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La rincorsa di Bruxelles all’esplosione della violenza online impone agli Stati membri risultati e tempistiche difficilmente attuabili. Fondazione Carolina auspica una nuova vision, dove i valori dell’educazione continua e della cura della persona possano consentire alle comunità di contribuire dal basso ad una nuova cittadinanza digitale. 

L’esplosione dei casi di cronaca legati all’abuso degli strumenti digitali, e ai condizionamenti dell’ambiente online nel vissuto delle nuove generazioni, ha portato ad una produzione di documenti, proposte, normative e reazioni dal mondo istituzionale altrettanto evidente. Non solo in Italia, con le ultime ipotesi di una formazione mirata sull’empatia rivolta ai docenti, ma soprattutto nella dimensione europea.

Dopo il rapporto ENESET sulle politiche di accesso degli smartphone nelle scuole pubblicato a febbraio dalla Commissione Europea, un nuovo documento ribadisce l’urgenza di misure e strumenti per far fronte ad una problematica che, a livello globale, ha ormai assunto i contorni di una vera e propria emergenza sociale. Si tratta del piano Piano d’Azione europeo contro il cyberbullismo. Una risposta all’esplosione della violenza online che sollecita gli Stati membri ad introdurre ed attuare politiche risolutive già nell’anno in cors. Una tempistica che certamente restituisce un senso di priorità sull’onda della pressione esercitata dai media e dalla pubblica opinione, ma che rischia di infrangersi contro le burocrazie. 

Dal suo osservatorio quotidiano, a contatto con le scuole, gli oratori e le associazioni sportive in tutta Italia, Fondazione Carolina considera il Piano un passo in avanti necessario, ma non ancora sufficiente. Il commento a queste nuove disposizioni, firmato dal Segretario generale Ivano Zoppi, invita l’Europa al coraggio di andare oltre l’approccio regolatorio e di investire realmente nella dimensione educativa, relazionale e clinica per la prevenzione al fenomeno del cyberbullismo e di tutte le devianze della rete. Ben consapevoli che le norme e le piattaforme non educano: educano le persone, le comunità, le relazioni.

“È lì che dobbiamo guardare, se vogliamo che stronger together sia qualcosa di più di uno slogan”. Leggi qui il commento di Ivano Zoppi.

Commento al Piano d’Azione europeo contro il cyberbullismo (COM(2026) 71) Ivano Zoppi – Segretario Generale, Fondazione Carolina

Accogliamo con favore l’adozione di un Piano d’Azione specifico contro il cyberbullismo da parte della Commissione europea. È un segnale politico importante, atteso da anni, che riconosce finalmente la centralità del fenomeno nel dibattito sulla sicurezza digitale dei minori. Il titolo stesso – “Safer online, stronger together” – evoca un’ambizione condivisibile. Tuttavia, proprio perché il tema ci riguarda quotidianamente, nel lavoro con le scuole, le famiglie, le vittime e le istituzioni, sentiamo il dovere di offrire una lettura franca, che vada oltre l’apprezzamento di principio.

  1. Una definizione ancora troppo prudente

La definizione operativa proposta – comportamento digitale con “intenzione o effetto” di umiliare, escludere o danneggiare “in modo ripetuto o continuativo” – rappresenta un avanzamento, ma resta ancorata a una concezione tradizionale del bullismo. Chi lavora ogni giorno con le vittime sa che nel digitale un singolo atto – un deepfake sessuale diffuso in una chat di classe, un insulto virale su TikTok  può produrre danni devastanti e irreversibili senza necessità di ripetizione da parte dell’autore. Il documento lo riconosce incidentalmente, parlando di “re-victimisation” legata alla ricondivisione, ma non ne trae la conseguenza logica, ovvero superare il requisito della ripetitività come elemento definitorio centrale.

Carolina è stata vittima di un singolo video, condiviso e riportato da altri. La ripetizione era configurabile già di per sé nell’ecosistema, non solo nell’aggressore. Se l’Europa vuole davvero proteggere i minori, deve avere il coraggio di una definizione che rifletta la realtà del danno digitale.

  1. Il grande assente: il ruolo educativo della comunità

Il Piano si articola su tre pilastri: coordinamento normativo, prevenzione, segnalazione e supporto. Una schematizzazione che tradisce una visione ancora prevalentemente tecno-regolatoria. La parola “educazione” compare spesso, ma quasi sempre associata a digital literacy e competenze digitali. Manca una riflessione profonda sul ruolo della comunità educante nel suo complesso: la famiglia non come destinataria di campagne informative, ma come soggetto attivo di una corresponsabilità educativa; gli educatori non come esecutori di linee guida, ma come professionisti della relazione che necessitano di formazione continua, supervisione e riconoscimento. In Italia, con il lavoro di Fondazione Carolina e Pepita nelle scuole – oltre 500.000 studenti raggiunti dalla data della sua costituzione – abbiamo verificato che la prevenzione efficace non è mai solo digitale: è relazionale, emotiva, comunitaria. Il cyberbullismo nasce quasi sempre da un vuoto educativo, che precede lo schermo.

  1. L’app di segnalazione: utile, ma non sufficiente

L’idea di una safety app europea, ispirata al modello francese 3018, è interessante e pragmatica. Ma un’app funziona solo se dietro di essa esiste un ecosistema di presa in carico reale. Il documento lo dice (“the success of the app depends on the availability of support and follow-up by national authorities“), ma poi affida questa responsabilità quasi interamente agli Stati membri con un semplice invito. Chi garantisce che ogni Paese costruisca effettivamente il sistema multidisciplinare necessario? L’esperienza italiana – dove la Legge 71/2017 esiste da quasi dieci anni ma i referenti scolastici per il cyberbullismo sono spesso soli, senza risorse e senza rete – dimostra che senza vincoli, risorse dedicate e monitoraggio stringente, il rischio è di offrire ai minori un pulsante che non porta da nessuna parte.

  1. Intelligenza artificiale: un’urgenza sottovalutata

Il Piano menziona i deepfake e l’AI generativa, ma lo fa in modo ancora troppo marginale rispetto alla velocità con cui queste tecnologie stanno trasformando il cyberbullismo. I chatbot emotivi, i companion AI, le piattaforme di generazione di immagini accessibili a qualsiasi tredicenne stanno ridefinendo le dinamiche del danno online. Non si tratta solo di trasparenza e labelling – misure certamente necessarie – ma di comprendere che l’AI sta creando nuove forme di violenza relazionale tra pari che non rientrano nelle categorie tradizionali. Il riferimento all’AI Act è corretto ma insufficiente: servono linee guida specifiche sull’impatto dei sistemi di AI emotiva sui minori, un tema su cui Fondazione Carolina sta producendo ricerca e documentazione per le istituzioni europee.

  1. I tempi: ambizione o promessa?

La timeline è serrata: gran parte delle azioni è prevista tra il secondo ed il quarto trimestre del 2026. È apprezzabile l’urgenza dichiarata, ma la credibilità del Piano si misurerà sulla capacità di tradurre le scadenze in azioni concrete. La revisione delle linee guida DSA, il framework di cittadinanza digitale, la roadmap 2030: sono cantieri complessi che rischiano di sovrapporsi e diluirsi reciprocamente. Sarebbe stato forse preferibile individuare due o tre azioni prioritarie con risorse certe, piuttosto che tredici azioni distribuite su orizzonti temporali ravvicinati.

  1. Un’assenza che pesa: la dimensione della cura

Infine, il Piano parla molto di prevenzione e di segnalazione, ma poco di cura. Il supporto psicologico è menzionato di sfuggita; manca qualsiasi riferimento a protocolli di intervento clinico per le vittime di cyberbullismo grave, a percorsi di giustizia riparativa per gli autori minorenni, a programmi di recupero per chi ha sviluppato disturbi post-traumatici legati a violenza digitale. Fondazione Carolina nasce proprio da un caso estremo – la morte di Carolina Picchio – e sappiamo che tra la segnalazione e la guarigione c’è un percorso lungo, complesso, che richiede competenze specifiche e risorse dedicate. Un piano d’azione che non mette al centro la cura rischia di restare un documento di buone intenzioni.

Recapiti
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