Verba | Barba non facit philosophum | Rizzoli Education

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Il motto Barba non facit philosophum è più noto a noi nella forma L’abito non fa il monaco. Esso assume il significato di un invito a non lasciarsi ingannare dalle apparenze superficiali per ricercare, invece, la sostanza autentica delle persone e delle cose. 

L’espressione ricorre in Plutarco, Quaestiones convivales, 709b, in cui si legge: «Barba non facit philosophum, neque vile gerere pallium», ovvero «Non è la barba a fare il filosofo, né l’indossare indumenti dimessi». L’associazione della barba alla filosofia deriva dall’iconografia antica: infatti, i filosofi erano spesso rappresentati con la barba, una caratteristica che divenne ben presto un tratto distintivo e stereotipato di saggezza e sapienza. Il motto rompe di fatto l’illusione che a un determinato aspetto esteriore corrisponda necessariamente un comportamento virtuoso, smascherando così la vacuità di chi cura la forma senza possedere la sostanza. 

Questo motto richiama una frase già presente nelle Epistulae morales ad Lucilium, I, 5,1-2. Qui Seneca elogia Lucilio per il suo impegno nella filosofia stoica, ma lo avverte: la vera saggezza non ha bisogno di essere esibita. Esiste però una sottile differenza con l’accezione moderna: oggi usiamo il motto per denunciare chi finge di essere ciò che non è. Seneca, invece, parte dal presupposto che il suo discepolo sia già sulla via della virtù, e lo esorta a non “sporcare” questa crescita con l’ostentazione esteriore. Per lo stoico, la distinzione deve risiedere esclusivamente nel comportamento morale, l’unico vero tratto che permette di elevarsi dalla massa senza cadere nel ridicolo o nella provocazione gratuita.

Un esempio di riuso più vicino alla sensibilità moderna si trova in Aulo Gellio. Nelle Noctes Atticae (IX, 2, 3-6), l’autore riflette sullo stereotipo del filosofo trascurato e dalla barba incolta, e si focalizza sull’adozione di un habitus finalizzato esclusivamente al tornaconto personale. In questo caso, il motto denuncia la totale assenza di saggezza: l’esteriorità non è più un eccesso di zelo di chi è già sapiente (come in Seneca), ma un’immagine che tenta di rimpiazzare una mancanza intellettuale e morale. L’idea che la sapienza sia una dote interiore non riducibile alle apparenze troverà poi un’ulteriore consacrazione nella novellistica di Boccaccio, dove personaggi quali Ser Ciappelletto dimostreranno quanto l’abito possa ingannare lo sguardo altrui.

Il motto ritorna anche nei Promessi Sposi. Manzoni, nel capitolo XIX, riporta un dialogo fra il padre provinciale e il conte zio sulla figura di fra Cristoforo. Anche qui il proverbio serve a mettere in luce l’assenza di qualità interiori a cui quelle esteriori, in questo caso l’abito talare, certamente non possono far fronte. Naturalmente qui l’intento del conte zio è quello di screditare fra Cristoforo, pertanto l’espressione è usata in totale malafede. 

L’universalità di questo concetto trova un riflesso perfetto nella cultura anglofona con la formula «Don’t judge the book by its cover», letteralmente «Non giudicare il libro dalla copertina», che, lungi dall’essere un disclaimer di marketing editoriale, promuove ancora una volta l’invito a non pre-giudicare il valore di qualcuno o di qualcosa basandosi solo sull’aspetto esteriore. Un po’ come dire…in interiore stat virtus.

Recapiti
Andrea Padovan