Filantropia, fundraising, cambiamento: il fundraiser che trasforma le organizzazioni e le comunità - Assif

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Il 22 aprile 2026, al Centro Asteria di Milano, Uneba Lombardia e VITA hanno riunito rappresentanti di organizzazioni del settore sociosanitario, assistenziale ed educativo per parlare di fundraising. Non come tecnica, ma come scelta strategica e culturale. Giulia Barbieri, Vicepresidente ASSIF, è intervenuta come relatrice: qui il resoconto del suo contributo.

Filantropia, fundraising, cambiamento: il fundraiser che trasforma le organizzazioni e le comunità

Chi lavora nelle organizzazioni non profit, in questo caso sociosanitarie, conosce bene una sensazione precisa: una miscela di orgoglio e inquietudine. Orgoglio per quello che si garantisce ogni giorno, cura, assistenza, prossimità, servizi che tengono insieme pezzi interi di società. Inquietudine perché i conti sono sempre più difficili, il personale è sotto pressione, i bisogni crescono mentre i margini si riducono.

È dentro questa tensione che il fundraising diventa rilevante. Non come strumento per finanziare un progetto specifico, ma come funzione strategica che riguarda la sostenibilità nel tempo, la capacità di diversificare le entrate, la qualità delle relazioni con il territorio, la possibilità di innovare.

Alla base di tutto c’è la filantropia: la scelta di contribuire al bene comune, di mettere a disposizione risorse, tempo, competenze per generare cambiamento. E questa spinta, nella maggior parte dei casi, esiste già intorno alle nostre organizzazioni. Esiste nelle famiglie che ci sono grate, nei cittadini che riconoscono il nostro ruolo, nelle imprese che vogliono restituire al territorio.

La domanda quindi non è come creiamo il desiderio di donare. La domanda è come trasformiamo questa disponibilità in qualcosa di continuo, in relazioni che sostengono nel tempo ciò di cui ci occupiamo. Il fundraising è esattamente questo passaggio: ciò che trasforma la filantropia in impatto concreto e duraturo. 

La filantropia è il perché. Il fundraising è il come. Il fundraiser è il ponte tra i due.

C’è una lettura del ruolo del fundraiser che mi sta particolarmente a cuore e che ho condiviso con le organizzazioni presenti al Centro Asteria. Il fundraiser non è “quello che chiede soldi”. È un professionista che costruisce connessioni tra un’organizzazione e la comunità di cui fa parte, che rende possibile una relazione viva tra una causa e le persone. 

il fundraiser è un attivatore di cambiamento, dentro e fuori l’organizzazione.

Dentro, significa aiutare direzione e board a riconoscere il proprio capitale relazionale, spesso già esistente ma non gestito in modo intenzionale, costruire una programmazione che colleghi risorse, impatto e relazioni nel medio periodo, diffondere la consapevolezza che il fundraising non è responsabilità di una persona sola ma una cultura che attraversa tutta l’organizzazione. Finché resta confinato in un pezzo di organigramma, non esprimerà mai il suo pieno potenziale.

Fuori, il fundraiser contribuisce a cambiare la qualità delle relazioni con la comunità: promuove il dono come gesto che costruisce fiducia, lavora perché il territorio non sia solo il luogo in cui si erogano servizi ma una rete di relazioni vive, favorisce partnership tra mondo profit e non profit fondate su corresponsabilità reale. In questo senso il fundraiser non rappresenta solo la propria organizzazione: contribuisce a costruire una cultura del dono nel contesto in cui opera.

Le persone non donano solo perché la causa è giusta. Donano perché si fidano. Si fidano di come vengono trattate le persone, di come l’organizzazione comunica, di come vengono utilizzate le risorse, di quanto si è trasparenti.

La cultura del dono obbliga l’organizzazione a guardarsi con gli occhi di chi sta fuori: il familiare, il cittadino, l’impresa, la fondazione. In questo senso il fundraiser è anche un presidio di reputazione: porta dentro l’organizzazione lo sguardo del donatore e della comunità, e aiuta a evitare scelte che, magari senza accorgersene, indeboliscono quella fiducia.

Quando un’organizzazione investe sul fundraising, non sta solo cercando risorse. Sta dicendo che prende sul serio la fiducia che le persone le danno. E questo, nel tempo, rafforza la sua legittimazione.

Se prendiamo sul serio il ruolo delle organizzazioni sociosanitarie come presidi di cura e di comunità, allora il fundraiser non è un lusso. È una leva strategica per restare solidi nel tempo, per innovare e per rafforzare le relazioni.

Giulia Barbieri, Vicepresidente ASSIF

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