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La vittoria del NO
La riforma della giustizia, promossa dal Governo Meloni, è stata respinta dagli italiani. Nella consultazione referendaria ha nettamente prevalso il NO. Sondaggi alla mano, il vento sembra potersi dire sia cambiato tra fine gennaio e i primi di febbraio 2026. Quello che negli intendimenti delle forze di maggioranza avrebbe dovuto essere un mero momento di ratifica si è trasformato nel primo passo falso, dopo tre anni mezzo, per il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.
La politicizzazione della consultazione
Più che una vittoria delle opposizioni, si tratta però di una sconfitta della maggioranza. La via per la vittoria del SI, che sembrava spianata ancora poche settimane fa, è stata infatti lastricata di errori a monte e a valle. La politicizzazione dell’appuntamento, anzitutto, non ha giovato: un proposito scientemente perseguito dall’opposizione è divenuto fattore “mobilitante” in suo favore grazie al contributo attivo del centro-destra.
L’errore Gratteri
L’assenza di una “cabina di regia” politica nel centro-destra si è via via rivelata sempre più patente con l’approssimarsi del voto, quando cioè ciascuna area politica era chiamata a motivare il proprio elettorato. Esemplificativo di questo difetto di direzione politica è la polemica imbastita dalla maggioranza contro il Procuratore di Napoli, Nicola Gratteri. Nella fase clou della campagna, indicare quale antagonista referendario un personaggio pubblico forte di una connotazione (law and order) cara al proprio elettorato è stato, infatti, un errore marchiano.
Il fardello Ministero della Giustizia
Nella capacità salvifiche di Meloni si continuava probabilmente a confidare. Nessun inciampo finora si era del resto trasformato in caduta grazie al Presidente del Consiglio. Impossibile stavolta, anche per Meloni, venire in soccorso di un ministero politicamente in fortissima difficoltà, quello della Giustizia, nel quale a brillare – ai fini della causa referendaria – era il solo Sottosegretario Sisto. Nessun aiuto è pervenuto peraltro dai jr partner di Forza Italia e Lega, per scarsa capacità o calcolo, il ruolo di entrambi è risultato sostanzialmente impercettibile nella campagna.
La via per le politiche 2027
Per il Governo è tempo di rimboccarsi le maniche. La strada verso le politiche 2027 si fa in salita non soltanto per questa sconfitta nelle urne ma anche per un quadro internazionale, in grado di ipotecare i margini di manovra economica per i prossimi dodici mesi. Ove non adeguatamente amministrata, a livello internazionale e nazionale, la montante crisi energetica è suscettibile di generare, infatti, una violenta ondata inflattiva. Nel volgere di giorni è destinato peraltro a saltare il “tappo” pubblico sulla vicenda imposto dalla campagna referendaria. Chiave di volta torna ad essere il rapporto con la Commissione europea mentre, sotto il profilo interno, si riaffaccia in prospettiva il tema del personale politico di centro-destra in grado di svolgere efficacemente compiti di governo.
Il tempo del Campo Largo?
Sorride l’opposizione e al suo interno il Partito Democratico. Minimo sforzo, massimo risultato per la Segretaria Schlein, che vede peraltro politicamente annientata al suo interno e all’esterno ogni sirena “centrista”. Alla luce di quanto sopra osservato, per l’opposizione il rischio principale in questo frangente è quello di sopravalutare i propri meriti e capacità. L’esito della consultazione apre uno spiraglio importante sull’appetibilità elettorale di una proposta di alternativa, i cui lineamenti vanno ancora induriti. Nelle prossime settimane si capirà infine se il dossier legge elettorale sia destinato a “decollare”: la vittoria del NO potrebbe, infatti, gettare un’ipoteca sui propositi del centro-destra.