Indice
1. Il momento in cui si trovano le campagne più efficaci
2. Staples × Kaeden Oblivion: quando il creator lavora già per te
3. Strava × Kudos Collective: la community come amplificatore
4. Dove × Extreme Wash Test: l’evento come generatore di contenuto autentico
5. Hollister × Gigi Perez: la voce artistica come differenziale
6. Il filo comune tra le quattro campagne
Il mercato dell’influencer marketing vale oggi oltre 33 miliardi di dollari a livello globale, secondo CreatorIQ, con proiezioni di crescita che non sembrano mostrare segnali di rallentamento.
Ma la crescita “quantitativa” non racconta la qualità delle campagne che funzionano davvero e in cosa si distinguono da quelle che producono impression senza impatto reale. Come avevamo già osservato nell’articolo Creator e brand: dalla campagna alla relazione, la differenza tra una campagna che costruisce credibilità e una che genera solo visibilità dipende da scelte precise:
- chi si sceglie,
- come si coinvolge,
- con quale libertà creativa,
- in quale momento.
Secondo il Sprout Social Influencer Marketing Report 2026, la maggior parte dei consumatori chiede relazionalità e autenticità, e si allontana dai contenuti sponsor overproduced e dai mega-influencer distanti.
Questa dinamica la vediamo anche noi in agenzia quando andiamo a costruire delle campagne di Digital PR e Influencer Marketing per alcuni brand.
Le campagne più efficaci del primo trimestre 2026 riflettono esattamente questa tendenza: nessuna punta su budget enormi o su volti celebri come principale leva. Puntano invece su pertinenza, voce autentica e costruzione di comunità.
2. Staples × Kaeden Oblivion
Quando il creator lavora già per te
Kaeden Oblivion è una dipendente di Staples – la catena americana di forniture per ufficio – che ha cominciato a pubblicare su TikTok contenuti su ciò che si può fare con i prodotti del negozio in cui lavora. I suoi video mostrano come creare timbri personalizzati, come stampare tazze, come risparmiare tempo e denaro usando strumenti che la maggior parte dei clienti non sa nemmeno che esistano. Il risultato: un tasso di engagement del 23,4% – il 23% in più rispetto a creator simili nella stessa categoria e aumenti misurabili di traffico nei punti vendita.
Il brand non ha avviato la partnership quando ha visto i numeri. Ha aspettato che i fan di Oblivion chiedessero esplicitamente un riconoscimento ufficiale. Solo allora Staples ha commentato i post, inviato un care package personalizzato e annunciato la collaborazione. Come dichiarato dal CMO Bob Sherwin al New York Times, riportato da Sprout Social, l’azienda ha registrato “aumenti misurabili di traffico in store e incrementi significativi nelle categorie mostrate nei video virali”.
Questo caso è particolarmente rilevante per due ragioni. La prima: il creator più autentico per un brand può essere già all’interno dell’organizzazione. I dipendenti che parlano con voce propria di ciò che fanno hanno un livello di credibilità difficile da replicare con creator esterni, perché il loro racconto è per definizione basato sull’esperienza diretta. La seconda: lasciare spazio perché quella voce emerga – senza controllare ogni parola, senza imporre tono o format – produce contenuti che il pubblico riconosce come reali.
3. Strava × Kudos Collective
La community come amplificatore
In occasione della maratona di Los Angeles 2026, l’app di activity tracking Strava ha organizzato un evento esclusivo su invito: un panel preceduto da una corsa di due miglia, aperto ad atleti, creator e fondatori di run club locali. Nessun mega-influencer. I creator presenti erano le fondatrici di club di corsa molto specifici: Big Girls Who Run (inclusivo per taglie), Bad at Running (per chi è alle prime armi), GirlGangCrazy (focalizzato sulle donne), Good Vibes Track Club (uno dei più grandi club di Los Angeles). Come riportato da Sprout Social, l’evento rientrava nella serie Kudos Collective, iniziativa continuativa del brand.
La logica della campagna è precisa: Strava non ha cercato di raggiungere “i runner” come categoria generica. Ha cercato di raggiungere comunità di runner specifiche – diverse per identità, livello, approccio – attraverso le persone che quelle comunità le avevano costruite. I fondatori di run club non sono influencer nel senso convenzionale del termine: non hanno milioni di follower. Hanno però un tipo di fiducia all’interno delle proprie community che nessun budget pubblicitario può comprare.
Per chi lavora in comunicazione, questo caso mostra come il formato dell’evento possa diventare lo strumento attraverso cui si costruisce una campagna creator senza brief tradizionali. I creator non hanno ricevuto un testo da pubblicare: hanno partecipato a qualcosa di reale, con cui si identificano, e lo hanno raccontato con la propria voce. L’earned media che ne è derivato è il risultato di una progettazione accurata dell’esperienza, non di un accordo commerciale standard.
4. Dove × Extreme Wash Test
L’evento come generatore di contenuto autentico
Nel 2025, Dove ha portato beauty editor e creator nel deserto di Atacama, in Cile – uno dei luoghi più aridi del pianeta – per testare il proprio Deep Moisture Body Wash in condizioni estreme. Le creator hanno documentato l’esperienza di fare la doccia all’aperto, accanto a vulcani attivi, in un paesaggio senza acqua. I contenuti – autentici, visivamente straordinari, con una prova di prodotto impossibile da simulare – hanno circolato ampiamente ben oltre la finestra del lancio. Come documentato da Brandwatch, la campagna rimane uno dei casi di riferimento più citati nel 2026 proprio perché l’autenticità dei contenuti era strutturalmente impossibile da fingere.
La logica della campagna inverte il paradigma standard: invece di chiedere a un creator di produrre contenuti su un prodotto, Dove ha costruito un’esperienza in cui il prodotto si dimostra da solo, in condizioni che nessuno avrebbe potuto simulare. Il creator non deve «recitare» l’entusiasmo: l’entusiasmo emerge dalla situazione. E chi guarda lo riconosce.
Dal punto di vista delle PR, questo caso mostra come un press trip o un evento di lancio pensato correttamente generi un tipo di copertura che l’advertising tradizionale non può replicare. Non si tratta di portare i creator in un posto bello per farli fotografare con il prodotto. Si tratta di costruire un’esperienza in cui il prodotto abbia un ruolo reale, verificabile, che il creator possa raccontare con la propria voce perché l’ha davvero vissuto. Il contenuto che emerge ha credibilità strutturale, non costruita.
5. Hollister × Gigi Perez
La voce artistica come differenziale
Hollister, brand di abbigliamento del gruppo Abercrombie & Fitch, ha lanciato a marzo 2026 la propria campagna estiva più ambiziosa di sempre coinvolgendo Gigi Perez – cantautrice indie con un seguito consolidato, nota per una cover emotivamente potente di un classico dei Green Day – come voce della campagna. La collaborazione ha prodotto una reinterpretazione musicale originale che accompagna la campagna visiva, distribuita su canali social e piattaforme streaming.
Ciò che distingue questo caso è la tipologia di creator scelta. Gigi Perez non è un’influencer nel senso tradizionale: è un’artista con una voce riconoscibile e un pubblico che la segue per la qualità di ciò che crea, non per la quantità di contenuti che produce. Hollister non le ha chiesto di indossare i propri capi e raccontarli alla sua community: le ha chiesto di portare la propria identità artistica all’interno di una campagna del brand, lasciandola creare qualcosa di suo.
Il risultato è un contenuto che parla al pubblico del brand – giovani che cercano autenticità – attraverso la voce di qualcuno che quella autenticità la pratica davvero. La collaborazione genera copertura su testate musicali, lifestyle e fashion che Hollister non avrebbe raggiunto con un’influencer beauty o moda tradizionale. L’angolo narrativo si moltiplica perché il creator ha una storia editoriale propria che si sovrappone alla storia del brand.
6. Il filo comune tra le quattro campagne
Quattro campagne molto diverse per settore, budget e struttura.
Ma analizzandole emergono alcune costanti che vale la pena rendere esplicite.
- La prima è che in nessun caso il brand ha controllato il tono del contenuto. Kaeden Oblivion parla come parla, i fondatori di run club raccontano la loro esperienza con la propria voce, le creator di Dove documentano ciò che vivono, Gigi Perez crea con la propria identità artistica. In tutti e quattro i casi, il brief non prescriveva il risultato: definiva il perimetro, lasciando al creator lo spazio per essere se stesso.
- La seconda è che la pertinenza ha prevalso sulla portata. Nessuna delle quattro campagne ha puntato su mega-influencer con pubblici generalisti. Tutte hanno scelto creator con audience specifiche, con cui il brand aveva qualcosa di reale da condividere, che sia un valore, un’esperienza, una community o un linguaggio.
- La terza, e forse la più rilevante dal punto di vista delle PR, è che tre delle quattro campagne hanno prodotto copertura mediatica organica (earned media) che ha amplificato il ritorno ben oltre il perimetro dei follower dei creator coinvolti. Come avevamo descritto nell’articolo Quando i brand diventano editori, la distinzione tra influencer marketing e PR si assottiglia quando una campagna è costruita con logica editoriale: il contenuto autentico produce copertura autentica, che a sua volta costruisce credibilità duratura.
Leggi anche: Creator e brand: dalla campagna alla relazione e Tra media tradizionali e creator economy: l’evoluzione delle PR nel settore beverage.