Uno studio italiano dimostra come le collezioni anatomiche restituiscano informazioni senza tempo, fornendo l’occasione di perfezionare le competenze diagnostiche nel campo delle malattie rare
Prima della scoperta della penicillina (avvenuta grazie ad Alexander Fleming, nel 1928) e dell’introduzione sul mercato degli antibiotici, l’aspettativa di vita alla nascita era assai ridotta: una polmonite o una qualunque forma di infezione delle vie aeree - specie negli individui più fragili, malnutriti o fisicamente provati - era sovente causa di decesso. Se simili complicazioni riguardavano persone con malattie rare, la cui diagnosi un tempo era ben più difficile e tardiva di oggi, il rischio di morte cresceva vertiginosamente. Per tale ragione le rivalutazioni di vecchi casi clinici, come quello riportato sulla rivista Journal of Forensic and Legal Medicine, inducono a riflettere sulla possibilità di integrare le nozioni anatomiche e patogenetiche del passato con le attuali conoscenze in campo genetico e molecolare; al contempo, servono a definire con nitidezza il corretto inquadramento delle malattie rare.
Giovanni Magno e Alberto Zanatta, due studiosi dell’Università di Padova rispettivamente affiliati al Museo Morgagni di Anatomia Umana e al Dipartimento di Scienze Cardiache, Toraciche e Vascolari dell’ateneo patavino, hanno pubblicato un’interessante analisi paleopatologica sul caso di un bambino di 11 mesi deceduto nel 1920 presso l’Ospedale Civile di Venezia e attualmente conservato come preparato anatomico nel Museo Morgagni. Secondo gli archivi e i documenti storici, la causa della morte è stata attribuita all’osteopsatirosi idiopatica, oggi conosciuta come osteogenesi imperfetta (OI), una malattia genetica rara che nel corso dei decenni ha assunto diverse denominazioni: sindrome delle ossa di vetro, per la tendenza dei pazienti a procurarsi con frequenza fratture ossee; sindrome di Lobstein, dal nome del medico che per primo ha descritto una forma meno grave della patologia; o ancora sindrome di Vrolik, in onore di Willem Vrolik che, nel 1849, pubblicò informazioni più approfondite sulla forma II, che si manifesta già in età perinatale e porta rapidamente alla morte.
Attualmente, il termine osteogenesi imperfetta racchiude uno spettro di condizioni di gravità variabile il cui denominatore comune è l’aumentata fragilità ossea, la riduzione della massa ossea e un’accresciuta suscettibilità alle fratture. La malattia ha origini molto remote - tracce di questa condizione sono state ritrovate persino in alcune mummie dell’antico Egitto - ed è arrivata a comprendere 21 sottotipi, originariamente strutturati secondo il sistema di Sillence (tipi I–IV) e successivamente ampliati in base alle mutazioni genetiche causative, in particolare quelle che interessano il collagene di tipo I e la matrice extracellulare.
Giovanni Magno e Alberto Zanatta hanno condotto un’indagine forense e paleopatologica retrospettiva sui resti del bambino conservati a Padova: la loro analisi si è basata sul confronto e l’integrazione della documentazione archivistica, dei referti clinici del tempo e del rapporto autoptico originale, stilato da Ettore Giorgi e Giovanni Cagnetto; inoltre, hanno riesaminato le radiografie dell’epoca e perfezionato l’osservazione macroscopica del preparato anatomico, rinunciando però all’esecuzione di test genetici o indagini strumentali (come la TC) che avrebbero potuto compromettere l’integrità strutturale del preparato stesso. L’interpretazione diagnostica si è dunque fondata su criteri forensi e paleopatologici moderni, con particolare attenzione alla distribuzione delle fratture, alla presenza/assenza di callo osseo e alle caratteristiche strutturali dello scheletro.
Sin dalla nascita, il bambino - originario dell’isola di Burano - riportava segni di compromissione generale (ipostenia, scarso accrescimento e difficoltà alimentari): era nato al termine di una gravidanza complicata dai problemi di malnutrizione e dalla salute precaria della madre, che si pensava fosse affetta da una forma di tisi. L’accesso all’ospedale veneziano è avvenuto verso la fine di agosto del 1920 ma nei mesi precedenti era già stata osservata l’insorgenza progressiva di fratture multiple spontanee, inizialmente a carico degli arti superiori e poi estese a tutto lo scheletro. All’ingresso in ospedale, il paziente appariva gravemente cachettico (pesava appena 4,1 kg), con tumefazioni evidenti nei siti delle fratture ma senza i tipici segni del rachitismo (deformità craniche o alterazioni delle fontanelle).
Sottoposto ad analisi radiografica, il bambino si è rivelato affetto da una condizione di osteoporosi diffusa: le ossa lunghe risultavano interessate da fratture multiple, associate anche a lesioni delle ossa piatte (clavicole e costole). Le fratture erano distribuite su tutto il corpo e non limitate a specifiche regioni anatomiche, facendo ipotizzare ai medici la presenza di una patologia sistemica piuttosto che un trauma localizzato - un aspetto utile ad escludere la possibilità di maltrattamento. Inoltre, l’evidenza di fratture pregresse non ben consolidate indicava un difetto nei meccanismi di riparazione ossea.
Nel corso dei primi giorni di ricovero, i medici osservarono un miglioramento delle condizioni generali del piccolo paziente - dovuto anche alla qualità alimentare e igienica del nuovo ambiente - e fu avviato un trattamento con calomelano (un antisettico in polvere). In seguito, purtroppo, il bambino non fu in grado di tollerare il passaggio all’alimentazione artificiale e, poche settimane dopo il ricovero, le sue condizioni precipitarono fino alla morte.
In seguito, l’esame autoptico confermò il quadro di estrema fragilità scheletrica, con diafisi sottili, ampliamento dei canali midollari e pressoché totale assenza del callo osseo nei siti di frattura: un dato particolarmente rilevante, in quanto distingue l’osteogenesi imperfetta da altre condizioni caratterizzate da aumentata fragilità ossea ma con capacità riparativa conservata. A livello sistemico, furono inoltre riportate alterazioni endocrine multiple, tra cui un’infiammazione della ghiandola ipofisaria, adenomi corticali surrenalici con distruzione midollare, involuzione timica e ipoplasia delle cellule interstiziali testicolari. Tra le altre evidenze autoptiche figuravano idrocefalo moderato, broncopolmonite bilaterale basale e segni di grave malnutrizione. Questi elementi suggerirono che il decesso fosse stato determinato da una combinazione di insufficienza sistemica, infezione respiratoria e compromissione metabolica in un organismo già gravemente debilitato.
Nella loro analisi, Giovanni Magno e Alberto Zanatta si soffermano su un particolare interessante: il possibile ruolo di un’infezione tubercolare materna durante la gravidanza. I medici che curarono il bambino riconobbero alla tubercolosi un ruolo nello sviluppo della malattia ossea, attraverso alterazioni endocrine e inibizione dell’attività osteoblastica. Tuttavia, alla luce delle conoscenze attuali, tale interpretazione non è supportata dai fatti, poiché l’osteogenesi imperfetta è una patologia genetica e non può essere causata da infezioni. Piuttosto, la tubercolosi è una possibile comorbidità che può aver aggravato il decorso clinico della mala mediante la comparsa di uno stato di stress infiammatorio e metabolico.
Dal punto di vista della diagnosi differenziale, lo studio sottolinea l’importanza di distinguere l’osteogenesi imperfetta da altre condizioni, quali il rachitismo o i traumi da abuso infantile - nel caso del piccolo, la distribuzione generalizzata e l’insorgenza precoce delle fratture, insieme all’assenza di callo osseo, sono incompatibili con il rachitismo o con un’eziologia traumatica. Secondo gli studiosi patavini, le caratteristiche osservate risultano coerenti con una variante grave di osteogenesi imperfetta, probabilmente corrispondente al tipo II, generalmente letale nel periodo perinatale o nei primi mesi di vita. In alternativa, viene considerata la possibilità di una forma di malattia autosomica recessiva associata a mutazioni del gene FAM46A (tipo XVIII), caratterizzata da fragilità ossea estrema, deformità scheletriche e collasso vertebrale precoce.
Quella presentata non è un’indagine fine a sé stessa e neppure una mera curiosità scientifica, ma è un’analisi accurata che sottolinea il valore culturale e scientifico delle collezioni anatomiche storiche, sebbene sia impossibile - per ragioni prima di tutto etiche – eseguire su di esse analisi molecolari con tecniche moderne. Infine, l’approccio interdisciplinare adottato nello studio dimostra come l’integrazione tra medicina legale, storia della medicina e biologia molecolare possa fornire nuove prospettive nella comprensione delle malattie rare e nel miglioramento della pratica diagnostica contemporanea.