di Andrea Follini
E’ appena tornato dalla missione a Beirut Tommaso Della Longa, giornalista, portavoce della Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa e le immagini che ci riporta non sono che preoccupanti. In Libano, dopo il conflitto rianimatosi al momento dell’attacco Usa all’Iran, tra l’esercito di Tel Aviv ed Hez-bollah, la situazione è precipitata, principalmente nei territori del sud del Paese dei Cedri, con centinaia di migliaia di sfollati ed una situazione umanitaria che va via via aggravandosi. Lo abbiamo contattato per avere un quadro delle difficoltà che stanno vivendo i civili e con loro il personale sanitario in Libano.
Come ha trovato la situazione generale nel Paese?
«Ho vissuto in Libano per un po’ di tempo, quindi è stato un po’ una sorta di ritorno a casa; però con una situazione molto complessa. La cosa che fa più male è vedere che, nonostante il passare del tempo, la condizione dei libanesi non migliora; non c’è mai un dato positivo che emerge».
Si parla di un numero enorme di persone sfollate…
«Ci sono ordini di evacuazione che si ripetono di continuo. Le persone sono costrette a muoversi, a lasciare casa e lavoro. I dati del governo libanese parlano di un milione e duecentomila sfollati che hanno lasciato il sud del Paese: è il 20% della popolazione. Un libanese su cinque. È una situazione abbastanza sconvolgente. Anche perché tutto questo ha un impatto diretto, ovviamente, sulla vita delle persone, ma anche su tutti i sistemi, che sia quello sanitario, di educazione, di accoglienza, della gestione ed erogazione dell’acqua…».
Cosa si vede lungo le strade di Beirut?
«Io a Beirut ho parlato con varie famiglie sfollate che vivono in mezzo alla strada, magari in tende di fortuna, senza acqua corrente e così via, e poi ho parlato anche con altre che, per esempio, accogliamo noi come Croce Rossa nello stadio di Beirut, che è diventato un enorme campo profughi con migliaia di persone. Anche prima di questa ripresa del conflitto le tensioni interne erano molto forti, ma stiamo parlando di un Paese che viveva già una grave crisi economica e una situazione generale non ottimale. Pensiamo a quanto è successo dopo l’esplosione al porto di Beirut il 4 agosto 2020».
Il Libano non è stato mai un Paese chiuso in sé stesso…
«No infatti; è un Paese che ha sempre aperto le porte ai rifugiati, questo va sottolineato. Un Paese che da decenni ospita profughi palestinesi, ha aperto le porte ai profughi siriani quando è iniziata la guerra in Siria… un Paese però martoriato dalla guerra. Parlavo con una collega libanese del nostro ufficio a Beirut e diceva: “Io ho 38 anni e non posso dire di aver mai vissuto un tempo di pace, posso dire solo di aver vissuto la pace in mezzo alle guerre. Questa è la condizione e questo lo stato d’animo dei libanesi».
Di cosa ha bisogno la Croce rossa libanese in questo frangente e, contemporaneamente, di cosa ha necessità anche la federazione internazionale della Croce Rossa e della Mezza Luna Rossa?
«In Libano tutto il servizio che da noi in Italia è il 118, è gestito dalla Croce Rossa Libanese. E parliamo di volontari, non di personale sanitario stipendiato. È una cosa eccezionale; volontari che da anni spendono il loro tempo per dare aiuto agli altri. 365 giorni all’anno e 24 ore su 24. Sono circa dodicimila volontari. Fa capo alla Croce Rossa anche la raccolta delle donazioni di sangue; gestisce alcuni centri di accoglienza e rifugi, così come si prende cura del supporto psicologico alla popolazione. Ovviamente tutto questo ha un costo e noi siamo lì per supportare e rafforzare queste operazioni. Un servizio retto dal volontariato, eccezionale se pensiamo alle condizioni del Paese. In tutto questo, il supporto economico che è derivato, dopo i nostri appelli, dalla comunità internazionale è solo del 12,5% dei fondi necessari».
Quindi un supporto economico alle iniziative umanitarie e sanitarie intraprese ma anche uno sforzo diplomatico per far cessare il conflitto.
«Se non arrivano quei fondi, tutto questo finisce. Ovviamente speriamo che questo non succeda, ma è sconvolgente che in mezzo a bisogni di questo tipo, appunto con il 20% di popolazione sfollata, il nostro appello di emergenza abbia raccolto solamente il 12,5% dei fondi necessari. Io penso, avendo visto in prima persona la situazione, sono stato anche a Tiro, a Sidone, nel sud, che c’è bisogno veramente di una risposta ovviamente politica e diplomatica per creare, pace e stabilità. Ma è anche necessaria una risposta da parte della comunità internazionale che sia concreta, sia sull’emergenza, quindi sul qui e ora, ma anche nel medio e lungo termine. Questa crisi che sta attanagliando il Libano non finirà a breve; il cessare il fuoco non è la ricostruzione delle case, non porta cibo, non riporta in vita le persone. Quindi c’è bisogno di lavorare sul tessuto sociale di una popolazione martoriata».
C’è il rischio che vada tutto nel dimenticatoio, fuori dai radar della comunicazione, un po’ come sta accadendo per Gaza?
«È la situazione che può nascere in tutti i contesti di crisi. Qui parliamo di un Paese che può considerarsi sull’orlo del collasso. In esso tutti i sistemi sono sotto pressione. Questo significa che se vengono date risposte appropriate, prima o poi tutto il resto segue. Come quando riesci a portare via dalla strada delle persone che li vivono in condizioni di forte disagio, senza acqua corrente e senza cibo, risolvi anche un problema sanitario; evitando così la necessità che invece ricorrano agli ospedali, già sotto pressione…è un circolo che diventerebbe virtuoso».
Ha parlato prima dei numerosi volontari che reggono il sistema dell’emergenza sanitaria del Paese. Come vivono i paramedici impegnati il conflitto in essere?
«La richiesta che con più urgenza ci viene dagli operatori sanitari in strada, è quella di essere protetti e rispettati. Sembra un’assurdità, perché questo dovrebbe essere già un dato di fatto per delle persone che portano soccorso. Ma così non è. Recentemente sono stati uccisi due paramedici della Croce Rossa Libanese mentre portavano soccorso. La loro ambulanza è stata colpita e loro
sono morti. Altri sono rimasti feriti. È semplicemente sconvolgente. Sa, gli emblemi della Croce Rossa sono emblemi protettivi per leggi internazionali. Per cui sostanzialmente noi, con quegli emblemi, dovremmo essere protetti in ogni situazione nel mondo. In Libano, i volontari, quando escono in ambulanza (li ho visti io perché durante il cessate il fuoco ci sono stati tre bombardamenti) non escono solo con l’ambulanza e la tuta di Croce Rossa; hanno indossato dei giubbotti antiproiettile e degli elmetti come se fossero pronti alla guerra. E questo ovviamente è sconcertante perché un medico, in ambulanza, non dovrebbe averne mai bisogno. Poi li ho visti quando uscivano di corsa e hanno iniziato ad abbracciare tutti i loro amici. Allora ad uno dei responsabili del team ho detto: “scusate, ma che succede?” E lui mi ha risposto: “In realtà questo è un modus operandi, è il nostro modo. Noi ci abbracciamo, il team che parte si abbraccia tutti quanti gli altri perché non sappiamo se torna”».
Se poi pensiamo che sono volontari, il loro servizio assume un significato valoriale ancor maggiore.
«Un paramedico ci diceva che il salvare la vita di una persona che non si conosce, di un estraneo, è un grande atto d’amore. “In alcuni casi – ci diceva – siamo gli ultimi visi, gli ultimi occhi che una persona che sta per morire vedrà, magari sotto le macerie della propria casa, e noi ovviamente abbiamo la fiducia delle persone e per questo dobbiamo continuare a fare il nostro lavoro. Ma non possiamo avere paura di salire in ambulanza e rischiare la vita perché non c’è protezione”. Quindi abbiamo bisogno di voi, abbiamo bisogno del mondo che ci dia indietro quella protezione che è un obbligo legale, ovviamente, ma anche un obbligo, direi, morale».
Quindi, quale messaggio possiamo lanciare per essere concretamente d’aiuto, anche dalle pagine del nostro giornale?
«Di aiutarci a diffondere il messaggio che è indispensabile rispettare chi salva le vite. Perché questa è stata veramente la richiesta che è venuta da tutti quanti loro. E i due volontari paramedici, Youssef e Hassan, che sono stati uccisi, erano in un’ambulanza con gli emblemi di Croce Rossa, erano con la loro tuta di Croce Rossa, con il giubbotto antiproiettile e l’elmetto con la Croce Rossa sopra. E sono stati uccisi. La moglie di Hassan è incinta. Loro avevano già un bambino. Mi hanno raccontato che nell’ultima telefonata tra Hassan e la moglie lui le aveva promesso che avrebbe terminato i suoi turni già programmati e poi sarebbe tornato a casa. La mattina dopo la vita di questa famiglia è cambiata per sempre. Come succede a tante, troppe altre famiglie in Libano, oggi».