappola per entrambi. Quando il partner assorbe ogni grammo di dolore, rabbia e frustrazione, si crea una sorta di “equilibrio patologico”. Chi soffre trova nell’altro una valvola di sfogo che placa momentaneamente l’angoscia, ma proprio questa “comodità” emotiva diventa un ostacolo alla cura: se il partner contiene tutto, la persona non sentirà mai la spinta necessaria per chiedere un aiuto professionale. Perché cercare uno specialista se c’è qualcuno in casa pronto a farsi carico di ogni tempesta? In questo modo, il partner non sta aiutando, ma sta involontariamente alimentando il sintomo, esaurendo le proprie energie vitali e diventando un complice passivo di una prigione a due.

Si finisce per amarsi attraverso il controllo, ed è qui che il conflitto diventa quotidiano, logorante e privo di sbocchi: si discute per un grammo di pasta, ma si urla per il bisogno disperato di essere rassicurati.

La sofferenza che chi ha un DCA prova è qualcosa di indescrivibile: è un senso di isolamento totale, una prigione di vetro dove si vedono gli altri vivere, ma non si riesce a partecipare.

Chi soffre si sente un mostro che sta prosciugando la felicità di chi ha accanto; la colpa è un sasso nello stomaco più pesante di qualsiasi pasto.

C’è il dolore di vedere il partner piangere o rassegnarsi, e la frustrazione di non poter dire “ti amo” senza che il disturbo intervenga a censurare il sentimento.

Il partner, d’altra parte, vive un’impotenza che scava dentro: guarda la persona amata svanire o farsi del male e non ha strumenti per fermarla. Si sente un fallito perché l’amore, da solo, non basta a “guarire” l’altro.

In questo scenario così complesso, è fondamentale che chi soffre trovi il modo di far capire al partner cosa stia accadendo realmente “sotto la superficie”. Non è una sfida da affrontare in solitaria: è vitale coinvolgere operatori specializzati in disturbi alimentari. Chiedere aiuto insieme permette di dare un nome ai fantasmi che abitano la coppia.

Spesso, il partner non sa come reagire e finisce per peggiorare le cose pur volendo aiutare; la mediazione di esperti serve proprio a tradurre quel “muro di cibo” in bisogni emotivi, permettendo al partner di capire che il disturbo non è un attacco personale, ma una malattia. Solo attraverso un percorso si può smettere di essere “infermiere e malato” per tornare a essere, un passo alla volta, due persone che si scelgono.

CC

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ChiaraSole Ciavatta