Regolamento AgID 2026 sull'accessibilità digitale: cosa cambia

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Il 16 maggio 2026 AgID, l’Agenzia per l’Italia Digitale, ha pubblicato un nuovo Regolamento che cambia concretamente il modo in cui viene vigilata l’accessibilità digitale in Italia.

La novità non riguarda solo gli obblighi da rispettare, ma soprattutto il modo in cui questi obblighi verranno controllati: verifiche più strutturate, segnalazioni da parte degli utenti, tempi di adeguamento e, nei casi di mancato intervento, possibili sanzioni.

Si tratta di un passaggio importante perché, per la prima volta, viene ricondotto a un unico quadro operativo il tema della Legge Stanca del 2004 e quello dell’European Accessibility Act, recepito in Italia con il D.lgs. 82/2022.
Avevamo già parlato di questo argomento qualche mese fa, anticipando i principali obblighi introdotti dalla normativa europea sull’accessibilità digitale e approfondendo l’aggiornamento delle linee guida WCAG 2.2, che stabiliscono i requisiti tecnici per rendere i contenuti web più accessibili.

Oggi torniamo sul tema perché il nuovo Regolamento AgID rende ancora più chiara la direzione: per le aziende è arrivato il momento di passare dalle intenzioni a un piano operativo di verifica, adeguamento e monitoraggio continuo.

Cosa cambia per le aziende italiane rispetto al passato?

La novità principale introdotta dal Regolamento AgID del 2026 riguarda il passaggio da un sistema percepito spesso come frammentato a un percorso di vigilanza più chiaro, strutturato e operativo.

Da oggi AgID svolge attività di monitoraggio, raccoglie segnalazioni e reclami, analizza eventuali criticità e chiede informazioni o documenti al soggetto interessato. Prima di arrivare alla sanzione, è prevista una fase pre-istruttoria di verifica, durante la quale l’azienda può ricevere indicazioni e tempi per intervenire. Solo in caso di mancato adeguamento si passa alla fase sanzionatoria.

Cambia anche il ruolo degli utenti che diventano parte attiva del processo: chi incontra una barriera digitale può segnalarla, contribuendo a far emergere problemi che non possono più essere considerati soltanto “tecnici”, ma riguardano la qualità del servizio offerto.
Per le aziende, quindi, cambia l’approccio. Siti web, app, e-commerce, form, aree riservate, sistemi di pagamento, landing page e contenuti online non possono più essere valutati solo al momento della pubblicazione, ma devono essere progettati, verificati e aggiornati nel tempo anche dal punto di vista dell’accessibilità.

In concreto, l’accessibilità digitale entra in una fase di controllo continuativo: non basta adeguarsi una volta, ma serve integrare questo tema nei processi di lavoro che coinvolgono marketing, IT, UX design, sviluppo, SEO e copywriting.
Anche le realtà non direttamente obbligate, come le microimprese escluse dagli obblighi dell’European Accessibility Act, dovrebbero iniziare a familiarizzare con questi requisiti. Prepararsi ora significa ridurre il rischio di interventi urgenti domani e, soprattutto, offrire un’esperienza digitale migliore, più semplice e più inclusiva per tutti gli utenti.

Cosa rischia chi non si adegua?

Chi non si adegua non rischia solo una sanzione economica. Il nuovo Regolamento AgID introduce un percorso progressivo: prima la verifica, poi la richiesta di intervento e, solo in caso di mancato adeguamento entro i tempi indicati, l’avvio del procedimento sanzionatorio.

In presenza di criticità, AgID può infatti notificare un rapporto di verifica e indicare un termine ragionevole per correggere le non conformità. Questo significa che la collaborazione dell’azienda e la capacità di intervenire in modo tempestivo diventano elementi importanti nella gestione del rischio.

In caso di inadempimento, il Regolamento prevede sanzioni amministrative fino al 5% del fatturato per le grandi aziende e fino a € 30.000 – 40.000 per le PMI. A questo si aggiunge un rischio reputazionale da non sottovalutare. Un utente che non riesce a completare un acquisto, compilare un form, accedere a un’area riservata o consultare un contenuto non percepisce soltanto un problema tecnico: percepisce una mancanza di attenzione da parte dell’azienda.

Il messaggio del 2026 è quindi chiaro: le aziende devono poter dimostrare di aver avviato un percorso serio di verifica, adeguamento e monitoraggio. Non basta dichiarare attenzione all’accessibilità, serve integrarla nella gestione quotidiana degli asset digitali.

Cosa vuol dire avere un sito accessibile?

Il sito internet aziendale resta ancora oggi uno degli strumenti più importanti nella comunicazione digitale della maggior parte delle imprese. È per questo che abbiamo scelto di concentrarci proprio su questo canale strategico e di approfondire cosa significa rendere un sito “accessibile”.

Un sito accessibile è, prima di tutto, un sito ben progettato che rispetta standard tecnici precisi (le già citate WCAG 2.2) ed è facilmente utilizzabile anche da chi non può usare il mouse e naviga solo tramite tastiera, da chi si affida a tecnologie assistive (come gli screen reader) o da chi ha difficoltà visive, uditive o cognitive.

Ma l’accessibilità non è solo una questione di codice. Vuol dire garantire anche un buon contrasto tra i colori, usare caratteri leggibili, inserire testi alternativi per le immagini ed evitare elementi che ostacolino la navigazione. Significa anche curare i contenuti: testi chiari, comprensibili e strutturati in modo da non disorientare l’utente.

Per questo motivo l’accessibilità coinvolge diverse figure professionali – sviluppatori frontend, UX designer, specialisti SEO, team marketing e copywriter – ed è, a tutti gli effetti, un lavoro di squadra.

3 consigli pratici per affrontare il cambiamento 

Come avrai capito, l’accessibilità non è un processo che si può improvvisare e richiede un lavoro congiunto e una visione strategica condivisa tra marketing, IT e comunicazione.
Per aiutare la tua azienda a muovere i primi passi nella direzione giusta, abbiamo raccolto alcuni consigli pratici che possono fare davvero la differenza: azioni concrete, spesso semplici da implementare, che permettono di iniziare a lavorare (bene) sull’adeguamento del tuo sito alla normativa in vigore.

1. Prevedi un audit tecnico

Il primo consiglio è quello di affidare ad un team specializzato un audit tecnico volto a identificare eventuali problemi e pianificare un percorso di adeguamento agli standard WCAG 2.2.

2. Pubblica sul sito una dichiarazione di accessibilità

Concluso l’audit, inserisci nel footer del tuo sito una dichiarazione chiara per spiegare all’utente cosa è accessibile, cosa no e come segnalare eventuali problemi. È un piccolo gesto, ma trasmette trasparenza e volontà di fare le cose per bene.

3. Evita scorciatoie e pensa all’accessibilità by design

I plugin che modificano l’aspetto del sito (widget overlay) non sono conformi alla normativa e non risolvono le vere criticità del tuo sito. Ti consigliamo, quindi, di non cercare scorciatoie né compromessi, e di mettere in conto una progettazione che non dovrà prescindere da un’accurata attività di UI e UX Design.

L’accessibilità è una leva strategica e non solo un obbligo normativo

Molte aziende temono che l’accessibilità limiti la creatività. In realtà, è vero il contrario: un sito ben progettato, moderno e accessibile funziona meglio per tutti, anche per utenti anziani o poco digitalizzati. Ed è più facilmente indicizzato dai motori di ricerca.
Investire nell’accessibilità significa rendere l’azienda più autorevole, responsabile e inclusiva. È un segnale chiaro di attenzione verso i clienti, un fattore reputazionale e un driver di fiducia e fidelizzazione.

L’accessibilità digitale non è una tendenza, è un nuovo standard a cui è necessario adeguarsi. Se vuoi essere guidato attraverso questa trasformazione rivolgiti a Noetica

Immagine di anteprima by Pixabay.com

Recapiti
Sara Mariani