Cosa resta da fare sulle SLAPP - Ordine dei Giornalisti

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Venti giornalisti dell’Ordine della Lombardia hanno svolto a Lipsia un corso di formazione Erasmus sulla libertà di stampa e sulle Strategic lawsuit against public participation: l’Italia ha tempo fino a maggio per recepire la direttiva europea sul tema, ma il dibattito va a rilento e il rischio è quello di un esito al ribasso 

di Gaia Carretta

Venti giornalisti lombardi sono partiti dall’Italia il 15 febbraio scorso per una full immersion di 12 giorni di formazione con il programma Erasmus+. Destinazione: Lipsia, sede dell’European Center for Press and Media Freedom (ECPMF),  . Allo studio le Slapp – letteralmente: “schiaffo” -, cioè quelle azioni legali strategiche intentate per intimidire e mettere a tacere chi informa attraverso tecniche di intimidazione. 

La difesa del giornalismo libero resta una sfida aperta, che richiede cooperazione, risorse e visione di lungo periodo. A breve l’Italia si ritroverà a recepire la direttiva europea proprio sulle Slapp. 

L’interrogativo è solo uno: come si comporterà la politica? Prevarrà il senso civico ed istituzionale cogliendo l’occasione per definire regole e principi che definiscano i confini per garantire la libertà di stampa? O si recepirà il minimo sindacale? Il futuro del giornalismo italiano, forse, passa anche da qui. 

Perché Lipsia

Nelle prime giornate a Lipsia è emerso con chiarezza un dato: il futuro della tutela dei giornalisti in Europa ora si giocherà nelle capitali nazionali. La direttiva europea contro Slapp è ormai approvata e in vigore, ma la sua efficacia dipenderà da come gli Stati membri decideranno di recepirla nei rispettivi ordinamenti.  

Lipsia è un nodo centrale per il monitoraggio della libertà di informazione. Oggi è sede dell’European Center for Press and Media Freedom (ECPMF), ma, ai tempi della Germania dell’Est, la città era un nodo centrale per la formazione dei giornalisti della DDR. 

Nel 1989, a ridosso della caduta del muro di Berlino, proprio da qui partì la Rivoluzione delle candele, una marcia non violenta in cui il fuoco simboleggiava la protesta pacifica (“senza armi”) e la richiesta di luce, intesa come verità e trasparenza contro la censura di Stato.

E proprio a Lipsia oggi si continua a parlare di libertà di informazione, presso il campus del ECPMF, dove si è tenuto l’Erasmus+ sulle Slapp, organizzato dall’Ordine dei Giornalisti della Lombardia. Dieci giorni di formazione su una pratica di intimidazione che per molti colleghi resta sorprendentemente poco conosciuto. Eppure, riguarda direttamente il lavoro quotidiano di tutta la categoria.

Cosa sono le Slapp

Le Slapp, acronimo di Strategic Lawsuits Against Public Participation, sono cause civili o azioni giudiziarie avviate non tanto per ottenere giustizia quanto per scoraggiare la pubblicazione di notizie scomode. Spesso prevedono richieste risarcitorie sproporzionate o procedimenti lunghi e costosi che producono un effetto di intimidazione e autocensura.  

Non si tratta di una minaccia astratta. I dati presentati durante l’incontro organizzato dal ECPMF mostrano come in Europa gli attacchi contro i giornalisti non siano affatto in diminuzione: minacce, campagne di delegittimazione e azioni legali continuano a colpire chi svolge attività di informazione su temi di interesse pubblico.

Le intimidazioni verso i giornalisti sono in aumento

Il caso tedesco, discusso durante la presentazione del rapporto Feindbild Journalist – giornalisti bersaglio (https://www.ecpmf.eu/feindbild-journalistin-9/) – rappresenta un esempio emblematico di come il clima politico possa rapidamente riflettersi sulla sicurezza dei media: negli ultimi 10 anni, in Germania, sono state 522 solo le aggressioni fisiche e solo nel 2024, anno delle elezioni, sono state 98. 

L’avanzata dell’estrema destra di AfD ha portato a un aumento della pressione e delle aggressioni nei confronti dei giornalisti, in particolare durante manifestazioni e campagne elettorali. Episodi che mostrano come la libertà di stampa non sia data per scontata, nemmeno nelle democrazie consolidate. 

In Italia, ad esempio, negli ultimi 4 anni, secondo il rapporto ECPMF, sono stati 480 i casi di intimidazione (il più eclatante l’attentato contro Sigfrido Ranucci, di Report), 1 ogni 3 giorni. 

La direttiva anti-Slapp

Ma il nodo più rilevante emerso dal confronto di Lipsia riguarda proprio l’implementazione della direttiva europea anti-Slapp.

La norma approvata dall’UE introduce strumenti procedurali importanti: la possibilità di archiviare rapidamente le cause manifestamente infondate, l’obbligo per chi avvia azioni abusive di pagare le spese processuali e meccanismi di tutela per chi viene colpito da queste cause intimidatorie.  Si tratta però di standard minimi, aggravati dal fatto che una Slapp è riconosciuta come tale solo se è transfrontaliera. Gli Stati membri possono quindi decidere di rafforzare questi strumenti, oppure limitarli al minimo indispensabile.

Ed è proprio qui che si apre la vera partita politica. La direttiva dovrà essere recepita entro il maggio 2026 e, nel caso italiano, il percorso appare tutt’altro che lineare. 

La partita italiana del governo Meloni

Il governo Meloni ha annunciato l’intenzione di procedere con uno o più decreti legislativi, ma il dibattito parlamentare procede lentamente e non è ancora chiaro quale sarà l’effettiva portata delle nuove norme.  

Il rischio, segnalato da diversi osservatori, è quello di un recepimento “da minimo sindacale”: una trasposizione tecnica che introduca formalmente le nuove regole europee senza intervenire davvero sulle criticità strutturali del sistema italiano, a partire dall’abuso delle cause per diffamazione.

Paradossalmente, proprio l’Italia è uno dei Paesi europei dove il fenomeno delle querele temerarie risulta più diffuso. Secondo diverse analisi, le principali vittime sono giornalisti e reporter che indagano su politica, economia e criminalità.  

Per questo il recepimento della direttiva anti-Slapp rappresenta un’occasione potenzialmente storica per la categoria. Non solo per introdurre strumenti difensivi più efficaci, ma anche per riequilibrare un sistema che oggi espone chi fa informazione a costi legali e rischi personali spesso sproporzionati rispetto al diritto di cronaca.

Recapiti
Francesco Gaeta