Tommaso Masciantonio, il coraggio dell’olio d’Abruzzo

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Al produttore dell’azienda agricola Trappeto di Caprafico che ha rilanciato il monocultivar di Intosso, varietà autoctona di Casoli (Chieti), è stato assegnato il premio Diego Soracco durante la presentazione della Guida agli Eextravergini 2026.

«Il premio Diego Soracco è diverso da tutti i riconoscimenti che ho ricevuto in passato, perché non riguarda soltanto il mio olio ma il lavoro che ho fatto: riceverlo è stato emozionante». Tommaso Masciantonio vive in Abruzzo e produce olio: nella sua azienda agricola, il Trappeto di Caprafico a Casoli (Chieti), ha circa seimila ulivi: la metà ultrasecolari, piantati a partire dal 1874, e l’altra metà più giovani, messi a dimora nel secondo dopoguerra. Rappresenta la quinta generazione di una famiglia da sempre legata all’agricoltura: «Io stesso ho iniziato a dare una mano ai miei genitori fin da ragazzino – racconta –. Alle scuole superiori ho frequentato l’istituto tecnico agrario, all’università ho scelto la facoltà di Agraria: a fare qualcos’altro, nella vita, non ci ho mai davvero pensato». Quando, nel 2009, ha preso le redini dell’azienda, ha però impresso una svolta al lavoro: non tanto in campo, dove da anni si coltiva in biologico, quanto in frantoio. 

«Ho iniziato ad appassionarmi al mondo dell’estrazione – ricorda Tommaso –.  Per anni ho studiato, fatto prove con macchinari diversi, sperimentato e assaggiato, finché mi sono accorto delle particolarità dell’Intosso, la varietà autoctona di Casoli storicamente usata per le olive in salamoia. L’olio che se ne poteva ottenere era aromatico, di un fruttato intenso ma gradevole anche per un consumatore non esperto. Un olio erbaceo al naso, con note di pomodoro e carciofo, ed equilibrato tra l’amaro e il piccante: così ho iniziato a produrre un monovarietale di Intosso e a farlo conoscere, prima in Abruzzo, poi fuori dai confini della regione». 

Ma come è possibile che un olio così interessante fosse pressoché sconosciuto? «Con i vecchi impianti di estrazione le differenze varietali erano difficili da far emergere» spiega Masciantonio. D’altronde non è un segreto che è in frantoio che si decide gran parte del destino dell’olio: «L’estrazione è importante come avere materie prime sane, perché un frantoio che lavora male un’ottima oliva non produrrà un olio eccellente». E poi, come detto, storicamente le olive Intosso erano destinate al consumo a tavola: «Fino agli anni Settanta le aziende del centro Italia che le trasformavano in salamoia le pagavano centomila lire al quintale, un ottimo prezzo per gli agricoltori abruzzesi – ricorda Tommaso –. La situazione è cambiata quando hanno cominciato a rifornirsi di olive provenienti da altre zone d’Italia e che costavano meno. Molti contadini si sono quindi trovati a non sapere più che fare dell’oliva Intosso che, siccome ha una resa bassa, tra il 7 e il 9%, non era consuetudine trasformarla in olio. Così gran parte degli oliveti storici sono stati abbandonati». Fino al momento della riscoperta e della valorizzazione: dal 2016 l’oliva Intosso di Casoli è Presidio Slow Food e Tommaso è il referente dei produttori.

Tommaso Masciantonio ha ritirato il premio Diego Soracco 2026 durante la presentazione della Guida agli extravergini 2026 a Torri del Benaco (Verona), l’11 aprile scorso. Questa la motivazione:

Quest’anno la scelta è caduta su un produttore che ha saputo rilanciare una cultivar sottovalutata, assumendosi personalmente ogni decisione, mettendo al primo posto il legame con la famiglia e con la terra, trasformando questa scelta in un modello di qualità riconoscibile e duratura. Tommaso Masciantonio ha rilanciato l’Intosso in purezza quando pochi ci credevano, trasformandola in un segno distintivo. Determinato e analitico, cura ogni fase con disciplina e indipendenza di giudizio, senza inseguire mode ma costruendo qualità nel tempo.

Oggi, racconta Tommaso, l’Intosso è forse la varietà più conosciuta d’Abruzzo. «Alcuni, dalle mie parti, dicono che se non fosse stato per me forse quest’olio non sarebbe mai emerso. A me fa piacere, così come il fatto che anche Slow Food riconosca il frutto del mio lavoro». 

Un terreno speciale

La curiosità non riusciamo a togliercela, e allora gli chiediamo: l’Intosso è più buono come olio o come oliva in salamoia? «Croccante com’è, è ottima da mangiare. Forse la migliore per un aperitivo, insieme alla Nocellara del Belice. Ma io ho il cuore per l’olio». E infatti, ci racconta, il momento più bello dell’anno è il giorno del frantoio: «Staccare l’oliva al mattino dalla pianta e veder nascere l’olio all’ora di pranzo mi fa venire la pelle d’oca, è qualcosa di cui non provo mai assuefazione».

Così come del passeggiare nel suo oliveto: un luogo magnifico, un altipiano a circa cinquecento metri di altitudine ai piedi della Maiella. Il segreto del suo olio, ripete sempre, sta tutto lì: nel terreno calcareo che la natura mette a disposizione delle sue piante. Un paesaggio che, al primo sguardo, lascia increduli, perché le piante crescono su un manto di sassi bianchi: «Su questi terreni gli ulivi non soffrono né di abbondanza d’acqua, perché il suolo drena molto bene, né di eccessiva siccità – conclude Tommaso –. Anche l’altitudine ci aiuta: l’altopiano è arieggiato e non c’è ristagno di umidità, perciò gli insetti antagonisti non trovano condizioni favorevoli per prosperare. Un tempo qua nevicava abbondantemente, oggi meno: non c’è più il rischio che i rami si spezzino sotto ial peso della neve. Siamo fortunati: in questo momento la nostra è una zona ideale per coltivare ulivi». Ma la fortuna, si sa, aiuta chi ha il coraggio di osare e pensare fuori dagli schemi.

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