Premio Strega. Si può vincere con un libro e perdere una lezione di civiltà.

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Il Premio Strega nasce per premiare un’opera. È giusto che sia così. I libri devono essere giudicati per quello che sono: per la qualità della scrittura, la forza narrativa, la capacità di interpretare il nostro tempo. Da questo punto di vista, il verdetto della giuria merita rispetto.
Ma la cultura non vive nel vuoto. I libri hanno un autore. E gli autori, soprattutto quando diventano il volto della più importante manifestazione letteraria italiana, non rappresentano soltanto un testo: rappresentano un’idea di intellettuale, di dibattito pubblico, di convivenza civile.
Per questo la vicenda che ha accompagnato l’edizione di quest’anno lascia un’ombra difficile da ignorare.
 

Al di là delle diverse ricostruzioni e delle successive precisazioni, una cosa è certa: il dibattito si è spostato dai libri alle persone, e il nome di Michela Murgia è stato trascinato in una polemica che non avrebbe mai dovuto esistere. È questo il vero impoverimento. Perché la letteratura dovrebbe insegnare a misurare le parole, non a trasformarle in strumenti di umiliazione.
Si può contestare Michela Murgia. Si possono criticare i suoi libri, le sue idee, le sue prese di posizione. Anzi, è il sale della democrazia culturale. Ma quando il confronto abbandona il terreno delle idee per scivolare nella delegittimazione personale, qualcosa si rompe. Non è più critica. Non è più confronto. È semplicemente una regressione del linguaggio pubblico.
Ed è qui che il Premio Strega, suo malgrado, è chiamato in causa.
Perché uno scrittore non è un cittadino qualsiasi nel momento in cui riceve il massimo riconoscimento della letteratura italiana. Diventa un simbolo. Ogni parola acquista un peso diverso. Ogni gesto contribuisce a definire il profilo morale di una comunità culturale.
Non basta scrivere grandi pagine per incarnare fino in fondo la funzione dell’intellettuale. La storia della letteratura è piena di autori straordinari e di uomini discutibili. Nessuno pretende la santità dagli scrittori. Ma esiste una differenza profonda tra il diritto di essere controversi e il venir meno a quella misura che rende possibile il confronto civile.
 

La vittoria letteraria resta. Nessuno la cancella. Sarebbe sbagliato farlo.
Ma accanto al giudizio sull’opera esiste inevitabilmente un giudizio sulla persona pubblica. E quel giudizio appartiene ai lettori, non alle giurie.
Si può dunque dire, senza contraddizione, che quest’anno è stato premiato un libro importante. E si può aggiungere che, nella gestione di questa vicenda, il suo autore ha offerto un’immagine della cultura meno alta di quella che ci si aspetterebbe da chi riceve il Premio Strega.
I premi celebrano il talento. La civiltà, invece, non si assegna con una votazione. Si conquista ogni giorno, nel modo in cui si parla degli altri, soprattutto di chi non può più rispondere.
 

E forse è proprio questa la lezione che rimane dopo la proclamazione: si può salire sul gradino più alto del podio della letteratura italiana e, nello stesso tempo, perdere qualcosa di molto più difficile da ottenere. L’autore può aver vinto il Premio Strega. Ma sul terreno della civiltà, del rispetto e della responsabilità pubblica, la sua vittoria appare inevitabilmente incompleta. 

per BookAvenue, Michele Genchi


 

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Michele Genchi
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