Milano vince le Olimpiadi

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Italiana anzi lombarda, milanese d’adozione da quasi trent’anni, mi sono trovata a girare per Milano tra i colleghi della stampa estera, perché collaboro (anche) con un paio di testate straniere in Francia, in Inghilterra e negli Usa. Faccio la giornalista di viaggi da più di vent’anni. Racconto le città di tutto il mondo da più di due decenni. Eppure non ho mai “visitato” la mia, non ho mai fatto un reportage ai quattro angoli di casa mia. Fino a oggi. Qui il mio racconto integrale, che è diventato lo spunto per un vero e proprio reportage sulle pagine di Beaumonde Traveller, la rivista di travel Luxury made in Britain.

Diciassette giorni, più di un milione di visitatori in transito e di novanta nazionalità diverse, quasi 65mila spettatori alla cerimonia inaugurale, migliaia di fotogiornalisti accreditati -senza contare la tv: per i Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina, la città di Milano ha fatto i numeri…senza darli. Già, il capoluogo milanese è il vero vincitore di queste Olimpiadi. E non soltanto perché si sono svolte senza intoppi, perché la macchina organizzativa ha funzionato, perché lo show è andato avanti senza sosta fino alle finali e alla fine, ma perché, in poco più di due settimane, Milano ha confermato di essere ciò che è sempre stata: grande. Milan l’è semper on gran Milan amano ripetere i milanesi. E oggi lo dicono tutti. In quasi novanta lingue diverse.

-È sempre stata così?-mi ha chiesto una giornalista canadese a cena, lodando la città. Italiana anzi lombarda, milanese d’adozione da quasi trent’anni, mi sono trovata a girare per Milano tra i colleghi della stampa estera, perché collaboro (anche) con un paio di testate straniere in Francia, in Inghilterra e negli Usa. Faccio la giornalista di viaggi da più di vent’anni. Racconto le città di tutto il mondo da più di due decenni. Eppure non ho mai “visitato” la mia, non ho mai fatto un reportage ai quattro angoli di casa mia. Fino a oggi. Con i colleghi stranieri, ho camminato per le “mie” strade, nei “miei” quartieri, tra i luoghi, i musei, i monumenti e i locali che mi appartengono, per scoprire che forse non li ho mai visti davvero. Non come meritavano. Un po’ come nelle coppie di lunga data, ci si innamora giorno dopo giorno fino a non vedere più l’altro ma il suo riflesso in noi, su di noi, attraverso di noi. E si finisce spesso per annoiarsi reciprocamente, talvolta criticandosi l’un l’altro trascurando i relativi pregi.

-È sempre stata così?- la collega canadese ha ripetuto la domanda. No, non è mai stata così. Ma lo è diventata. E i Giochi Olimpici sono stati l’occasione per mostrarsi a tutti. Impavida, preparata, affascinante, puntuale. Con quella caratteristica tutta sua di mostrarsi senza ostentare, di accogliere senza invadere, di farsi capitale glamour – e pure metropolitana- senza rinunciare alla anima cittadina. Lo dimostra l’esperimento di Casa Italia, che in Triennale si è trasformata non solo in lounge privata ma in salotto per tutti i tifosi, così come le altre quindici “case” olimpiche internazionali che hanno trasformato Milano in un in un mosaico diplomatico e culturale: concerti, talk, installazioni, degustazioni, incontri istituzionali.

E i ristoranti che hanno aperto le porte e le cucine, con i loro signature dishes, a cominciare da Don Lisander e dall’iconica torta La Provvidenza con crema di mascarpone, ispirata allo scrittore milanese Alessandro Manzoni.

Ma c’è anche il “mountain menu” inaugurato per l’occasione al Mandarin Oriental, che trasforma il raffinato ristorante in una brasserie d’alta quota e di alta cucina; ci sono gli aperitivi al tramonto del radio Rooftop al ME Milan Il Duca, nel club esclusivo di Casa Cipriani o tra i decori Belle Epoque dell’Hotel Gallia; ci sono le nuove maxi terme De Montel tra l’Ippodromo e lo Stadio di San Siro che tutto il mondo ha ammirato nella cerimonia inaugurale diretta da Marco Balich.

E poi ancora l’arte, il design e la moda, tanto meglio se sono combinati insieme, come accade alla Pinacoteca di Brera, dove i capolavori di arte italiana e lombarda dal Trecento al Novecento, si mescolano alle creazioni indimenticabili del re della moda Giorgio Armani, scomparso nel 2025 ma presente nei cuori dei milanesi e degli atleti che hanno indossato, per le Olimpiadi, le divise disegnate dalla sua maison.

Ci sono anche le Gallerie d’Italia, il polo museale voluto da Banca Intesa San Paolo che unisce l’arte lombarda alla fotografia contemporanea, che si inserisce tra Palazzo Marino, a due passi dalla celebre galleria Vittorio Emanuele dove George e Amal Clooney hanno ripetuto a favore di telecamere e di social il “balletto” porta fortuna che i milanesi compiono da secoli -puntare il tallone sui testicoli del toro disegnato nel grande mosaico pavimentale e girare tre volte su se stessi.

Ma sono le mostre gratuite e le installazioni a tema neve a fare il pieno di like e visitatori: se alla Triennale vince White Out – The Future of Winter Sports, la mostra che mette in dialogo design, tecnologia e futuro della montagna in piena crisi climatica, è al MUDEC – Museo delle Culture che la neve diventa racconto globale. Qui la narrazione si sposta dalle Alpi al mondo: installazioni immersive, fotografie monumentali, video e arte contemporanea trasformano il ghiaccio in linguaggio universale, attraversando culture, geografie e miti. Non solo sport, ma paesaggio, spiritualità, sopravvivenza.

La neve non è più soltanto superficie bianca su cui gareggiare. È materia simbolica, fragile e politica nell’installazione The Moment the Snow Melts dell’artista giapponese Chiharu Shiota (fino a giugno 2026).

Sono di velluto rosso invece le poltrone del teatro La Scala. È la casa della lirica, certo, ma anche la vetrina della Milano che conta, quella che ogni 7 dicembre si ritrova per la Prima come fosse un rito civile prima ancora che mondano. Il sovrintendente Dominique Meyer apre le porte a me e ai rappresentanti del giornalismo internazionale: non solo il foyer dorato e i palchi color vermiglio, ma i corridoi, le sale prova, le stanze dove si decidono stagioni e coproduzioni, dove la diplomazia culturale è fatta di spartiti e accordi internazionali. Conosco La Scala, ma negli occhi dei miei colleghi vedo la magia e la sorpresa, mentre brindiamo sotto i lampadari monumentali. Siamo dentro una cattedrale laica, il luogo dove Milano esercita il proprio soft power con la stessa precisione con cui un direttore d’orchestra governa l’orchestra.

Il collega cinese accanto a me sussurra: “Milano doesn’t feel like a host city. It feels like a capital.” Già, Milano è la capitale che non c’era e oggi c’è, almeno nei racconti dei corrispondenti della stampa estera.

Il merito va all’attenta regia e al lavoro di Yes Milano, brand e piattaforma ufficiale di promozione internazionale di Milano, promossa da Milano & Partners. Sotto la guida di Fiorenza Lipparini, Yes Milano racconta al mondo la città milanese, non solo come destinazione turistica, ma come capitale europea di business, innovazione, cultura, design e grandi eventi.

Secondo il report Your Next Milano 2026, Milano è stabilmente tra le città più osservate al mondo, in una posizione di rilievo come meta turistica ed eventi nei ranking globali. Ma i ranking non raccontano tutto, anzi dicono meno di uno sguardo che cambia e si meraviglia.

Forse è questa la vera eredità olimpica. Non i numeri – per quanto importanti. Non i milioni di visitatori. Non le 30 competizioni o le quasi 90 gare. Ma una consapevolezza nuova. Milano non è più la città che si prepara: è la città che sa di essere pronta. E questa, credetemi, è la medaglia più importante di tutte.

Recapiti
Francesca Vismara