L’inconscia strumentalizzazione nei DCA

Compatibilità
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In questo articolo/riflessione affronto un argomento difficile, delicato e scomodo.

Personalmente ci ho messo molto tempo ad ammettermelo:

Quando stavo male attuavo degli atteggiamenti che tendevano a strumentalizzare e, se possibile, anche a manipolare le persone attorno a me.

Il più delle volte non me ne rendevo neanche conto, si trattava di un atteggiamento inconscio della patologia.

Utilizzavo qualunque cosa: dal cibo, il corpo, al mettermi in pericolo, ma anche a qualunque sorta di cosa potesse attirare l’attenzione/considerazione delle persone che piu’ amavo e che piu’ mi amavano.

Per fare un esempio: mi mettevo in camera piangendo non forte con la porta socchiusa, facendo in modo che mi sentissero. Prima o poi qualcuno arrivava ed era quello che desideravo; ovviamente man mano alzavo l’asticella fino a fare cose anche molto gravi.

Era per avere il controllo proprio che era una necessità autoprotettiva su ogni sfera della vita, non “solamente” sul cibo e il mio corpo.

Inevitabilmente i miei genitori impauriti quasi sempre facevano quanto chiedevo, o meglio, quanto la malattia ordinava. Temevano per la mia vita.

Un aspetto subdolo della malattia che fa star male tutti, nessuno escluso dato che non ha limiti.

Inoltre capita che sia una modalità comune a vari componenti della famiglia quella di farsi ascoltare e vedere attraverso il far venire i sensi di colpa.

Ci ho messo tempo e fatica per ammettermi questa sfaccettatura dei DCA, mi vergognavo, mi sentivo in colpa. Non riuscivo ad accogliere scientemente questi miei comportamenti riconosciuti a posteriori, ma poi ho scavato, compreso e rielaborato: quel dittatore era capace di tutto, anche di ricattare emotivamente pur di ottenere quello che voleva. Non guardava in faccia a nessuno, nessuna pietà, l’obiettivo era comandare, ottenere, L’OBIETTIVO era il controllo e, “il fine giustificava i mezzi” come diceva Macchiavelli, questo io facevo.

Chissà se ti ritrovi in queste mie parole.

In questi anni mi sono confrontata con molte persone che conoscevano in modo diretto i disturbi alimentari e abbiamo trovato molte affinità..

Buona lettura

‘In casa, quando c’è di mezzo un disturbo alimentare, l’atmosfera diventa spesso pesantissima, quasi come se ci fosse un “fantasma” che decide l’umore di tutti, ci sono spesso conflitti.

La cosa assurda è che questa strumentalizzazione dei genitori o dei fratelli avviene quasi sempre senza che tu te ne renda conto davvero: è la malattia che parla al posto tuo per proteggere le sue regole assurde.

Succede che, senza volerlo, inizi a usare il tuo malessere come uno scudo.

Se un genitore prova a farti una domanda scomoda o a farti notare che qualcosa non va, scatta subito la modalità “attacco” o “vittima”. Magari rispondi male, rinfacci cose del passato o ti chiudi in camera lasciando tutti nel senso di colpa. In quel momento, il tuo obiettivo inconscio è spostare l’attenzione dal problema del cibo al fatto che “loro non ti capiscono” o “ti stanno addosso”.

Così, i tuoi si sentono talmente in colpa o spaventati da finire per assecondarti in tutto, pur di vederti un briciolo più serena.

Questa dinamica trasforma la famiglia in una squadra di persone che camminano sulle uova terrorizzati.

Tu diventi il centro del mondo: ogni programma, ogni cena, ogni parola viene filtrata in base a come potresti reagire tu.

È una forma di controllo che ti fa sentire potente per un attimo, perché vedi che tutti si muovono come dici tu, ma subito dopo ti fa sentire terribilmente sola. (In fondo, “usi” questa manipolazione per non farti aiutare???), perché la parte di te che sta male ha una paura matta di cambiare e ha bisogno che i tuoi restino “incastrati” in questo ruolo di spettatori impotenti.

Per un genitore, trovarsi in questa situazione è come stare sulle montagne russe senza cintura di sicurezza: fa paura, succhia le energie e ci si sente spesso impotenti.

La cosa più importante da capire è che non dovete combattere contro vostro figlio, ma contro il disturbo che lo sta usando come scudo.

Ecco alcuni passaggi chiave per gestire la situazione in modo semplice:

Non abboccare all’amo della provocazione.

Quando vostro figlio risponde male o cerca di farvi sentire in colpa, ricordatevi che è la malattia che sta cercando di proteggere se stessa.

Invece di arrabbiarvi o chiudervi a vostra volta, provate a restare calmi.

Se le cose si scaldano, meglio non accogliere le provocazioni e ad esempio dire: “Vedo che ora sei molto arrabbiato e non riusciamo a parlarne, riprendiamo il discorso quando siamo più tranquilli”. Questo rompe il gioco della manipolazione.

Smettere di “camminare sulle uova”

Assecondare ogni regola assurda del disturbo (come cucinare solo certe cose o non parlare mai di certi argomenti) non aiuta chi soffre, anzi, lo fa sentire ancora più intrappolato.

È importante mantenere delle routine familiari normali. Siate fermi ma con estrema dolcezza: “Ti voglio bene e proprio perché ci tengo a te, non posso far finta che questo comportamento vada bene”.

Provate a parlare a vostro figlio come se il disturbo alimentare fosse un “bullo”.

Cercare un aiuto esperto (per tutti).

Non potete fare tutto da soli e non è colpa vostra. NON E’ COLPA DI NESSUNO.

Rivolgersi a un centro specializzato è fondamentale.

Spesso è utile anche un percorso per voi genitori, per imparare a comunicare senza farvi schiacciare dai sensi di colpa e per ritrovare la forza di essere quella guida sicura di cui vostro figlio ha bisogno, anche se ora sembra rifiutarla.

Spesso il muro di silenzio o i litigi partono perché entrambi avete paura: tu di essere giudicata o controllata, loro di perderti o di sbagliare parola.

Per rompere il loop, il segreto è parlare di come ti senti, non di quello che fai (o non fai) con il cibo. L’atro segreto fondamentale è non parlare degli oggetti sintomatici principali e cioè cibo e corpo.

Ad esempio per aprire un dialogo senza far scoppiare la terza guerra mondiale:

  • Il messaggio “fuori pasto”: Non parlate di queste cose a tavola, è il momento peggiore. Prova a spiegare dicendo: “Ehi, so che ultimamente rispondo male o mi chiudo, ma è perché mi sento un po’ sopraffatta. Non è colpa vostra, ho solo bisogno di sapere che ci siete anche se sono intrattabile.”
  • Invece di dire “Voi non capite”, prova con: “Oggi i martelli sintomatici nella mia testa sono super alti e mi fanno vedere tutto nero. Se mi vedete nervosa è per quello, non arrabbiatevi con me.” Questo li aiuta a capire che il nemico è il disturbo, non tu.
  • Chiedere spazio senza chiudere la porta: Se ti senti soffocata, invece di urlare, prova a dire: “In questo momento ho bisogno di mezz’ora per stare tranquilla in camera, ma dopo mi farebbe piacere se guardassimo un film insieme senza parlare di problemi ne di cibo ne di corpo.”
  • e così via….

In questo modo, dai a loro un “manuale d’istruzioni” su come starti vicino senza invadere i tuoi spazi, e a te togli il peso di dover gestire tutto da sola.

Spesso sono proprio le piccole cose quotidiane che fanno scattare la scintilla, tipo un commento sul piatto o quello sguardo preoccupato che ti senti addosso appena entri in cucina.

Prova a pensare a una di queste situazioni che ti capita spesso:

In parole povere, chi soffre di un disturbo alimentare si comporta così perché il cibo e il corpo sono diventati l’unico modo che conosce per gestire emozioni che pesano troppo. Non è un capriccio e non è “voglia di fare la difficile”: è una strategia di sopravvivenza che però, purtroppo, si ritorce contro.

Ecco perché scattano quei comportamenti che sembrano assurdi o manipolatori:

  • Il controllo come scudo: Quando senti che la tua vita va a rotoli o che le emozioni sono un caos, controllare alla perfezione cosa mangi o quanto pesi ti dà l’illusione di avere tutto sotto controllo. È come se il numero sulla bilancia fosse l’unico terreno sicuro su cui camminare.
  • La voce martellante nella testa: Immagina di avere un bullo che ti urla nelle orecchie h24. Quella “voce” ti dice che se sei perfetta in tutto sei una fallita, non vai bene e non sei abbastanza. DEVI DIMAGRIRE.
  • La paura del giudizio: Spesso si pensa che cambiando il corpo si risolveranno tutti i problemi di insicurezza. Si crede che “se sarò così, allora sarò felice/accettata/abbastanza”. È un’illusione ottica che ti spinge a fare cose estreme per raggiungere un traguardo che si sposta sempre più in là.
  • Comunicare senza parole: A volte quei comportamenti sono l’unico modo per dire “sto male, aiutatemi” senza doverlo dire a voce, perché magari non si sa nemmeno come spiegarlo o si ha troppa paura di essere un peso.

È un po’ come se il disturbo fosse un software che ha preso il controllo del computer: la persona è sempre lei, ma i comandi li sta dando un programma malato con un virus.

NON MOLLARE, PROSEGUI IL TUO PERCORSO DI CURA…. SI PUO’ GUARIRE!

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ChiaraSole Ciavatta