Prof. Alberto Zambon: “Per individuare la patologia è comunque necessario sospettarne la presenza. E rivolgere alcune domande mirate ai genitori dei piccoli pazienti”
Due coronarografie a confronto: una appartenente a un uomo di 67 anni reduce da un infarto, l'altra a un bambino di appena sei anni affetto da ipercolesterolemia familiare. Presentate ai clinici senza svelare l'età dei soggetti, entrambe sono state attribuite a pazienti ultrasessantenni. L'aneddoto richiamato da Alberto Zambon, professore associato di Medicina Interna presso l’Università degli Studi di Padova, è emblematico per descrivere la portata di una patologia genetica ancora oggi sottovalutata e spesso diagnosticata tardivamente, l'ipercolesterolemia familiare (FH).
“I temi che nella FH hanno visto i cambiamenti più rilevanti sono quelli legati ai trattamenti, perché oggi abbiamo a disposizione approcci terapeutici che solo dieci anni fa erano inimmaginabili”, osserva Zambon. Fino a poco tempo fa, infatti, l’ipercolesterolemia familiare nella forma omozigote, quella clinicamente più severa, ad esordio neonatale, era una malattia in larga parte misconosciuta, per la quale l’unica strategia di trattamento efficace era rappresentata dall’aferesi, una procedura invasiva disponibile in un numero estremamente limitato di centri sul territorio nazionale. Le conseguenze erano evidenti: diagnosi tardive e, una volta identificata la patologia, un carico significativo per le famiglie, costrette ad affrontare lunghe distanze per la terapia. “Soprattutto per i bambini più piccoli, era necessario avere una famiglia disposta a percorrere anche centinaia di chilometri ogni settimana o due, perdendo giorni di scuola e di lavoro”.
Oggi lo scenario è radicalmente mutato. “Alla luce delle terapie che abbiamo ora, il primo punto è la diagnosi precoce”, sottolinea Zambon. Negli ultimi anni, infatti, sono state introdotti trattamenti farmacologici innovativi, approvati per l’uso già a partire dai sei mesi di età: un elemento di assoluta novità nell’ambito delle malattie metaboliche rare. “Disporre di un farmaco che si può somministrare già dai primi mesi di vita, efficace, maneggevole e con pochissimi effetti collaterali, rappresenta una svolta clinica straordinaria: una significativa riduzione del colesterolo permette non solo di migliorare la qualità di vita dei pazienti, ma di prolungarla potenzialmente di decenni”.
Nonostante questi progressi, la diagnosi precoce resta un nodo critico nell’ipercolesterolemia familiare. “Si tratta, peraltro, di una patologia teoricamente molto semplice da riconoscere: occorre indagare sulla storia clinica dei familiari dei piccoli pazienti, mentre dal punto di vista biochimico consiste in una banale misurazione del colesterolo totale e LDL. Basterebbe fare ai genitori due semplici domande: avete il sospetto di avere il colesterolo alto? In famiglia ci sono stati casi di malattie cardiovascolari in età giovanile? Qualora emerga anche solo un dubbio, si deve procedere alla valutazione dei livelli di colesterolo sia nel neonato che nei genitori”. Una cautela riguarda il timing: “Piuttosto che durante le vaccinazioni – momento già stressante per il bambino – il controllo del colesterolo andrebbe inserito nei bilanci di salute pediatrici, idealmente entro i due o tre anni”.
Il problema, dunque, non risiede nella complessità degli strumenti diagnostici, bensì nella capacità di sospettare la malattia. In questa prospettiva, Zambon propone un approccio pragmatico e mirato, basato su uno screening selettivo piuttosto che universale. Lo screening per la FH su tutta la popolazione, del resto, risulta critico sul piano della sostenibilità e, per questo motivo, oggi viene condotto solo in pochi Paesi con molti meno abitanti dell’Italia. L'approccio selettivo, invece, consente di concentrare le risorse sui soggetti a maggior rischio, migliorando l’efficacia complessiva dell’intervento.
Sul piano organizzativo, Zambon ridimensiona la necessità di strumenti complessi come i percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (PDTA). “Sull’ipercolesterolemia familiare esistono linee guida europee e, data la linearità della diagnosi, ritengo che siano sufficienti delle indicazioni chiare e mirate”. Una semplicità operativa che trova il suo naturale supporto nella rete LIPIGEN, capace negli anni di strutturare un sistema nazionale di centri specializzati nella diagnosi genetica e nella gestione delle dislipidemie ereditarie. Il network, creato dalla Società Italiana per lo Studio dell'Aterosclerosi (SISA), ha inoltre favorito una maggiore sensibilizzazione della medicina territoriale, in particolare dei pediatri, facilitando l’invio dei casi sospetti ai centri di riferimento.
Ma accanto alla consapevolezza dei pediatri è fondamentale anche quella della popolazione generale, dato che l'ipercolesterolemia familiare, nella forma eterozigote, non è affatto rara ma riguarda decine di migliaia di italiani. Tuttavia, la percezione diffusa tende a sottovalutare e banalizzare la condizione: la tipica frase “sì, ho il colesterolo alto, ma ce l’hanno un po’ tutti” è sintomo un atteggiamento sbagliato che rischia di ritardare ulteriormente il riconoscimento della malattia.
“Nelle forme omozigoti della malattia, la tempestività diagnostica è cruciale: il ritardo terapeutico comporta rischi severi, poiché già in fase preadolescenziale la maggior parte dei pazienti presenta una grave compromissione cardiovascolare. In assenza di un trattamento immediato, la prognosi è infausta, con un elevato rischio di mortalità entro i vent'anni”. Nonostante la gravità della patologia, il messaggio finale è di segno opposto: oggi l’ipercolesterolemia familiare è il modello di una malattia che può essere gestita con successo. “Grazie ai progressi terapeutici abbiamo la possibilità di intervenire fin dalla nascita, trasformando una condizione critica in una patologia trattabile con successo”, conclude il prof. Zambon.