Episodio 4: Li manteniamo noi!

Compatibilità
Salva(0)
Condividi

Nella nostra Scuola di comunicazione e migrazione abbiamo affrontato diversi temi e stereotipi molto presenti nel panorama italiano attuale: dal lavoro alla “invasione”, fino all’idea di “clandestino”. Dopo aver posto queste basi, con questo articolo il nostro obiettivo è addentrarci in maniera più tecnica nel tema del rapporto tra migrazione e sistema fiscale, per smontare uno degli stereotipi più diffusi.

Li manteniamo noi!” è una frase molto comune nelle cosiddette discussioni “da bar”: affermazioni spesso infondate, che nascono da una semplificazione del fenomeno migratorio e restituiscono l’idea del migrante come un soggetto interamente mantenuto dallo Stato e, quindi, dalle tasse pagate dagli italiani. Una sorta di “parassita”, dunque.

Dopo aver chiarito il quadro generale, è importante verificare i numeri e i fatti reali. L’immagine del migrante come “peso” per il sistema pubblico non regge alla prova dei dati. Secondo il Centro Studi Idos, nel 2023 i cittadini stranieri in Italia hanno prodotto un saldo fiscale positivo di 4,6 miliardi di euro: a fronte di una spesa pubblica destinata alla popolazione straniera di circa 34,5 miliardi, le entrate generate dalla popolazione migrante arrivano a 39,1 miliardi. Questo significa che, nel complesso, versano allo Stato più di quanto ricevono in termini di servizi.       

Questo dato è particolarmente significativo, considerando il contesto in cui si inserisce: gli stranieri, infatti, affrontano spesso condizioni lavorative più precarie, salari mediamente più bassi e maggiori difficoltà di accesso e servizi.                                                                         Il contributo non si limita al lavoro dipendente: negli ultimi anni è cresciuta anche l’imprenditoria migrante: a fine 2024 si contavano oltre 660 mila imprese guidate da persone nate all’estero, più dell’11% del totale nazionale. Si tratta spesso di attività stabili, radicate nel territorio e capaci di generare occupazioni. 

A partire dai dati del dataset Eur-Silc di Eurostat, gli autori hanno analizzato la spesa pubblica nazionale destinata a previdenza, protezione sociale e servizi. Secondo le stime di Eurostat del 2023 su 138 miliardi spesi per la sanità, solo 6 (quindi poco più del 4% del totale) sono andati agli stranieri. Stessa cosa vale per la spesa per la previdenza, che è assorbita praticamente in maniera totale dagli italiani, in quanto i pensionati stranieri ricevono solo lo 0,6% delle risorse. Nelle spese per giustizia, sicurezza e welfare locale la quota destinata ai cittadini stranieri è sostanzialmente in linea con il loro peso sulla popolazione, ma il discorso cambia per le prestazioni assistenziali. In questo ambito, infatti, la loro incidenza sale fino al 22% della spesa complessiva (1,3 miliardi su 5,9), un dato che riflette condizioni socioeconomiche fragili, con redditi più bassi e nuclei familiari spesso numerosi.                                                                                                                                         Nel complesso, però, i dati ridimensionano molte percezioni diffuse: dei 658,8 miliardi di spesa pubblica totale, solo il 5,2% (34,5 miliardi) è attribuibile ai cittadini stranieri. Significa circa 6600 euro pro capite, contro il 11600 degli italiani.                   

Un altro argomento molto ricorrente è il lavoro in nero: nel dibattito pubblico, spesso viene nominato come prova di irregolarità diffusa tra i migranti.

In Italia si stimano circa 3 milioni di lavoratori irregolari, un numero significativo, circa il 12-13% del totale. Gli stranieri, però, rappresentano circa il 10% degli occupati irregolari complessivi. Un dato che, già da solo suggerisce che non possono essere loro a costituire la maggioranza del lavoro sommerso. Questo non significa che il fenomeno non esista tra i migranti, ma che va letto correttamente. Più che una responsabilità, emerge una condizione di maggiore vulnerabilità. Gli stranieri sono infatti più presenti in settori dove l’irregolarità è più frequente (agricoltura, edilizia, lavoro domestico), e dove il rischio di sfruttamento è più alto.Il punto, allora, si sposta: non è l’origine dei lavoratori a spiegare il lavoro nero, ma le fragilità strutturali del mercato del lavoro italiano.

Alla base dell’idea “li manteniamo noi” c’è spesso un equivoco: immaginare il sistema pubblico come una bilancia fissa, dove qualcun altro riceve in modo permanente. In realtà, il sistema fiscale italiano (come previsto dall’articolo 53 della Costituzione) è progressivo e redistributivo. Questo significa che ognuno contribuisce in base alle proprie possibilità e può ricevere sostegno quando si trova in una fase di bisogno. È un meccanismo che riguarda tutti, non solo i migranti ma anche pensionati, persone in cerca di lavoro, studenti, e famiglie che accedono a varie forme di bonus e/o aiuti. In questo quadro, i migranti non rappresentano un’eccezione, ma sono parte dello stesso sistema.

In conclusione, i dati mostrano con chiarezza quanto sia distante dalla realtà l’idea secondo cui i migranti rappresenterebbero un peso per il sistema pubblico. Al contrario, il loro contributo economico e fiscale è concreto, misurabile e, nel complesso, positivo. Pur partendo da condizioni tendenzialmente svantaggiate, i migranti sostengono in maniera proporzionalmente significativa il nostro sistema fiscale. 

Cambiare prospettiva, allora, non è solo una questione di dati, ma di responsabilità: ci consente di guardare la realtà per quello che è, e non per come viene raccontata.

Recapiti
Coordinamento