Tre donne che corrono nella notte, «La notte nel cuore» di Nathacha Appanah. Giulio Einaudi editore

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Tre donne corrono di notte. Corrono in luoghi diversi, in anni diversi, inseguite da uomini che dicono di amarle. Una di loro è Nathacha Appanah. Le altre due sono Emma, sua cugina, uccisa dal marito a Mauritius, e Chahinez Daoud, assassinata in Francia nel 2021. Da questa immagine iniziale, così semplice e così terribile, nasce La notte nel cuore: un libro che tiene insieme tre vite senza confonderle, e che prova a seguire il filo che le unisce.

Appanah parte da sé, ma non per occupare il centro del racconto. Parte da sé perché capisce, dopo molti anni, che la sua storia non può più restare separata da quella di altre donne. Nel dialogo con Paolo Giordano pubblicato su «la Lettura», questo passaggio emerge con grande chiarezza: solo molto tempo dopo quella notte l’autrice si sente «legittimata» a raccontare in prima persona, rinunciando per la prima volta alla finzione narrativa.

Quello che colpisce, leggendo, è che La notte nel cuore non si concentra solo sull’esito estremo della violenza. Guarda piuttosto ciò che viene prima: il controllo, l’isolamento, la vergogna, il dubbio, il lento sgretolarsi della libertà. È il libro di una paura che arriva molto prima della fine, e che intanto modifica il corpo, il linguaggio, il rapporto con sé stessi. Francesca Giannone, su «Robinson», ha scritto che Appanah racconta proprio questo: il momento in cui una donna viene allontanata da sé, e insieme il bisogno di opporsi all’oblio e al victim blaming che spesso continuano a colpire le vittime anche dopo la loro morte.

Ma sarebbe riduttivo leggere questo romanzo solo come una testimonianza. La sua forza è prima di tutto letteraria. Appanah non cerca una forma levigata o rassicurante: gira attorno ai ricordi, torna indietro, si interrompe, riprende. Cerca parole esatte per qualcosa che sembra continuamente sfuggire. Lisa Ginzburg, su «Avvenire», ha parlato dell’«arma» della letteratura per descrivere questo gesto: il tentativo di riportare alla luce, con precisione e dolore, ciò che era rimasto sepolto. E su ilLibraio si è scritto che il libro «interroga continuamente la propria forma»: forse è proprio qui, in questa tensione, che trova la sua necessità più profonda, non morale ma narrativa.

C’è poi un’altra immagine che resta. Sabina Minardi, sull’«Espresso», ricorda la stanza immaginaria in cui Appanah rinchiude tre uomini: un muratore, un autista, un poeta. Non sono mostri astratti, non sono allegorie. Sono uomini che hanno esercitato sulle donne controllo, seduzione, dominio. Metterli in quella stanza significa privarli, finalmente, della possibilità di parlare al posto delle loro vittime, di deformarne il ricordo, di continuare a occupare tutta la scena.

La notte nel cuore è un libro duro, ma non compatto. Ha dentro il tremore, l’esitazione, perfino il pudore di chi sa che alcune esperienze non possono essere del tutto sciolte nelle parole. E proprio per questo riesce ad avvicinarsi molto a ciò che racconta. Non trasforma il dolore in formula, non lo organizza in una lezione. Lo attraversa. E nel farlo restituisce presenza a tre donne che la violenza voleva ridurre al silenzio.

Recapiti
Editor Einaudi